The Flu Game



10 giugno 1997, Salt Lake City.
I tifosi degli Utah Jazz sanno dove alloggia la squadra di Phil Jackson e Michael Jordan.

I padroni di casa decidono così di giocare di pretattica: arrivano nell’hotel dei Chicago Bulls cinque pizze, un regalo si pensa, nessuno le tocca, tranne uno, Michael. Inizia così un lungo calvario fino alla partita.

Ciò che inizialmente sembrava essere febbre si dimostra intossicazione alimentare. Per tutta la giornata successiva Michael soffre di dolori intestinali e di nausea, e la sua presenza in campo è messa in dubbio. La partita è fondamentale per le sorti della serie, le squadre sono sul due a due e si ha bisogno del miglior Michael Jordan per portare Gara-5 a casa. Michael però non diserta, si presenta a bordo campo con il volto cadaverico e i segni della stanchezza che solcano la sua espressione.

Il Delta Center è una bolgia: i tifosi di Utah hanno modo di veder giocare al loro livello assoluto i loro due diamanti, John Stockton e Karl Malone. Le due stelle di Salt Lake City sono in missione, vogliono vincere quell’anello che tanto manca alla loro franchigia, ai loro tifosi e soprattutto alle loro mani.

Michael nel frattempo è immobile, quasi paralizzato. La sua presenza sul parquet è tutt’altro che scontata, la sua condizione fisica lo mette all’angolino e lo colpisce forte sui fianchi fino a farlo cadere a terra agonizzante: come l’intera notte precedente, come fino ad un’ora prima di Gara-5.

Il numero 23 in un attimo si alza dalla panchina e fa cenno a Jackson di voler entrare in campo, accompagnato dai fischi del Delta che trema al suo arrivo in campo. Michael non si muove come di solito: è lento, si vede che le sue gambe sono pesanti e ogni passo che compie è una goccia di sudore che scende dalla sua fronte. Ma c’è, lui è lì dove voleva stare fino alla sera prima.

Il primo possesso in campo è suo, manda a segno il primo tiro e torna in difesa esausto come se stesse giocando da inizio partita e ci trovassimo nell’ultimo quarto.

Ma gli Utah Jazz hanno voglia di vincere e sfruttano la situazione a loro vantaggio prendendo il controllo della partita. Karl Malone segna 13 punti nel solo primo quarto porta la squadra di Jerry Sloan a sedici punti di vantaggio sui Bulls di un martoriato Michael Jordan. Chicago sta giocando male, malissimo: la palla non scorre, le azioni si interrompono a metà e i giocatori non riescono a prendere posizione in campo, tanto che in transizione Steve Kerr lancia la palla sulla testa di Kukoc perdendo il possesso e causando l’ulteriore vantaggio di Utah.

Il numero 23 soffre, cola sudore e sembra che la mancanza di sonno lo stia trascinando nel limbo della resa. Ma Michael è pur sempre Jordan: dosa le forze e cerca di capire cosa può fare per rendersi utile nel gioco offensivo della sua squadra, visto che difensivamente è un morto che cammina. La stella dei Bulls risorge: dopo un canestro di Malone che fa esplodere i tifosi di casa, Michael prende palle e mette a segno un canestro da media distanza che fa tremare Salt Lake City.

Phil Jackson, però, ha bisogno di inventare qualcosa per i suoi. Manda in panchina uno Scottie Pippen in visibile difficoltà a metà campo e fa entrare in scena Toni Kukoc ed uno stellare Brian Williams che in post basso crea non pochi guai a Utah.

Scottie però riprende fiato in panca ed è pronto per rientrare in campo con una carica diversa: il suo apporto in campo da quel momento è pressoché illimitato. Grazie ad un quintetto meno fisico da parte dei Jazz riesce a difendere in maniera più decisa sui componenti avversari in campo, dando una svolta alla partita.

I Bulls sfruttano il riposo di Malone e il suo terzo fallo di frustrazione per mettere in atto i vecchi schemi dei suoi, tra cui la “difesa e contropiede” su cui Utah non riesce a limitare un impotenza fisica e atletica degli uomini di Phil Jackson, e per Pippen diventa troppo facile raddoppiare in fase di attacco.

Michael intanto ha preso confidenza con i suoi problemi intestinali, e decide di portarli a ballare. Chicago gioca i possessi offensivi del secondo tempo in post e il numero 23 non può fare altrimenti. Michael ha quasi 34 anni ed il suo fisico, accompagnato da una stanchezza fisica mai avuta fino a quella partita, pone dei limiti al suo gioco. Ma qualcosa lo rende superiore, anche in quel frangente, ai suoi avversari: Michael infatti mette in atto delle giocate che anche qualche anno prima non sarebbe riuscito a concludere a canestro.

La stanchezza è evidente, il dolore sul volto è onnipresente ed ogni volta che ritorna nella sua metà campo i suoi passi sembrano mattoni sul parquet del Delta Center.

Gara-5 si decide sugli errori di Utah e sulla magnificenza del numero 23.
Il tiro che decide la partita arriva da un errore in fase difensiva dei padroni di casa.

Michael sbaglia un tiro dalla lunetta, nessuno va a rimbalzo e decide di prendersi lui il pallone. La partita è sul 87-88 per i padroni di casa. Si attua qui il suicidio cestistico degli Utah Jazz.

Phil Jackson chiama un vecchio schema, manda in isolamento Jordan e Pippen mettendoli in una posizione di tiro ad alta percentuale di realizzazione. Michael è lì, libero, ad aspettare che il pallone arrivi tra le sua mani.

Bryon Russell va in raddoppio senza che nessuno ordinasse quel movimento, lasciando il numero 23 dei Bulls libero.
La palla arriva tra le mani di Michael Jordan, che quel tiro in quel momento non lo avrebbe sbagliato neanche nelle condizioni in cui si trovava in quel momento.

La palla parte dalle sue mani e scende un silenzio assordante sul Delta Center. Il tempo sembra fermarsi, la palla non scende mai e tutti restano fermi a guardare.

Ciaf. 90-88. Serie sul 3-2 per i Bulls e Gara-5 è di Chicago.
Jordan segna 38 punti e si va ad accasciare martoriato su Pippen.

11 giugno 1997, Flu Game.



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