Arvydas Sabonis: puro, triste e magnifico



La carriera di Arvydas Sabonis è come una canzone di Nina Simone: pura, triste e magnifica.
Nel 1981 la Lituania inserisce nell’immaginario comune un nuovo simbolo nazionale; un’icona di rivalsa, di riscatto e di spirito nazionalista: quello di Arvydas Sabonis. Figlio della città di Kaunas, Arvydas diviene rapidamente il grido all’indipendenza di una nazione che fa del basket il proprio culto.
Sabonis gioca un basket di qualità, unisce un fisico imponente ad una tecnica di gioco che lo fa dominare in più fasi del parquet. Le sue azioni passano perlopiù spalle a canestro, usa il piede perno per farsi spazio nelle movenze e spezza la fase difensiva degli avversari con un sottomano rovesciato.
Arvydas incanta. Incanta il pubblico, gli osservatori e persino gli avversari che si lasciano intimorire dal suo stile di gioco e dal suo repertorio psicologico in fase difensiva. È un precursore del basket moderno, un giocatore nato nell’epoca sbagliata in un contesto storico che lo fa imporre senza ombra di dubbio come un lungo dei giorni nostri. Il suo unico limite è nella continuità di gioco, causato da due motivi: la altalenante presenza fisica in difesa e il piacere dell’alcol che scende giù per la gola.
Il lituano si instaura nella visione sportiva come l’ubermensch del movimento artistico Sturm und Drang, colui che ha sovvertito l’ordine costituito del gioco e lo ha portato ad un altro livello.
I primi contatti con la NBA
Nel 1982 Arvydas approda sul suolo statunitense con la selezione cestistica URSS: è un primo contatto tra il basket ed il fenomeno della globalizzazione. La voce di questo centro dalle spiccate doti tecniche e fisiche fa il giro tra gli scout della National Basketball Association che attendono intrepidi di veder giocare il nativo di Kaunas.
Nel 1982 Nina Simone canta sulle note di Vous Etes Seuls, Mais Je Desire Etre Avec Vous, estratto dall’album Fodder on My Wings.
Nella sua prima partita in America Arvydas mette a segno 25 punti, 8 rimbalzi e 3 stoppate contro la futura prima scelta del Draft NBA del 1983, Ralph Sampson, che perde il confronto e scatena un entusiasmo mai visto per un giocatore d’oltre oceano.
Il QI cestistico e la fluidità nelle fasi più difficili della partita lo fanno inquadrare dai media sportivi americani come uno dei migliori prospetti Europei, se non il migliore.
Arvydas si innamora letteralmente del panorama cestistico statunitense e della sua dedizione allo sport, tanto da portare le franchigie collegiali a sognare un suo reclutamento in squadra seppur i rapporti con l’URSS fossero ai minimi storici. È la Louisiana di Dale Brown che fa il primo tentativo di arruolamento per Sabonis: il coach, infatti, suggerisce un programma di scambi culturali per migliorare le condizioni diplomatiche tra le due potenze mondiali: si forma così una squadra di intermediari per portare il numero 15 negli USA.
Bobby Knight e Pete Newell vedono Sabonis come un diretto concorrente alla figura dominante del centro della Georgetown University, Patrick Ewing, forte di una versatilità sul campo che il centro americano non ha. Gli Atlanta Hawks prima e i Portland Trail Blazers poi mettono gli occhi sul centro, ideale per mettere fine al ciclo vincente dei Boston Celtics e dei Los Angeles Lakers.
Gli Hawks tentano la fortuna cercando di selezionare Arvydas con la settantasettesima scelta al Draft NBA del 1985, ma essa viene annullata per la violazione dell’età minima. Portland, quindi, chiama nel Draft NBA dell’anno successivo Arvydas Sabonis alla fine del primo giro, tra le perplessità di tutti i presenti. L’URSS però, non permette al lituano di sbarcare in america: si congela così l’operazione di trasferimento in Oregon.
La rottura del tendine d’achille
Arvydas, ora, vive in due mondi: da una parte i media che lo seguono passo per passo nella sua crescita, dall’altra parte l’URSS che lo tratta come se fosse un prigioniero di guerra. Il numero 15 gioca ininterrottamente senza riguardo per gli infortuni che lo tormentano, supportato dai soli antidolorifici che finiti fanno crollare il suo fisico.
Nell’estate del 1987 il centro lituano si procura la rottura del tendine d’achille della gamba destra, lasciato poi al caso da parte dello staff medico della nazionale: questo segnerà inesorabilmente la sua carriera.
Da lì a quel punto Arvydas diventa un pacco: trasferito a Mosca i medici locali si rifiutano di curarlo, si decide così di spedirlo nel suo paese d’origine per subire un intervento da parte di chirurghi che tale operazione non hanno mai svolto, soprattutto su di un simbolo nazionale quale è Arvydas Sabonis. La riabilitazione è pura agonia. Nessun fisioterapista vuole prendersi il compito di tale questione, portando il nativo di Kaunas a crollare nuovamente nello stesso infortunio e nello stesso calvario della prima operazione.
Il canto del cigno sembra essere imminente.
L’intervento americano, le olimpiadi e l’esperienza spagnola
Kaunas non intende lasciar partire dal proprio territorio il centro lituano, messo in tali condizioni dalla Unione Sovietica che vede nel martoriato corpo di Sabonis un mezzo per monetizzare finché l’appeal del momento non cessa di esistere. I Portland Trail Blazers che nel Draft dell’86 lo avevano selezionato sono pronti a farsi carico della riabilitazione del centro.
Dietro l’operazione che porta Arvydas Sabonis in america ci sono tre elementi: David Stern, gli Hawks e il controllo maniacale di Ted Turner. Arvydas arriva in Oregon nel 1988 con il chirurgo che lo ha seguito in entrambi gli interventi subiti al tendine d’achille, privo di ogni speranza di ripresa.
Dietro alla riabilitazione del centro lituano, però, c’è un secondo fine: quello di convincerlo a firmare con i Blazers per giocare, finalmente, nella NBA. Portland gli propone un contratto per la stagione 1988-1989, raggiungendo un accordo fatto sulla parola e con l’unica condizione di un riposo fino all’autunno successivo e quindi l’obbligo di saltare le imminenti olimpiadi con la nazionale sovietica.
Con il suo ritorno in patria Arvydas rassicura tutti sul suo stato di salute, sottolineando che ha comunque bisogno di un riposo totale per tornare alla condizione migliore che ha contraddistinto i suoi anni passati sul parquet.
Coach Gomelski lo invita alle olimpiadi dell’88, limitandolo inizialmente alla funzione di osservatore. Dopo settimane di corsa e osservazioni da bordo campo dei compagni di squadra, Sabonis annuncia in conferenza stampa che si sarebbe unito alla spedizione sovietica. Ciò crea la furia degli Blazers, inermi difronte la decisione del giocatore che loro stessi hanno riabilitato al gioco.

In Corea Arvydas torna a dominare: gioca senza risparmiare fatica al suo corpo, mette in campo una personalità mai avuta prima e trascina gli avversari in una corsa alla medaglia d’oro tanto ambita. Sembra un giocatore nuovo, rinato, tanto da schiacciare in finale la Yugoslavia di Drazen Petrovic e Vlad Divac con 20 punti e 15 rimbalzi.
Nello stesso evento sportivo si appianano i rapporti tra Sabonis e Petrovic e si gettano le basi per il Dream Team del 1992, ma queste sono altre storie.
Nella stagione seguente, quella che dovrebbe segnare il tanto atteso approdo del lituano in NBA, il corpo di Arvydas Sabonis si presenta ancora una volta macinato dall’estremo sforzo fisico: sfuma così l’approdo in Oregon.
Passa un anno nell’ombra dello Zalgiris con problemi alle articolazioni che lo fanno rimanere ai box per gran parte della stagione. Solo l’aiuto di coach Gomelski può tirarlo fuori dal baratro della depressione e della mediocrità, ma nessuna franchigia vuole prendersi il pesante fardello di un giocatore dalle condizioni fisiche titubanti.
Una squadra, però, fa il grande passo di chiamarlo: il Valladolid. La squadra spagnola lo tratta come un re, prendendosi a carico gli infortuni del centro lituano. Arvydas ora ha venticinque anni ed un fisico che sta collassando dall’interno, consapevole del fatto che la NBA diventa sempre di più un miraggio. Resta tre stagioni al Valladolid, ripaga la fiducia e cura definitivamente il problema al tendine d’achille tanto odiato con una terza operazione subita nel 1990 che gli permette di dar vita ad una “seconda carriera”.
Arvydas diviene meno dinamico e cambia radicalmente il suo gioco, che si trasforma in una base solida per gli anni successivi. Non a caso arriva la chiamata del Real Madrid che gli permette di riempire la sua bacheca personale di successi in carriera, fa coppia con Joe Arlauckas e vince l’Eurolega imponendosi come MVP.
L’arrivo in NBA
Dopo un olimpiade da sogno nel ’92 conclusa con un bronzo nell’annata in cui il Dream Team ha dominato a Barcellona e sei stagioni passate in Spagna, Sabonis si rende conto di dover fare quel salto di qualità che attende dall’ormai lontano 1986.
I Blazers quindi puntano a firmarlo, ma le condizioni fisiche del centro sono così disastrose da rendere folle l’idea di offrirgli un contratto. Il campo però la vede diversamente: se il corpo di Arvydas è più simile a quello di uno zombie che a quello di un giocatore professionista, le doti tecniche smentiscono i problemi fisici e portano il centro lituano in NBA.
Debutta nella lega americana nel 1995. Si presenta al pubblico statunitense da trentunenne, in una realtà cestistica priva di talento e pronto per confrontarsi con i giocatori più forti del mondo.
In sette stagioni segnate sempre dalla presenza nei playoff vede affiancarsi giocatori come Rasheed Wallace, Scottie Pippen e Damon Stoudamire, che danno modo al nativo di Kaunas di imporsi come un silente assist man sul parquet. Il pubblico impazzisce per Arvydas, che sia locale o ospite non fa differenza, i movimenti da grande giocatore e i trucchi del mestiere fanno innamorare di sé chi lo guarda giocare.
Anno dopo anno si reinventa, cambia repertorio e riesce a sorprendere gli avversari, fino ad arrivare a competere il titolo nella Western Conference Finals del 2000 contro uno Shaquille O’Neal al massimo delle sue doti fisiche.
Arvydas Sabonis: puro, triste e magnifico sulle note di una canzone di Nina Simone.



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