The Truth



Paul Anthony Pierce nasce ad Oakland il 13 ottobre 1977. Poco dopo la nascita la madre decide di trasferirsi a Inglewood, L.A. 

Paul, grazie all’incoraggiamento della madre inizia subito a praticare sport e anche se si trova un po’ sovrappeso ha troppa passione per il basket. Anche se era solo un bambino non perde tempo e cerca di allenarsi il più possibile per trovare la forma migliore e nel 1991 finalmente entra nella Inglewood High School.

Ma la verità, al tempo, era che “The Truth” era sotto la media come giocatore di basket. E nemmeno di poco. Il primo anno non arrivò nemmeno in prima squadra, ci riuscì solo nell’anno da sophomore a malapena.

L’allenatore Patrick Roy era quello con più dubbi su Paul. Voleva cacciarlo dalla prima squadra durante la pausa estiva, ma in quel periodo vennero a mancare 5 giocatori tutti assieme e così si vide costretto a tenerlo nel gruppo ancora per un po’. Con parecchie ore di duro lavoro, Pierce migliorò moltissimo la sua tecnica, così da sopperire alle mancanze di un fisico sotto gli standard. Gli sforzi però non vennero riconosciuti dall’allenatore per diverso tempo.

Durante la prima partita del torneo estivo, Inglewood High si ritrova sotto di quasi venti punti nel secondo quarto. Verso la fine del terzo, a partita abbondantemente persa, Roy decide di far esordire Pierce con la consapevolezza che in ogni caso non avrebbe potuto compromettere nulla. Pierce segna 21 punti, con 9 rimbalzi e 6 assist in poco più di un quarto di gioco, facendo vincere la partita alla sua squadra. Non lasciò più il quintetto base. Qualche anno dopo, al termine di una partita dei Celtics a L.A., Roy si fece trovare fuori dallo spogliatoio assieme a famiglie e amici. Quando Pierce lo riconobbe richiamò l’attenzione di tutti i presenti urlando: «Signori, questo è il mio allenatore del liceo, l’uomo che mi ha fatto fuori dalla squadra».

Nel suo anno da Senior Pierce cresce moltissimo, passando da un’altezza di 1.73 m a 1.98 m, con un fisico molto più definito. Porta Inglewood ai campionati statali guadagnandosi una borsa di studio per Kansas, dove avrebbe giocato alle dipendenze del leggendario coach Roy Williams.

La sua carriera sul parquet al college risulterà molto più semplice rispetto a quella del liceo. Williams lo vede da subito come il pezzo mancante per la sua squadra e costruisce i suoi giochi attorno a lui. Paul entra nel panorama collegiale dalla porta principale vincendo il trofeo di Freshman dell’Anno nel ’96, due trofei di MVP della Big 12 consecutivi e la nomina ad All-American dopo la stagione da Junior.

Alla fine del suo anno da Junior era ormai giunto il momento di fare un balzo in avanti nella sua carriera.

Pierce venne selezionato nel Draft 1998 con la decima chiamata assoluta dai Boston Celtics, una squadra che non l’aveva provinato nemmeno una volta prima del Draft, ma che decise di scommettere comunque sul suo talento. «Quando toccò a noi scegliere» disse l’allora GM Chris Wallace, «non avevamo Pierce nel nostro piano A, né tantomeno nei piani seguenti».

Si ritrovò così a giocare quasi per caso per la squadra che aveva tanto detestato da ragazzino, a calcare lo stesso parquet di Larry Legend e Bill Russell, nel palazzetto dove si consumarono alcune delle più dolorose sconfitte gialloviola.

Dalla primissima partita Pierce provò a riempire le enormi scarpe di chi lo aveva preceduto. Segnò 19 o più punti in dieci delle prime undici partite da titolare. Finì però terzo nelle votazioni del rookie dell’anno, vinto da Vince Carter.

Dopo l’iniziale stagione da 16.4 punti di media, ne fece registrare una da 19.2 l’anno seguente, stabilendosi già al secondo anno come uno dei migliori realizzatori della NBA. Il secondo ritiro di Jordan nel 1998 diede inizio a una decade dove il talento medio nella NBA calò moltissimo, ma le punte di eccellenza rimasero tali e le prestazioni di Pierce sono ancora oggi impressionanti.

La partita che lo consegna alla storia fu una contro i Lakers, ovviamente. Quelli che erano i suoi Lakers. I Celtics persero 112-107, ma Pierce ne fece 42. Shaquille O’Neal dopo la partita prese un giornalista per il colletto, lo avvicinò al corpo indicandogli col ditone il suo taccuino e riferì la seguente frase: «Mettilo nero su bianco. Il mio nome è Shaquille O’Neal e Paul Pierce è la fottuta Verità. Firmalo a mio nome e non tralasciare nulla. Sapevo che era forte, ma non avevo idea che potesse giocare così. Paul Pierce è “The Truth”». Così nascono le leggende.

I successi però tardarono ad arrivare, specialmente quelli a livello di squadra. Nel 2002 Pierce guidò i Celtics assieme ad Antoine Walker alle finali di conference contro i New Jersey Nets, i primi Celtics decenti dopo aver draftato Eric Montross. L’allenatore dell’epoca era Jim O’Brien, a livello offensivo uno dei più insipidi dell’intero panorama statunitense.

In gara-3 i Celtics rimontarono un parziale di 21 punti nel quarto periodo. Pierce attaccò a testa bassa per tutto il quarto, andando di continuo in lunetta, mettendo a segno 19 punti dei suoi 28 totali in quei dodici minuti. Quella fu l’ultima partita di playoff vinta dai Celtics per 6 lunghi anni.

Nel 2002 venne chiamato anche a vestire la maglia degli Stati Uniti d’America per i campionati del mondo. Giocò 9 partite finendo con una media di 19.8 punti, 4.6 rimbalzi e 3.9 assist a partita.

Il 12 marzo del 2004, durante una partita persa contro gli Indiana Pacers, diventa il più veloce giocatore dei Celtics a raggiungere quota 10.000 punti in carriera.

Pierce era ormai bloccato da molti anni in una squadra con giocatori troppo giovani, troppo scarsi o tutte e due le cose. Aveva vinto la classifica marcatori un anno, ed era diventato All-Star quattro volte in quel periodo, ma i Celtics non erano mai stati nulla più di una squadra mediocre. Lui stesso era arrivato a dire, nel modo molto poco simpatico che è specialità della casa, che si trattava del «classico caso di ottimo giocatore in una pessima squadra. E questo fa schifo!». I Celtics nell’estate del 2008 decisero di mettere mano al proprio roster e cambiare tutto. Con due trade scioccanti cedettero praticamente mezza squadra per mettere le mani su Ray Allen e Kevin Garnett, due giocatori che vivevano la stessa identica situazione di Pierce in due squadre diverse. Il resto del roster fu colmato durante l’anno con veterani (James Posey, P.J. Brown, Sam Cassell) e mantenendo alcuni dei giovani più promettenti (Rajon Rondo, Tony Allen, Kendrick Perkins).

Doc Rivers saldò il gruppo con la tournée estiva in Italia, siglando quello che venne definito da alcuni “Il Patto di Roma”.

Rivers praticava un sistema offensivo, o per meglio dire un sistema filosofico, chiamato “Ubuntu”, come il celebre OS di Linux. Ubuntu è una parola africana che significa “collaborazione” e “lavoro di squadra”: Pierce si adeguò a tale sistema limitando moltissimo i tiri su cui si era costruito le sue fortune da scorer, i “long two”, in favore di un aumento di attacchi attorno al ferro e da tre punti. Inoltre, gli enormi spazi che gli venivano concessi grazie alla presenza delle altre due superstar fecero crescere in maniera significativa la sua percentuale realizzativa.

I Celtics quell’anno vinsero numerose partite grazie ad una difesa asfissiante, soffocando le avversarie una dopo l’altra, e con una regular season da 66-16 si arriva ai playoff.

I Celtics passano prima in 7 gare contro Atlanta, proprio con Pierce, autore di 22 punti nella gara decisiva. Ma non è qui che Paul farà “l’eroe”. Al secondo turno arrivano i Cavaliers di un LeBron James in rampa di lancio, e anche con Cleveland si va alla settima. Gara 7 di quella serie verrà ricordata come una battaglia epica, con LBJ da una parte e The Truth dall’altra. La spuntano i verdi, grazie a un Pierce da 41 punti 5 assist e 4 rimbalzi. Neanche i 45 di LeBron fermano Paul, con i Celtics che prendono il treno per le Conference Finals, nelle quali Garnett e Pierce, in 6 gare, liquidano i Pistons.

Si arriva alle Finals, Lakers contro Celtics. Proprio Pierce è protagonista di Gara 1, passata alla storia come “Wheelchair Game“. Perkins, in un’azione difensiva durante il terzo periodo, colpisce Pierce, che cade a terra e viene portato in spogliatoio sulla sedia a rotelle. Il Garden è in silenzio, ma pochi minuti dopo The Truth ritorna in campo, segna due triple e conduce i Celtics a una rimonta vincente. Molte sono state le voci su una possibile “finzione” di infortunio, dato il poco tempo che Pierce ci ha messo a recuperare e la naturalezza con cui correva poco dopo. Poco importa perché Boston ci mette “solo” 6 gara a battere i Lakers, e Pierce è l’MVP del primo titolo Celtico dal 1986.

Visti oggi quei Celtics possono sembrare un grande successo e anche un grande rammarico. I numerosi infortuni che li hanno bloccati nel 2009, la finale persa a gara-7 contro i Lakers (ovviamente) due anni dopo e il lento logoramento fisico dei Big Three quando la carriera di Rondo era all’apice lasciano moltissimo amaro in bocca, per quanto siano andati ad una vittoria dal tornare in finale nel 2012.

Pierce nei suoi ultimi anni al Garden è riuscito a raggiungere un traguardo impensabile, superare Larry Bird in punti segnati in biancoverde. Il record non è inaspettato se lo si guarda sotto il profilo tecnico: nelle dieci migliori stagioni realizzative messe a segno da un giocatore di Boston, Paul compare quattro volte.

Quando Ray Allen lasciò Boston per i Miami Heat nel 2012, l’era dei Big Three era ufficialmente terminata. Nella stagione seguente Danny Ainge smembrò la squadra per un futuro più roseo, spedendo KG e Pierce ai Brooklyn Nets. Prokhorov aveva promesso ai Nets un titolo entro 5 anni dal suo acquisto, e i due veterani dovevano essere il tassello mancante per l’anello. Sebbene l’età del roster rendesse scettici tutti e le promesse di titolo non vennero mantenute, la stagione di Brooklyn non fu affatto da buttare, raggiungendo un secondo turno di playoff. Pierce risultò decisivo nella serie contro una Toronto giovane e in rampa di lancio, stoppando Kyle Lowry nell’ultimo tiro di gara-7 e prendendo per i capelli una partita che stava sfuggendo di mano e vincendola nel classico stile Truth.

I Nets si arresero nel turno seguente agli Heat di LeBron, una squadra e un giocatore che negli ultimi anni gli ha restituito tutte le batoste subite in biancoverde in passato.

Alla fine della stagione diventa per la prima volta in carriera free agent, decide di lasciare Brooklyn per assumere un ruolo da veterano agli Washington Wizards.

Il rispetto che si porta a Pierce non deriva certamente da simpatie personali. Durante la sua carriera decennale infatti è stata messa più volte sotto questione la sua maturità. George Karl lo aveva criticato apertamente dopo il disastroso sesto posto degli USA ai campionati mondiali del 2002; una volta è stato espulso nei minuti finali di una partita di playoff e si è messo ad urlare in faccia a Doc Rivers.

Guardare Paul Pierce nei secondi finali di una partita, palla in mano, è una delle poche esperienze che risultano sempre sorprendenti nonostante si conosca già il risultato. In genere, in questo sport, l’ala piccola deve essere un lampo, con un primo passo esplosivo in grado di andare dietro le spalle di chiunque o saltare sopra qualche testa. Pierce non fa nulla di tutto ciò. Non è elegante nelle movenze. Non è spettacolare. Non è veloce. Non c’è mai il rischio di perdersi qualcosa di quello che fa e che solo un replay può farti apprezzare. Eppure è in grado ogni sera di portare a casa quello che vuole, che sia un jumper, una penetrazione a canestro, una difesa agguerrita o semplicemente la giocata giusta. Chiunque sia il suo marcatore, qualunque cosa faccia, non cambia mai il suo passo, la sua andatura. Mantiene il suo ritmo, muove il corpo quel tanto che basta per sbilanciare l’avversario e prendere esattamente quanto spazio gli serve. Poi punta i piedi, piega la schiena leggermente indietro e carica il tiro, senza affrettare l’esecuzione.

È difficile da descrivere, è sicuramente lontano dal concetto di “veloce”, ma non è nemmeno così vicino a quello di “lento”. Per tutta la durata della sua carriera Pierce esegue gli stessi identici movimenti, e per tanti anni chiunque lo abbia incontrato come avversario è stato costretto a pagare pegno. Uno così poteva giocare solo a Boston, dove più che lo spettacolo, più che l’eleganza, contano la grinta e la forza d’animo.

Il 17 luglio del 2017 firmò un contratto con i Celtics,della durata di un giorno, in modo da potersi ritirare come membro della franchigia di Boston. La sua maglia numero 34 è stata ritirata l’11 Febbraio 2018 diventando la ventitreesima persona onorata con questo riconoscimento nella storia dei Celtics.

Ogni volta, durante una partita che ci capiterà di osservare, e sopratutto durante un tiro allo scadere, quando la parabola della palla leggermente alta scenderà fino a dentro la retina, col rumore della sirena che riempie il silenzio dell’arena e i led rossi che illuminano il tabellone, quello è il momento in cui ricorderemo per sempre di Paul Pierce.



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