Achilles last stand



Il 12 aprile del 2013, Kobe Bryant, effettuando quello che lui stesso ha poi definito “un movimento che ho fatto un milione di altre volte”, cade a terra dopo un contatto e comincia a tastarsi il polpaccio sinistro. Nel ritornare in panchina, dopo aver segnato due liberi di importanza capitale per la partita (e la stagione) dei Lakers, si sente il commentatore di NBA Tv dire: “They have to [commit a foul to get him out of the game], I mean… that’s the Achilles! I mean… I shouldn’t say that…that’s a foot injury!”. Scaramanticamente, si pente di aver tirato fuori la parola “Achilles”, tendine di Achille.
E perché mai?
Semplicemente perché, tra le tipologie di infortuni che possano occorrere al “lower leg”, la rottura del tendine di Achille è estremamente debilitante. Accade all’improvviso, senza un eccessivo ed eclatante trauma, facendo provare allo sfortunato uno strappo, un colpo (quindi non un vero e proprio dolore) nella zona del polpaccio. Il soggetto che ne soffre deve sottoporsi ad un intervento chirurgico (come tutti quelli che incorrono in una lesione di grado 3 ad un legamento), riabituarsi alla camminata, sopportare un lunghissimo periodo riabilitativo (fino anche ad un anno) per tornare ad effettuare movimenti di salto e corsa. Essendo poi un infortunio che accade di solito dopo i 30 anni, per molti segna la fine della carriera, non permettendo di tornare a livelli atletici paragonabili a quelli pre-infortunio, o semplicemente a quelli che ci si aspetterebbe da un proseguimento di carriera senza troppi problemi.

Uno studio della Drexel University (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23733634) ha mostrato statisticamente le conseguenze di questo tipo di infortunio a livello NBA, prendendo come esame 18 giocatori, di cui 7 si sono ritirati dopo l’evento traumatico (compresi Shaquille O’Neal ed Isiah Thomas), 3 sono tornati a giocare per una stagione soltanto, e i restanti per un periodo di tempo maggiore. Per tutti quelli che hanno riassaggiato il parquet, il PER si è abbassato in media di 4.57 il primo anno, e di 4.38 gli anni successivi. Infine, in media, gli infortunati hanno saltato quasi 56 gare ciascuno, nella loro rimanente carriera.
Bryant stesso, infatti, nel brevissimo periodo in cui tornò a giocare nella stagione successiva (solo 6 gare, prima di incappare in un altro infortunio al ginocchio) tenne 13.8 ppg, 6.3 apg, 4.3 bpg, in 29.5 minuti di gioco, tirando complessivamente 12.2 volte a partita con il 45.5 di FG%. Ebbe il primo valore negativo del VORP della carriera, e il primo valore negativo di BPM dalla stagione da rookie.
Bryant si è ritirato dopo tre anni, nella stagione 2015-2016, saltando complessivamente 120 gare fino al ritiro.
Ovviamente il campione di partite preso in esame nella stagione 2013-2014 è esiguo, ma dà l’idea dell’impatto che l’infortunio può avere sulla prestazione di un giocatore, sulla sua confidenza a rimanere in campo. Altri giocatori, anche recentemente, hanno sofferto dello stesso infortunio, tornando in campo non più efficienti, esplosivi ed efficaci come un tempo.
Brandon Jennings, nel 2015, soffrì della stessa lesione a 26 anni. Passò da medie (di carriera) pre-infortunio di [16.6 ppg, 6.2 apg, con il 39% al tiro (35% 3PFG%) in 34 mpg] a [7 ppg, 4.4 apg, tirando con il 31% da tre e il 36% dal campo, per 20.7 mpg] post infortunio, e numeri rapportati ai 36 minuti tutti calati.
Wesley Matthews, sempre nel 2015, si ruppe a 28 anni il tendine d’Achille. Passò da [14.3 ppg con il 44.3 FG% e il 39.3 3PFG% per 32.2 mpg] a [13 ppg, con il 39 FG% e il 37 3PFG% in 34 mpg], rimanendo sotto le medie di carriera in qualsiasi statistica, e non ritrovando più l’atletismo di un tempo, che lo aveva reso un difensore d’elite.

(Fonte: Host.madison.com)

Rudy Gay, nel 2017, incappò nello stesso infortunio a 30 anni. Per questo giocatore il discorso è un po’ diverso, i numeri sono inflazionati dal passaggio, quest’anno, ad una franchigia eccellentemente organizzata come quella di San Antonio, in cui i numeri riguardo all’efficienza sono più alti di quelli che Gay ha tenuto per tutta la carriera da primo-secondo violino. Ciò nonostante, l’infortunio occorso è stato, molto probabilmente, il turning point del declino sua carriera, da starting-SF con 16-17 punti di media nelle mani, a giocatore di rotazione (è partito in quintetto a SA solamente 5 volte quest’anno, nonostante l’assenza di Leonard), panchinaro.

Infine, molto recentemente, lo stesso infortunio è capitato a Demarcus Cousins, top-5 della lega nel ruolo di centro, estremamente versatile e dinamico, con buon tiro dall’arco e movimenti incredibili in ball-handling e in penetrazione. Come Bryant, anche lui, al momento dell’infortunio, era uno dei volti della NBA, componendo il frontcourt più dominante che si sia mai visto. Nonostante l’età dell’infortunio sia precoce (28 anni), ci si chiede seriamente se Boogie possa tornare a dominare come faceva pre-infortunio. Il suo gioco si basa molto su un mix di esplosività e stazza, e sulla pericolosità dall’arco. L’esplosività è messa a dura prova dalla rottura del tendine d’Achille, e statisticamente le medie dall’arco peggiorano una volta recuperato dall’infortunio.
Gli odds sono avversi, ma si spera che Cousins riesca a ritornare forte come un tempo, per riuscire ad approdare finalmente ai PO, mancanza che, nella carriera dell’ex-Wildcat, sta diventando sempre più assordante.
Si spera quindi che la rottura del tendine d’Achille, uno degli infortuni più temuti dai giocatori di basket, non segni, ancora una volta, il declino della carriera di un giocatore.

(Fonte: sbnation.com)



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