Il senza tempo Baron Davis



Nel 2005 i Gorillaz escono con Feel Good Inc; Missy Elliott pubblica il singolo Lose Control ed Eminem esce con l’inedito When I’m Gone.

È il 24 febbraio del 2005, e per Baron Davis non è un giorno come tutti gli altri.

Per spiegare al meglio ciò di cui stiamo per parlare, però, è doveroso fare un passo indietro e capire perché – per il nativo di Compton – è un giorno diverso dagli altri. Siamo nel luglio del 2004 e nella franchigia degli allora New Orleans Hornets non si vive in un clima tranquillo da ormai diversi mesi. Difatti i rapporti tra la dirigenza e il giocatore che dovrebbe essere il volto della franchigia, sono ai minimi storici. Baron Davis, infatti, critica la sua squadra per i pochi risultati raggiunti in ottica playoff, per la poca competitività dei suoi compagni di squadra e per quella preparazione fisica non adatta alla quantità di gioco che la NBA richiedeva – a detta dello stesso Davis causa dei suoi continui infortuni.

In questo preciso istante si capisce quindi come le strade di Baron e degli Hornets si sarebbero inevitabilmente divise.

Il 24 febbraio del 2005 gli Hornets lo mandano via per delle briciole: approda ai Golden State Warriors in una trade che coinvolge la partenza dalla parte opposta di Speedy Claxton e il redivivo Dale Davis. Il suo arrivo agli Warriors fa respirare aria di cambiamento e di novità nella città di Oakland, ed un allenatore come Don Nelson può solo far ben ad un giocatore dalle caratteristiche tecniche come quelle di Davis. Difatti, nel giro di pochi mesi, il play ex Hornets sembra essere rinato dalle ceneri come una fenice. Il suo contributo alla franchigia è fondamentale: il gioco basato sulla difesa di coach Nelson e l’alchimia in campo trovata assieme al compagno di squadra Jason Richardson, portarono Baron Davis a far parte di uno dei backcourt più notevoli del panorama NBA di quegli anni.

Nonostante una bellissima prima stagione, i Golden State Warriors dovettero accontentarsi di un deludente tredicesimo posto e di un boccone amaro per la bellissima stagione di Davis prima e Richardson poi – che concluse la stagione con una media di 23,2 punti a partita.

Nella stagione 06/07, però, cambia tutto.

I Golden State Warriors ripartono dalla bellissima seppur sfortunata stagione passata, convinti di poter portare a casa quei playoff che la stagione precedente non ha regalato alla franchigia di Oakland. La squadra di Don Nelson infatti, rispetto alla passata stagione, riesce ad imporre il suo gioco e si qualifica per il rotto della cuffia ai playoff NBA con un record di 42-40 come ottava potenza nella Western Conference. Baron Davis e compagni incontreranno quindi la super potenza di Dirk Nowitzki e i Dallas Mavericks.

Nowitzki ha disputato una stagione regolare da togliersi il cappello, di un dominio assoluto che da anni non si vedeva nella lega americana e che prospettava, da subito, una rivincita dei Mavericks in ottica titolo.

Il play di Compton, però, non è della stessa idea.

Davis probabilmente ha disputato la stagione più bella della sua carriera, ha cavalcato il gioco degli Warriors e ha distribuito sentenze di vittoria quando la squadra ne aveva più bisogno.

Il 22 aprile del 2007 è una data ancor più importante per Baron Davis.

Il play dei Golden State impone una sentenza sulla franchigia di Marc Cuban: ”la serie me la porto a casa io”.

Per tutta la serie impone il suo gioco, quello che lo ha sempre contraddistinto e lo ha reso il giocatore che tutti hanno sempre apprezzato. Nella prima uscita fa la voce grossa: piazza 33 punti, mette su 14 rimbalzi e sfiora la tripla doppia con 8 cioccolatini che distribuisce ai compagni di squadra per una vittoria di misura su Dirk Nowitzki e compagni; in Gara-2 si prende un turno di riposo e la serie torna sull’uno a uno. Ma in Gara-3 e 4 mette in atto una delle sue miglior prestazioni di sempre, che non hanno nulla a che vedere con le varie statistiche, vanno oltre. Nella terza uscita mette a referto 24 punti di supporto ai 30 di Richardson, ma che fanno la differenza per una difesa arcigna che mette il punto esclamativo sulla vittoria degli Warriors; in Gara-4, invece, la difesa è ciò che fa realmente la differenza: in quarantaquattro minuti di gioco piazza 33 punti di gioco e sfiora la doppia doppia con 8 rimbalzi, ma definisce la serie per una difesa che segna la partita con il contagocce nei minuti finali.

Serie sul 3 a 1, Golden State è già pronta a festeggiare, ma Dallas non ci sta per niente ad uscire così e piazza, in Gara-5 una sonora sconfitta ai danni della squadra di Oakland che esce con le ossa rotte dall’American Airlines Center, seppur con un’ottima prestazione collettiva, ma un Nowitzki formato MVP da 30 punti e 12 rimbalzi è impossibile da fermare.

Baron Davis quindi torna a fare la voce grossa e si ricorda quanto è cresciuto da due anni a questa parte, di quanto ha dovuto subire da tutti: dalla stampa, dalla sua ex franchigia e da chi non ha mai creduto in lui. Siamo in Gara-6. La serie può portarsela a casa la squadra di Don Nelson o può tornare sulla parità e riscrivere una serie che è troppo romantica per vedere Davis e Josh Richardson fuori dai playoff, dopo tutto quello che hanno mostrato.

Probabilmente è una delle migliori prestazioni di squadra di sempre: l’intero quintetto degli Warriors va in doppia cifra, di cui due – Stephen Jackson e Baron Davis – sopra i venti punti. Ma non è questo che sorprende, è altro. Dirk Nowitzki viene totalmente annullato, in quasi trentanove minuti di gioco mette a referto soli 8 punti, con un orrendo 0/6 dal perimetro.

La serie se la porta a casa Golden State, la serie se la porta a casa Davis. 4-2 e secondo turno, una storia senza tempo, del senza tempo e per il senza tempo Baron Davis.



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