Quando la passione diventa ossessione



Passione e etica del lavoro.
Questa era l’idea di pallacanestro di Kobe Bryant.
Da piccolo all’età di 12 anni partecipò ad un camp estivo dove non segnò neanche un singolo punto.
Pensava di dover cambiare sport e di doversi dedicare a qualcos’altro come obbiettivo primario nella vita; almeno fin quando non scoprì che anche Jordan era stato scartato dal team del liceo.
Kobe allora decise di riprendere con il basket e di lavorare sempre più di chiunque, convincendosi che con tanto allenamento sarebbe potuto essere un cestista di fama mondiale, facendo diventare la sua passione, un’ossessionante ricerca della perfezione assoluta.
Da ragazzino sfidava a scuola i suoi compagni di classe in degli 1v1 a 100 punti, anche solo per dimostrare manifesta superiorità.
Nel peggiore dei casi vinceva 100-13.
Questa etica del lavoro ossessiva lo accompagnò per tutta la carriera.
Durante il ritiro delle Olimpiadi di Londra 2012, il preparatore atletico della nazionale diede il suo numero a Kobe per supportarlo in eventuali allenamenti extra.
Kobe chiamò il giorno dopo alle 4.15 del mattino. Il preparatore alle 5 arrivò in palestra e trovò Kobe madido di sudore.
Il pomeriggio il preparatore tornò in palestra perché era fissato l’allenamento di squadra.
Su avvicinò a Bryant prima di cominciare e disse: “Quando hai smesso di tirare?”
Kobe: “Proprio ora. Possiamo cominciare l’allenamento adesso?”
Con il talento si è buoni giocatori.
Con tanto lavoro si DIVENTA buoni giocatori.
Con talento e tanto lavoro si diventa leggende.
E il talento non mancava…

(Fonte: dailynews.com)



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