I WORKED MY ASS OFF



La sostanziale differenza tra due personaggi tanto simili quanto diversi sta nel modo in cui hanno fatto loro lo sport e ne hanno raccolto i frutti. Se dovessimo porre in questo contesto il titolo di una canzone, vi direi di accendere le casse del vostro stereo ed impostarle a tutto volume per sentire “Ain’t no mountain high enough” di Marvin Gaye e Tammi Terrell, perché entrambi, più di una volta, hanno affrontato più di un ostacolo. Se da una parte Jimmy ha dovuto dimostrare a tutti, soprattutto ad una piazza difficile come quella di Chicago, chi era e cosa poteva dare alla sua franchigia; dall’altra parte Derrick ha dovuto dimostrare a sé stesso quanto il suo corpo fosse capace di rimettersi in carreggiata dopo i continui infortuni che hanno spezzato la sua carriera.

Le loro storie sono due rette parallele che non si incontrano mai, o meglio, che non si dovrebbero incontrare mai, perché la loro fame e la loro voglia di dominare li rende nemesi dentro e fuori dal campo. Più di una volta negli anni ai Bulls il faccia a faccia è stato routine, Jimmy incriminava Derrick di poca voglia di allenarsi e di mettere quella fame che aveva caratterizzato la sua ascesa a MVP, in allenamento. Mentre Derrick, consapevole dei suoi limiti fisici dovuti a quella esplosività che caratterizzava il suo gioco, non ci stava a non essere più il leader della sua squadra.

È probabilmente qui che tutto cambia, le montagne cominciano ad essere scalate e le parti si invertono per qualche istante. Rose viene scambiato. È qui che per un momento, a Chicago, tutto si ferma. Si ferma come quella scena del film “Titans – Il sapore della vittoria“ con Denzel Washington, quella parte del film in cui si urla sotto la pioggia “lato sinistro… lato forte!“. Derrick viene scambiato ai New York Knicks, dando campo aperto aperto a Jimmy Butler per scalare le gerarchie NBA come uomo squadra della franchigia dell’Illinois.

È qui che le parti si invertono, dove prima era Derrick, ora c’è Jimmy. Dove prima era Jimmy, ora c’è Derrick. Le loro strade, da questo momento in poi, si pensa che non si possano più incrociare. Le carriere si sono totalmente invertite, Rose è lontano dalla rinascita fisica e da quel gioco che tanto caratterizzò le sue partite sul parquet e Jimmy era arrivato, ormai a tutt’altro livello, sia in campo che in spogliatoio.

Ma come cantava Antonello Venditti in “amici mai“, era solo questione di tempo perché “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Più che amori, però, bisognerebbe usare la parola “agonismi”.

Dopo una stagione e mezzo tra New York e Cleveland, Derrick arriva a Minnesota, ed incontra una figura a sé familiare, Jimmy Butler.

Jimmy non è più quello delle due stagioni precedenti. Si presenta a Minnesota come figura chiave, se non leader indiscusso di una franchigia giovane e affamata, sicuro del fatto che in pochi anni il titolo NBA possa passare tra le sue mani. Incontra nuovamente un giocatore che lui stesso ha sempre ammirato ma che vede come boia di sé stesso da ormai troppo tempo.

Entrambi giocano, chi con più intensità e chi con meno intensità. In un anno a Minnesota succede di tutto: Rose pensa al ritiro; Jimmy Butler entra in contrasto con Towns e Wiggins; i Timberwolves dopo una seconda parte di stagione ad alti livelli afferrano per il rotto della cuffia un posto ai playoff nell’ultima giornata contro i Denver Nuggets di Nikola Jokić.

È qui che le parti si invertono, nuovamente, per la seconda volta in pochi anni. Attenzione però, si inverte il valore carismatico nella franchigia, perché mentre da una parte Jimmy prende a parole chiunque gli capiti a tiro, Derrick continua ad allenarsi a testa bassa per cominciare la stagione 2018/2019 al migliore dei modi: non da uomo franchigia, ma da giocatore che può dar tanto per la maglia che indossa.

Derrick Rose, questa notte, ha messo a segno una delle prestazioni più belle degli ultimi dieci anni di NBA. Nella notte in cui Jimmy Butler comunicava di non voler più mettere piede in campo con i Minnesota Timberwolves poiché intenzionato a voler andare via, Derrick si è preso il posto in quintetto ed una prestazione da MVP.

Cinquanta punti, 50. Lacrime, gioia, urla. Ain’t no mountain high enough suona forte come non mai in quel di Minnesota, perché cinquanta punti ed un career-high di livello si pensava di non vederlo più da parte di un giocatore che fino a qualche mese prima annunciava di volersi ritirare dal basket giocato per i continui infortuni.
Cinquanta punti ed una vittoria di misura su Utah. Ed il merito, forse, è anche un po’ di Jimmy.

“I worked my ass off”.

 



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