Blake Griffin- il museo della premodernità



Il termine “museo della premodernità” viene usato per indicare quelle credenze e quei dogmi che la persona ha vincolate a sé, come una sorta di cicatrice. Tale concetto è ben applicabile alla figura di Blake Griffin. Una figura che, come le teste di Giano, da una visione propria che pare ambivalente su prestazioni che si alternano tra vecchia e nuova era. È difficile appunto essere Blake Griffin, per Blake. Un personaggio di mezzo tra quella che noi nella NBA chiamiamo “vecchia” e “nuova” scuola. Perché essere Blake Griffin, giocatore dalle straordinarie doti fisiche, che nel suo anno da Rookie e negli anni a venire nei Los Angeles Clippers ha fatto innamorare di sé migliaia di tifosi del basket giocato, non è per niente semplice.

Perché essere Blake Griffin, per Blake, non è per niente facile. Scaricato come fosse l’ultimo degli arrivati dai Clippers, Griffin si ritrova catapultato in una realtà cestistica abbandonata dalle luci dei riflettori e della ribalta: Detroit. La carriera di Blake, quindi, è dinanzi ad un bivio. Se da una parte c’è la possibilità di una possibile rinascita, dall’altra lo spettro dell’anonimato è più di una semplice ipotesi. La voglia quindi di mostrare a tutti che il suo repertorio cestistico sul parquet non è finito si rileva fondamentale nella crescita personale di Blake, che in poco meno di un anno si ritrova a combattere con i propri demoni.

La stagione 2018-2019 si apre con tutti i dubbi del caso. Nessuno si aspetta troppo da Detroit e da Blake, probabilmente di Blake Griffin, di quel giocatore fenomenale di inizio carriera i tifosi hanno un’immagine sfocata. Essere Blake Griffin, per Blake, è quindi un peso non da poco. Essere Blake Griffin significa mantenere salda quella posizione di mezzo tra due realtà che incombono l’una verso l’altra.

Ma chi è Blake Griffin?
O meglio: chi è Blake Griffin, per Blake?
Blake Griffin risponde da subito.
26 punti, 8 rimbalzi e 6 assist contro i Nets;
33 punti, 12 rimbalzi e 5 assist contro i Bulls;
50 punti, 14 rimbalzi e 6 assist contro i 76ers.

Blake risponde subito, da subito.
Risponde forte e chiaro a chi pensava da troppo tempo che fosse un giocatore finito, che avesse fatto il suo tempo e che il suo gioco era ormai fine a se stesso. La risposta è forte e chiara: essere Blake Griffin, per Blake, conta parecchio. Conta più di tutti i tifosi che urlano il suo nome, più dei riflettori puntati addosso, più delle critiche ricevute.

“I’ve always been a big believer in hard work pays off”.



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