Dikembe, il guerriero nel fango



Nel 1988 Nelson Mandela esce di prigione per la prima volta dal ’64; Ayrton Senna vince il campionato del mondo di Formula 1; George H. W. Bush diviene presidente degli Stati Uniti D’America; gli N.W.A escono con la canzone di protesta Fuck tha Police.

Nello stesso anno un ragazzo di ventun anni nato a Leopoldville – oggi Kinshasa – nella Repubblica Democratica del Congo, sbarca negli States.

Il suo nome è Dikembe. La madre lo chiama Mukamba, che nella lingua shona significa “nel fango”. Dikembe ama apprendere, passa le sue giornate sui libri e, nel tempo che gli resta, si appassiona al basket.
Arriva in America con una borsa di studio della USAID decidendo di frequentare la Georgetown University. Il ragazzo congolese vuole fare il medico, vuole aiutare le persone a stare meglio. Dikembe non passa inosservato nel college della Hoya Saxa: un ragazzone di due metri e passa che chiede informazioni per i corridoi a chiunque pare capisca il suo inglese non troppo perfetto.
La voce del nuovo studente nativo di Leopoldville arriva al coach degli Hoyas, John Thompson. L’allenatore di Georgetown lo chiama ad un allenamento di prova, vuole vedere se quel fisico è solo apparenza o è anche in grado di muoversi su di un parquet. Dikembe lascia tutti a bocca aperta: ciò che non riesce a fare in fase offensiva lo colma nella sua parte del campo, prendendosi un posto in squadra e andando ad affiancare Alonzo Mourning nella “Rejection Row”.

Dikembe nei suoi tre anni alla Georgetown si fa valere come uno dei migliori prospetti oltreoceano e come un ragazzo dai sani principi, ottenendo ottimi risultati anche a livello scolastico e laureandosi nel 1991 in linguistica e diplomazia. Ma il numero 55 degli Hoyas non è rimasto fuori dai riflettori della NBA e nello stesso anno decide di rendersi eleggibile per il Draft NBA del 1991.
La prima esperienza in NBA con i Denver Nuggets.
Una squadra, più di tutte, crede nel centro africano: i Nuggets. Denver arriva da una stagione disastrosa con un record di 20-62 guidato dallo sventurato coach Paul Westhead, a cui manca un impronta di gioco e un rim protector. La franchigia del Colorado decide quindi di selezionare con la scelta numero quattro il centro della Georgetown University.
L’impatto fisico ed emotivo di Dikembe nel suo primo anno in NBA è devastante: nella sua prima partita di Regular Season contro i Golden State Warriors di Chris Mullin e Tim Hardaway mette a segno 18 punti, 16 rimbalzi e 3 stoppate e giocando 37 minuti, pur perdendo al suono della sirena per 108 a 105.
Denver ha una rosa giovane e con un’ottima prospettiva futura, ma priva di un gioco che possa dare continuità ai risultati. Questo porta i giocatori a farsi notare singolarmente, ma la poca costanza nel gioco segna l’ennesima stagione fallimentare. Dikembe chiude la stagione con una media 16,6 punti, 12,3 rimbalzi e 3 stoppate di media a partita, con una convocazione a l’All-Star Game del 1992.

Davide contro Golia
Dopo il cambio di rotta nella stagione 1992-1993 con Dan Issel sulla panchina della franchigia di Denver ed una qualità di gioco superiore rispetto alle due annate precedenti, i Nuggets si presentano alla stagione 1993-1994 con un altro spirito, uno spirito di rivincita che punta forte verso i playoff.
Dikembe ha dimostrato nelle sue prime due stagioni una leadership totale, ma le sue prestazioni non vengono quasi mai supportate dal collettivo, mandando nel baratro del fallimento tutto il lavoro svolto dai singoli. Il suo terzo anno, quindi, si dimostra essere l’anno di svolta nella crescita della squadra del Colorado.
Dikembe gioca tutte le 82 partite di Regular Season, si impone nella partita decisiva per i playoff contro i Rockets e porta Denver a strappare il pass come ottava forza ad ovest.
Nel 1994 Notorious BIG suona sulle note di Juicy; Nas esce con il terzo singolo di Illmatic: The World is Yours; i Seattle Supersonics arrivano primi nella Western Conference.
I Denver Nuggets incontrano al primo turno i Seattle Supersonics di Gary Payton e Shawn Kemp. Il risultato sembra già scritto, i Nuggets sembrano destinati ad essere spazzati via da quella franchigia che nella Regular Season ha deciso di voler fare un salto di qualità che tanto mancava per tornare a vincere.
Le prime due partite del primo turno segnano sul tabellino il 2-0 nella serie per i Sonics, forti di dover vincere solo un’altra partita per accedere alle Semifinali di Western Conference. Il numero 55 dei Nuggets è deriso e criticato dai media, inerme difronte alla padronanza del gioco di Payton e compagni.
Ma Gara-3 si dimostra la svolta nelle speranze e nella voglia di vincere dei Denver Nuggets.
Man does not fly in the house of Mutombo
In uno spot della Adidas Dikembe recitava queste parole: “man does not fly in the house of Mutombo”, il Finger Wag.
Gara-3 è fondamentale per le sorti di Denver, Dikembe lo sa. La madre lo chiamava Mukamba perché da ragazzino il congolese era l’ultimo dei fratelli a rientrare in casa quando si trattava di competere. Il suo terzo è Mpolondo, che letteralmente è traducibile in “guerriero”, Dikembe il guerriero nel fango.
Il numero 55, quindi, decide di giocare come meglio sa fare. Difende. Difende come un cane da guardia.
Mette a segno sei stoppate e ad ognuna di essa scende a terra fissando l’avversario e scuotendo il solo dito indice: “not in my house!”.
Alla fine della partita Denver prevale su Seattle per 110 a 93, Mutombo piazza 19 punti e 13 rimbalzi, condendo il tutto con 6 stoppate che si rivelano una dopo l’altra fondamentali per il risultato finale.
Gara-4 è ancora una volta dei Nuggets, che si portano sul 2-2 e cominciano a far tremare i confusi Seattle Supersonics che hanno avuto più di una occasione per chiudere la serie a loro favore.
La glorificazione difensiva di Dikembe
Gara-5 è fondamentale per entrambe le squadre: dentro o fuori.
Dikembe pensa quasi solo ed esclusivamente a difendere, con il risultato che gli avversari non sanno più dove sbattere la testa contro quel giocatore che sembra aver cambiato rotta di gioco da Gara-3. Mentre nella fase offensiva Robert Pack e LaPhonso Ellis portano punti preziosi per il passaggio del turno, il numero 55 limita a dovere le imbarcate avversarie e contribuisce non poco ad un overtime vincente per la franchigia del Colorado.
La serie se la porta a casa Denver che ammutolisce i tifosi dei Sonics per 98 a 94, grazie ad un Mutombo da 15 stoppate e 8 stoppate in 45 minuti di gioco.
Dikembe, il guerriero nel fango.



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