L.A non é Roma ma…



Sicuramente avrete sentito l’espressione “Roma non è stata costruita in un giorno”.

Usata e stra-usata, essa costituisce la base ideologica del più semplice e ancor più inflazionato “tempo al tempo”, o anche di “chi va piano va sano e va lontano”.

Ecco, finita l’intro proverbiale contestualizziamo un momento e aiutiamo a capire come ci colleghiamo con la situazione in casa Los Angeles Lakers.

Ci sono due principali motivi per cui qualcuno dovrebbe tirare fuori questo tipo di espressioni: chi ha bisogno di tempo per vedere come si sviluppa una situazione e chi chiede tempo perché sicuro del fatto che A muterà in B in un certo ‘t’.

Denominatore comune è il fatto che si chiede tempo, probabilmente la merce che meno volentieri le persone sono disposte a dare, specialmente se per aspettare il dispiegamento di una situazione. Il passare di giorni, mesi, anni, può essere sopportato solo in presenza di validi motivi, come ad esempio si è disposti ad aspettare il momento giusto per dichiararsi alla persona che ci piace vista la prospettiva del “aspetta, dalle tempo, ora è troppo presto”; o se in presenza di soggetti autorevoli che ti garantiscono successi per obiettivi magari difficili da raggiungere. Ma ci si fida.

In fondo è sempre una questione di fiducia.

Quando persone che riteniamo autorevoli ci chiedono fiducia, noi siamo portati a dargliela per natura; è insito nella natura umana il seguire la leadership e il carisma, quindi nulla di nuovo da questo punto di vista.

Ed eccoci che arriviamo al discorso: Lakers | tempo

L’hanno detto tutti, o per lo meno l’hanno detto molti di quelli che contano, quale sarebbe stato l’obiettivo dei Lakers per questa stagione, Magic Johnson in primis: “Fare una buona Regular Season e andare ai Playoffs”. Magari altri hanno fatto dichiarazioni un po’ più caute o rimaste più in sordina, ma tutti quanti in casa giallo-viola sanno dove possono (e vogliono) arrivare.

L’aggiunta di LeBron (con un contratto di 4 anni, preannunciando quindi un progetto a lungo termine) ha regalato numerosi vantaggi alla franchigia, fra cui diritti televisivi, orari a share elevato, visibilità (come se a LA ne servisse), acquisti di magliette e, ultima ma non ultima, un’incredibile spinta al “trust the progress” che ha di fatto dominato gli ultimi 4 anni.

Allo stesso tempo, tuttavia, l’arrivo di uno dei migliori giocatori di tutti i tempi in una delle migliori franchigie di tutti i tempi (opinabile da un punto di vista dei gusti, ma oggettivo dal punto di vista dei trofei e dei riconoscimenti) ha creato il peggior virus dell’era moderna: UNA MIRIADE DI ASPETTATIVE.

Lo sa bene, ad esempio, Lonzo Ball che, sepolto dalle aspettative e dall’hype creati da papà LaVar ha ricevuto palate e palate di commenti negativi da parte di mezzo mondo sportivo nonostante una stagione di tutto rispetto per un rookie (10.2-6.9-7.2).

LeBron sa benissimo di cosa si parla quando si parla di hype: tutta la sua carriera sportiva, per non dire tutta la sua vita, è stata circondata da quel velo di aspettativa che soprannomi come “the chosen one” chiamano naturalmente.

Tuttavia l’hype che si percepisce ad LA per la sponda blasonata della città è a dir poco unico, in quanto unito a quello per i vari talenti arrivati negli anni del suddetto progress come Ingram, Ball e Kuzma. Di conseguenza tutti coloro che seguono il basket o lo hanno seguito negli ultimi anni si aspettano di vedere una W facile accanto ad ogni partita e tabellini conditi da 4 giocatori in tripla doppia e 2 sopra i 40 punti. Ma non è stato questo il trend di inizio stagione, che ha anzi per certi versi ribaltato le previsioni; sconfitte, partite brutte e perse male, partite belle ma gestite con superficialità.

E giustamente cosa succede? Iniziano le critiche. Alcune anche pesanti.

Restando sempre più o meno nel tema dei comportamenti umani, è proprio dell’indole dell’uomo analizzare una situazione seguendo certi processi mentali pre-determinati per ottimizzare il tempo, e uno di questi è senza dubbio il cercare un colpevole.

“Di chi è la colpa?”

In base alla risposta a questa domanda il mondo del basket si è diviso in fazioni ben distinte fra chi la attribuisce a coach Walton, chi a Magic e Pelinka, chi ai giovani (Ball in particolare, ma anche Ingram e Kuzma), chi addirittura a sua maestà LeBron.

E ci si scaglia a capofitto a scrivere articoli, evidenziare statistiche, criticare sui social.

Perché è normale, in fondo.

E chi non lo farebbe? C’è l’opportunità di dire qualcosa contro la squadra (probabilmente) più odiata della lega, contro il giocatore (probabilmente) più odiato della lega, contro lo young core (decisamente) più odiato della lega. Chi non lo farebbe?

La risposta è semplice: le persone dotate di buon senso, inteso non come intelligenza contrapposta all’ignoranza, ma come volontà di andare oltre la critica sterile e superficiale.

Perché Roma non è stata creata in un giorno, e lo sappiamo tutti cosa è diventata.

La pazienza è una virtù fin troppo sottovalutata ai nostri tempi.

“Pazienza”, l’ha detto anche Magic.

L’hanno detto tutti, o meglio, molti di quelli che contano. Pazienza.

È stato sufficiente aspettare qualche partita, necessaria a coach Walton per adattare rotazioni e cambi, ai ragazzi per raggiungere un minimo di chimica, a LeBron per abituarsi al giallo sulla divisa. Al momento il record recita un più che accettabile 10-7 e una settima posizione nella Western Conference che lascia ben sperare.

Stanotte successo di squadra contro Cleveland, il secondo nelle ultime due

.

Tempo al tempo e qualcosa tornerà indietro.

L’ha detto Magic.

L’hanno detto tutti, o meglio, molti di quelli che contano.

Bisogna dare fiducia a questi Los Angeles Lakers.



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