Il Pistolero Leggendario



Peter Press Maravich, nasce ad Aliquippa il 22 giugno 1947, e comincia a mangiare pane e basket fin dai 7 anni, quando suo padre gli regalò il suo primo Spalding.
Il papà di Pete era un’allenatore alla Clemson University e poi divenne assistente a North Carolina State University. Al momento della decisione della carriera universitaria, Pete, scelse inizialmente la sua squadra dei sogni, ovvero West Virginia University, salvo poi finire a Lousiana State University, dove “casualmente”, l’allenatore di Louisiana State University era il papà.
“L’allenamento è importante, Pete, l’allenamento…” Il piccolo Pete aveva sentito quella frase da suo padre fin da quando era un bambino.
Il volere del padre-allenatore, ex giocatore di origini serbe, era insindacabile: tra le 8 e le 9 ore di allenamento al giorno erano la regola, a cui ovviamente Pete non poteva sgarrare. Si portava il pallone ovunque andasse, perfezionando ogni tipo di trucchetto che potesse imparare da solo; purtroppo per lui però il padre gli stava comunque addosso, inventando sempre nuove mosse da allenare e portandolo addirittura in giro per gli Stati Uniti a mò di fenomeno da baraccone. Niente scuola, niente ragazze, niente religione, divertimenti, o altro: anche al cinema il piccolo Pete si portava la palla per allenarsi durante il film; nella vita di Pete Maravich ci doveva essere solo il basket, parola di papà recepita e totalmente assorbita dal figlio fin dalla tenera età.
Nei 3 anni di College Pete segna 44.2 punti a partita, supera i 50 per 28 volte e realizza un massimo di 69 punti contro Alabama. Ancora non esisteva il tiro da 3.
Realizza 3.667 punti che sono ancora oggi il record in NCAA.
Venne soprannominato “Pistol Pete” per il punto dal quale faceva partire il suo tiro.

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Il saltonei professionisti della NBA fu quantomeno ovvio, e Pistol fu scelto al draftdel 1970 con la numero 3 del primo giro dagli Atlanta Hawks, in un draft chevide scelti anche Dave Cowens, Bob Lanier, Geoff Petrie e Rudy Tomjanovich.
Le doti da realizzatore di Pete non erano dicerto un mistero per il mondo NBA, e ogni dubbio sul suo passaggio neiprofessionisti fu cancellato da una prima stagione incredibile, dove segnò 23,2punti di media e infiammò il pubblico di Atlanta con le sue giocate spettacolari.Il suo modo di giocare, però, era in forte contrasto con i due veterani e stardella squadra, cioè Lou Hudson e Walt Bellamy, che preferivano rallentare,ragionare ed attaccare a difesa schierata.
Pete però aveva un carisma incredibile, era unpersonaggio irresistibile e, soprattutto, su un campo da basket si facevaascoltare a furia di jumper in fadeaway. Giocava con il modestissimo numero 44di maglia, in onore alla propria media punti al college.
Qui però cominciarono le critiche per il ragazzoprodigio che tante teste faceva girare: mangia-palloni, esaltato,sopravvalutato… Pete non seppe reggere il grande salto dall’università all’NBAe cercò consolazione nella bottiglia.
In campo la pressione è tremenda: i media ed itifosi pretendono da lui numeri da circo ogni sera, gli avversari cercano inogni modo di fermarlo, picchiarlo, i grandi giocatori di colore come EarlMonroe o Oscar Robertson vogliono umiliarlo ed i compagni di squadra siguardano bene dal difenderlo.
Pete è tremendamente solo. Feste ed alcool sonola sua quotidianità.
Nella sua terza stagione le cose in camposembrano funzionare. Pistol e Hudson superano entrambi i 2000 punti a segno,per la seconda volta nella storia della NBA due compagni ci riescono, ma per laterza volta consecutiva Atlanta esce al primo turno dei play off. Nella suaquarta stagione cogli Hawks The Pistol è il vicecannoniere della NBA con 27.7punti a partita ma Atlanta non va ai play off ed ha un record negativo.
Il suo stato mentale peggiora sempre di più. Cercadisperatamente di avere amici in squadra portandoli nei bar o al ristorante manon sa come essere un buon amico. Nella sua gioventù non ha mai avuto bisognodi amici, i soli che ha avuto sono stati prima la palla da basket e ora labottiglia, beve fiumi di birra.
Continua a chiedersi “Perché tutti mi odiano?”in tanti iniziano a pensare che Pete sia un maniaco depressivo conatteggiamenti compulsivi.
Anche ai vertici degli Hawks c’èinsoddisfazione, lo hanno pagato una cifra mai vista prima ma la squadra nonmigliora. E non vince.
Nella NBA arriva una franchigia in espansione,proprio a New Orleans e per lanciare i Jazz quale acquisto migliore dellaleggenda della Louisiana Pete Maravich? I Jazz mandano due giocatori e quattroscelte agli Hawks in cambio di Pistol.

La squadra è scarsa ma fa tutto per supportare Maravich che nel 1977 viaggia a 31.1 di media superando i 40 per ben 13 occasioni compreso un vero capolavoro contro i Knicks in cui segna 68 punti. Sembra la svolta per lui che oltre a segnare fa impazzire le arene della NBA coi suoi passaggi e le sue incredibili doti nel palleggio ma le sue ginocchia lo abbandonano e comincia a soffrire di continui infortuni. La franchigia ha anche problemi economici e nel 1979 l’owner Sam Battistone la trasferisce a Salt Lake City.
Gioca solo 17 partite a Utah, il coach Tom Nissalke per regola non fa giocare chi non si allena e Pete spesso non riesce a farlo. Lo tiene in panchina per ben 24 partite consecutive. Nel gennaio del 1980 Pete Maravich viene tagliato ed i Boston Celtics lo prendono dalla waiver list. Il suo ruolo è di uscire dalla panchina e dare una scintilla alla partita, lo fa e per la prima volta dopo gli iniziali anni di Atlanta, Pistol torna a giocare i playoff dove perde nelle finali di conference coi Philadelphia 76ers di Julius Erving 4-1.

La sua carriera si chiude qui. Dieci anni nella NBA, 658 partite disputate, 24.2 punti e 5.4 assist di media.
Fa per due anni vita da recluso. Si disintossica dall’alcool. Poi decide di cominciare a crearsi una vita e capirne il senso. Si riavvicina al padre ed insieme a lui fa camp per ragazzini, si interessa di ufologia, pratica yoga ed induismo.
Nel 1985 suo padre si ammala di cancro alla prostata e nel 1987 le condizioni peggiorano, Pete è al suo fianco sino all’ultimo momento. Muore il 15 aprile del 1987 mentre Pete gli sussurra “Ci rivediamo presto papà”.
In questo stesso anno all’età di 39 anni entra nella Hall of Fame ed ancora oggi è il giocatore più giovane ad esserci riuscito.
Nel 1996 viene inserito nella lista dei 50 migliori giocatori della storia dell’NBA e nel 2005 è stato nominato il miglior giocatore universitario della storia.

Adesso per un momento dimenticatevi delle statistiche, dei numeri, dei punti.
Se pensiamo ai no-look ci viene in mente Magic, se pensiamo ai fadeaway ci immaginiamo Bird, se pensiamo ai ball-handling pensiamo a Isiah Thomas, e se pensiamo all’agonismo e alla creatività ovviamente Michael Jordan. Ora riunite tutto. Ecco Pistol era tutto questo.
Quasi ogni aspetto del gioco che conosciamo adesso è stato toccato e modificato da Maravich. Aveva tutto quello che si poteva desiderare in un giocatore: astuzia, velocità, due mani da pianista, rapidità di gambe, intelligenza e visione di gioco.
Una sola cosa gli mancò. La fortuna.
La carriera di Pete si interruppe bruscamente per gli infortuni, ma era chiaro che un futuro da allenatore gli si sarebbe spalancato davanti. Troppa intelligenza cestistica per non essere messa a servizio di una squadra, magari collegiale. Magari LSU, che lo avrebbe accolto a braccia aperte. Idea splendida.
Ma il destino, beffardo e bastardo, di idea, ne aveva un’altra.
Il 5 gennaio del 1988, mentre faceva una partitella con degli amici in una palestra della California, Pistol si accasciò di colpo a terra. Ogni tentativo di rianimarlo fu vano. Non aveva toccato palla da otto anni, dal giorno del suo ritiro dalla NBA, e morì con la palla in mano così come era cresciuto con quel pallone. Il suo destino.
Pistol morì a soli quarant’anni su un campo da basket. Solo pochi secondi prima esclamò “Mi sento alla grande!”. 
La causa della morte fu sconcertante: a Pistol mancava un’intera arteria coronarica. I dottori definirono la carriera cestistica di Pistol un “miracolo clinico”.
In quelle condizioni di solito si muore molto giovani e non si può praticare assolutamente sport agonistico.
Pistol lo ha fatto. Lo ha fatto in modo leggendario e rimarrà per sempre uno dei giocatori più incredibili che abbiano mai calcato un parquet.




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