L’ultimo ballo del Kaiser



Ci sono giocatori che nascono per entrare nella storia. Nessuno avrebbe mai immaginato che uno degli unici 7 giocatori nella storia del basket a segnare più di 30.000 punti sarebbe nato a Würzburg, in Germania, non sarebbe stato ne di colore e ne americano, ma un bianco alto 2.13 con braccia lunghe lunghe e magroline.
Nowitzki era alto fin da ragazzo, molto magro e longilineo, ma con piedi estremamente veloci per la sua altezza. Inizia a giocare a basket nella squadra locale, ma i risultati iniziali non sono ottimali e la squadra non ha troppa visibilità. Qui entra in gioco un personaggio a cui Dirk, e di conseguenza il mondo della pallacenestro, deve tantissimo: Holger Geschwinder, capitano della nazionale tedesca di basket alle Olimpiadi di Monaco 1972. In Germania, prima della partita della prima squadra era abitudine far giocare gli Juniores. La partita tra gli Juniores di Dirk e i rivali finisce al supplementare e Holger decide di rimanere a guardarsi la fine della partita prima di tornare nello spogliatoio. Ed è qui che Geschwinder si ‘’innamora’’ del tedescone e ne vede le grandi possibilità. Decide di prenderlo sotto la sua ala e di allenarlo personalmente promettendo che ne avrebbe fatto il più grande giocatore tedesco di tutti i tempi. I risultati parlano da soli.
I metodi di allenamento sono strani, la palla Dirk la vede molto poco, Holger si concentra su esercizi di equilibrio, gli fa praticare la scherma e diversi esercizi di aerobica (spesso lo fa tirare mentre fa la spaccata), lo fa lavorare su delle palle mobili per cercare di dargli degli equilibri diversi.
Questi metodi gli permettono di prendersi tiri atipici, anche fuori equilibrio, classico è il tiro del tedesco su una gamba sola buttandosi all’indietro
Durante il draft NBA del 1998, quello in cui verranno scelti, tra gli altri, gente del calibro di Vince Carter e Paul Pierce, i Milwaukee Bucks decidono di cedere ai Dallas Mavericks la loro nona scelta, il tedesco Dirk Nowitzki, lungo semi-sconosciuto proveniente dalla serie B tedesca, con Robert Traylor (scelta 6) e Pat Garrity (scelta 19), in quella che passerà alla storia come una delle trade più sbilanciate e meno azzeccate della storia recente della pallacentro.

A Dallas, ad aspettare il tedescone biondo c’è un canadese capellone, un certo Steve Nash, che sarà due volte MVP di lì a qualche anno. Steve tratta la palla come fosse l’unica cosa a cui tiene nella vita. La accarezza, la coccola, la fa arrivare sempre puntuale nelle mani dei suoi compagni, e ben presto, durante gli allenamenti, si rende conto che il tedeschino, un 213 cm con un fisico da impiegato catastale, tratta la palla con la stessa delicatezza, preferendo però metterla al riposo nel canestro, invece che donare gioia ai compagni come fa il canadese dal capello lungo. Sembra proprio che i due si siano trovati. I Milwaukee Bucks hanno appena regalato a Dallas una delle coppie offensivamente più forti che il basket abbia mai visto.
La difesa vince i campionati. Questo detto è molto popolare nell’NBA, e racchiude l’idea secondo la quale un’ottima squadra difensiva avrà sempre più possibilità di una squadra offensiva.
Gli anni da rookie sono passati, Nowitzki e Nash formano già una delle coppie più forti di sempre a Dallas. Fioccano le vittorie, l’attacco dei Texani è una bellezza. La difesa, beh, la difesa è un altro paio di maniche. Nash e Nowitzki non sono e non saranno mai due grandi difensori, e lì qualcosa si paga, ma con un attacco così… Invece la bestia nera c’è, c’è eccome. Per la precisione una bestia nero e argentata, che della difesa e del sistema hanno fatto un mantra, e su quel mantra hanno costruito una dinastia vincente ogni oltre aspettativa. Come se non bastasse questa continua sfida è anche un derby, un derby texano. I rivali sono infatti gli impressionanti San Antonio Spurs di coach Popovich. I sogni di Nowitzki e compagni si infrangono anno dopo anno sempre contro lo stesso muro. Alla fine del 2004 la coppia si separa. Nash non riesce a trovare la giusta intesa con Mark Cuban e viene spedito a Phoenix dove sarà due volte MVP e fermerà proprio la corsa alle finali dell’amico Nowitzki. Bisogna ricostruire tutto da zero.
13 giugno 2006. Miami, Florida. Sole, palme, spiagge. Finali NBA. I Mavs sono sopra 2-0 nella serie e a sei minuti dalla fine della partita sono a +13 sugli Heat di Wade e Shaq. Nessuno è mai tornato a galla da un 3-0 nella storia dell’NBA. Il sogno di portare a casa il famigerato anello è molto più che realtà. Da quel momento però il sogno diventa un incubo. Diventa l’incubo. Wade ne mette 42, gli Heat vincono 98 a 96 a pochissimi secondi dalla fine della partita. Non perderanno più, infliggendo ben quattro sconfitte consecutive ai Mavs. Addio anello, addio sogno. L’anno seguente l’incubo assume contorni anche più incredibili. Durante la stagione regolare Nowitzki è una furia. 25 punti di media a partita, con 9 rimbalzi e il 50% dal campo, con il 41% da tre e il 90% ai liberi, miglior record di squadra a Ovest e primo giocatore europeo nella storia della NBA a vincere l’ambito premio di MVP. Nei playoffs poi succede l’imponderabile, i Warriors di Don Nelson, ex allenatore di Dallas con il dente avvelenato, riescono a sgambettare la testa di serie numero uno. Nowitzki diventa il primo MVP della storia a ritirare il premio in una conferenza stampa imbarazzatissima dopo una clamorosa eliminazione al primo turno. La maledizione dei Mavs colpisce ancora.

Nel 2008, per sopperire alla carenza di regia, Cuban decide di puntare sul ritorno di Jason Kidd, play dalla straordinarie doti di passatore che ai Nets ha scritto pagine di grande basket. Si arriva così alla famigerata stagione del riscatto. 2011. Davanti, in quello che sembra un amaro scherzo del destino, ci sono ancora una volta i Miami Heat. Stavolta però non c’è più Shaq, ma insieme a Wade ci sono LeBron e Bosh, i Big Three. Portland, Lakers e Thunder non sono riusciti a fermare la corsa dei texani, che ora hanno lo scoglio più grande da superare, la storia. Se esiste una gara in grado di raccontare la carriera di un giocatore, questa è senza dubbio gara quattro dei playoffs contro Miami. Nowitzki ha 39 di febbre. Non si regge in piedi. Sbaglia 10 tiri da tre su 11, e addirittura un tiro libero, mentre i tifosi degli Heat lo prendono in giro per la canzoncina che canta durante il suo rilascio per darsi il ritmo. Sembra che nulla possa salvare Dallas da un sicuro 1-3 e da un’altra sconfitta in finale contro gli stessi avversari. Invece qualcosa scatta. Nowitzki decide che è il momento di entrare nel libro delle imprese eroiche della NBA, e nell’ultimo quarto piazza 10 punti. Non si tiene in piedi ma lotta, va in post, sfodera il suo leggendario Fade away. I Mavs rimontano e vincono 86 – 83. Questa volta l’inerzia è tutta dalla parte dei texani. Barea sembra Speedy Gonzales e semina il panico nelle fila avversarie, Kidd dispensa assist e gioco, Terry punisce ogni raddoppio su Nowitzki. Shawn Marion mette la museruola a LeBron. Dallas è una macchina da guerra. Nelle due partite restanti non c’è storia, i texani si impongono per 4-2. La maledizione è spezzata, Nowitzki vince il premio di MVP delle finali e diventa finalmente campione NBA. Battendo il “Prescelto” da sfavorito.

Ogni giocatore ha un marchio di fabbrica. Un movimento o una capacità che lo rende unico e speciale rispetto a tutti gli altri. Kareem aveva il gancio cielo. Shaq ha portato lo Shaq attaq. Jordan la famosa schiacciata con le gambe larghe e la lingua di fuori. Nowitzki verrò ricordato per il suo fade away. Il fade away è, letteralmente, un tiro cadendo lontano. Ci si stacca dal difensore e si tira buttandosi con il corpo lontano dal canestro per evitare la stoppata. Un movimento difficile il fade away. Ecco, quello di Nowitzki è il suo marchio di fabbrica. Dirk parte spalle a canestro, con il corpo si appoggia sul difensore, ne percepisce la posizione, poi dopo una finta o due di giro dorsale, si butta indietro con il corpo, proteggendosi con il ginocchio alto e lascia andare la palla da un altezza di quasi 3 metri. Non esiste giocatore al mondo in grado di marcare quel movimento. Quello è il suo tiro.
Prendendo parte a questa stagione(2018/19) è diventato l’unico giocatore nella storia della Nba ad aver militato per una singola franchigia per ben 21 stagioni.
Il 18 febbraio 2019 a Charlotte si giocherà l’All Star Game e la Nba, anche se Dirk non figurava tra la lista dei convocati, ha deciso di fare un’eccezione inserendolo come “aggiunta speciale”. Un piccolo segno di gratitudine verso un giocatore che ha scritto pagine indelebili della storia di questo sport.
A Dallas è cresciuto ed è diventato quello che tutti sappiamo, uno dei 30-40 giocatori più forti di tutti i tempi e uno degli europei più dominanti di questo gioco, dominando per lunghi tratti gli americani nel loro sport d’eccellenza.
Grazie WunderDirk, grazie per quello che hai dato a questo sport. We are all Nowitnesses.



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