Dwyane Wade: NBA Finals 2006.



5901 St. Prairie Avenue, Chicago, Illinois.
In una strana casa costruita con contorni poco definiti, tendenti quasi al circolare, al primo piano abita Jolinda Wade. In casa c’è una forte aria di festa, poiché all’inizio degli anni ’90, Chicago è la capitale della pallacanestro mondiale, e forse è vicina ad essere anche la capitale del marketing. A Chicago vive Michael Jeffrey Jordan, che rende i Chicago Bulls una dinastia tra le più grandi di tutti i tempi. In quella casa vive invece il piccolo Dwyane Tyron Wade. Un bambino che sogna di essere Michael Jordan.
Fu affidato fin da piccolo alla più piccola delle sue tre sorelle maggiori, Tragill. La ragazza, costantemente alla ricerca di cosa potesse essere meglio per il fratellino, un giorno con la scusa di portarlo al cinema, lo fece salire sul pullman e lo lasciò alla Settantanovesima, presso la casa paterna. Con una seconda scusante dovuta al prendere degli oggetti che sarebbero potuti servire prese il pullman per il ritorno. Le sue ultime parole al piccolo Dwyane furono: “Non ti preoccupare, torno tra poco”.
Passarono i giorni, affacciato alla finestra a guardare i pullman che spostavano alla 79, con la speranza di vedere scendere la sorella. Ogni volta però, la delusione arrivava puntuale. Quello che però inizialmente video come un abbandono, a distanza di anni si trasformò in una benedizione. La vita femminile della casa materna, affiancato dalle tre sorelle lo aveva distolto, a detta dei fratellastri, dall’essere virile. Iniziarono le prime sfide nei playground, le prime scommesse con i fratellastri conclusesi sempre in costanti 1v1,…
Il papà, Dwyane Wade Sr., era più duro degli stessi figli. Nelle partite in famiglia, Dwyane era soprannominato “Lucky”, perché essendo il più basso della famiglia, ogni tiro non stoppato era pura fortuna. L’ostinazione di Mr. Wade nel far crescere come giocatori e come uomini i figli si concretizzava in uno stile di vita e di allenamento di rigore quasi militare.
I contatti sono uno degli aspetti più importanti nel gioco della pallacanestro, e il signor Wade, su questo fondamentale, di certo non si risparmiata. Dwyane finiva spesso a dover fronteggiare suo padre in post e ad ogni spinta e caduta erano consequenziali fiumi di lacrime. “Alzati, che c***o fai, ti attendi? Piangi come una femminuccia?”. Del genere erano i costanti ammonimenti del padre, contornati da risate sguaiate e prese in giro dei fratelli. E con le prese in giro e i colpi più duri, però, che emerge la voglia di rialzarsi e di tornare più forti per vendicarsi. Il piccolo Wade, stanco delle risatine di sottofondo accelera per il corridoio lasciato libero dal papà, vede il fratellone che si avvicina per rispedire l’ennesima palla tra i cespugli, salta più in alto di lui, e gli schiaccia violentemente in faccia. Colpo su colpo, presa in giro su presa in giro, stoppata subita su stoppata subita, Dwyane è finalmente diventato un uomo.
“Senza paura” così il suo allenatore Rick Fitzgerald lo ha descritto alla High School. “Un giocatore che si esalta contro gli avversari più forti e nelle partite più importanti”. Divenuto una stella della pallacanestro giovanile, Wade passa dalla Richards High School all’Università di Marquette. L’anno speso al college starà spesso lontano dai campi da gioco, ma il suo coach Tom Cream, individuando delle potenzialità non solo atletiche, ma anche mentali, fa di Wade il suo vice. Dwyane comincia a comprendere il mondo del basket anche nei suoi aspetti più tecnici e, al suo ritorno in campo, dimostra una tipologia di gioco notevolmente maturata.
Da Maruqette, così si passa alla NBA, e Wade fu selezionato come quinta scelta assoluta da una squadra in grande rebuilding: i Miami Heat di Alonzo Mourning. Quegli Heat, in NBA appena da 17 anni, avevano avuto un passato abbastanza buio alle loro spalle, e quando tutto sembrava andare per il meglio, nell’era immediatamente successiva al ritiro di MJ, le sconfitte e le delusioni distrussero il morale di una franchigia costruita per cercare di incidere. A complicare ulteriormente le cose, nel 2000, fu una diagnosi a danno del capitano Alonzo Mourning, che risultò affetto da un grave problema renale.
La figura di riferimento dell’intera franchigia era il leggendario Pat Riley, coach dei Lakers dello Showtime negli anni ’80, l’uomo che aveva sempre i capelli tirati a lucido e soprattutto aveva sempre in piano. Dopo Le innumerevoli vittorie, però, Riley con Miami iniziò seriamente a vacillare, e giunto alla semi-disperazione, nel 2003 assegnò la squadra a Stan Van Gundy, e si dedicò totalmente alla dirigenza. In quella stessa estate del 2003, però, la rinascita di cui Riley aveva tanto parlato, iniziò a prendere forma, essendo posizionata la prima pietra, quella portante, che sarebbe successivamente servita a costruire un monumento destinato a durare negli anni. Stiamo ovviamente parlando della scelta al Draft 2003 di Dwyane Wade.

L’entusiasmo e il non arrendersi mai, coltivati in età giovanile, contagiarono gli Heat, e in quel suo primo anno, furono innumerevoli gli avversari che fecero la stessa fine di suo fratello, ogni volta che provavano a bloccare una sua penetrazione.
Wade portò gli Heat ai playoffs, che, nonostante si siano conclusi al “solo” secondo turno, infusero un’ondata di entusiasmo ai tifosi di Miami, abituati ad anni di delusioni. L’entusiasmo aumentò in maniera esponenziale quando nell’estate del 2004 a Miami arrivò il centro più dominante della intera NBA: Shaquille O’Neal. Ad accoglierlo c’erano la bellezza di 15.000 persone, e la promessa di titolo di Shaq non poteva assolutamente mancare. A quel parole la folla esplose, e durante la stagione successiva esplose ancor di più nel vedere le elettrizzanti giocate del nuovo duo Wade-Shaq. Gli Heat conclusero la stagione cin il miglior record della Eastern Conference, e il ritorno di Mouring faceva già pregustare l’aria di titolo. Ad un passo dalla finale NBA, però, gli Heat si bloccarono. Avanti 3-2 nella finale della Eastern Conference contro i Detroit Pistons, Miami subì una rimonta che li costrinse a rimandare le loro speranze di titolo.
L’estate successiva, Riley portò a Miami tantissimi veterani, che nonostante la loro illustre carriera, non erano mai riusciti a vincere un anello NBA. Tra questi James Posey, Jason Williams, Gary Payton e Antoine Walker su tutti. Il coach fu ampiamente criticato per questa scelta e le critiche non cessarono a causa di un inizio di stagione complicato. L’infortunio di O’Neal complicò tremendamente le cose. Alla quarta sconfitta consecutiva, Riley fece l’ennesimo, nuovo azzardo. Se corri dei rischi puoi essere considerato un’idiota, qualora ti vada tutto male, ma puoi essere considerato un genio, qualora fai del rischio la tua arma più forte. Riley era un genio, e dopo le dimissioni di 3 anni prima da Head Coach della squadra, decise di tornare in panchina ad allenare personalmente il cast che aveva costruito.

I problemi di Miami continuarono, e un -36 a febbraio contro i Dallas Mavericks mise in serie difficoltà le pretese speranzose di inizio anno. Gli Heat giocavano senza determinazione, ma una sfuriata di Riley, sembrò riacquistare definitivamente le cose. La gara successiva, sotto di 13 nel quarto periodo contro i Detroit Pistons, Wade esplose definitivamente. Gli Heat recuperarono e Wade segnò 17 punti in fila, con tanto di buzzer beater. Il suo tabellino a fine gara segnerà 37 punti. L’iniezione di fiducia della vittoria con Detroit portò Miami a concludere in grande la stagione regolare. 52-30 il record a fine anno. Miami come seconda testa di serie affrontò i Bulls nel primo turno, vincendo agevolmente le prime due gare, compiendo però l’errore d rilassarsi a Chicago. I Bulls pareggiano la serie sul 2-2. L’infortunio di Wade in gara 5 peggiorò ulteriormente le cose. Vedendo però i suoi Heat in difficoltà, Wade decise di rientrare in campo, e l’accoppiata Wade-Shaq spezzò via Chicago nelle due gare successive. Nel secondo turno gli Heat trovarono i New Jersey Nets di Vince Carter, Richard Jefferson e Jason Kidd. Dopo una sconfitta bruciante in gara 1, però, gli Heat dominarono le 4 gare successive. In finale di Conference l’attesissimo rematch contro i Detroit Pistons infiammò gli Heat di voglia di redenzione. Nonostante i problemi di falli di Wade e Shaq, gli Heat vinsero gara 1. In gara 2 i Pistons vinsero, convinti di ribaltare definitivamente la serie a Miami. Gli Heat però, si fecero trovare pronti. Shaq eliminò 4-2 i Pistons, che lo avevano sempre fatto fuori negli ultimi due anni, e Miami staccò un biglietto per la Finale NBA. I favoriti però, erano proprio quei Dallas Mavericks del +36, che dopo una grandiosa Run nei playoffs, approdarono alle finali NBA, guidati da Dirk Nowitzki.

Gara 1: Inizio pauroso di Miami, che lasciò senza parole i Texani. Ma il vantaggio acquisito nel primo quarto a breve si sarebbe allargato ulteriormente. Jason Terry, però fece rientrare Dallas in partita sul finire del primo tempo, prima di dilagare definitivamente nel quarto periodo. 32 per Terry e 1-0 Dallas.
Gara 2: Più gli Heat cercavano Shaq, più Dallas si stringeva su di lui. La gara fu controllata dai Mavs dall’inizio alla fine della serie.
Gara 3: Gli Heat non si persero d’animo, essendo questa una situazione più volte gestita dall’aspetto Riley. La fiducia nel gruppo e nel loro allenatore era quella luce che aveva permesso di arrivare fino lì gli Heat e che aveva solo bisogno di sprigionarsi al di fuori dell’unitissimo spogliatoio. Miami comincio la partita fortissimo e, spinti dall’entusiasmo del pubblico di casa, presero in mano la partita. Il vantaggio di Miami, però, nel secondo tempo svanì in poco tempo. Dirk comincia a segnare a piacimento, e Miami nel quarto periodo va sotto di 13, ma da questo punto della serie si scatena Wade. I suoi 42 condussero Miami ad un’epica rimonta. Serie sul 2-1
Gara 4: Stessa identica storia, sulle spalle di Wade, che ne segnò 36 in faccia a Dallas, Miami pareggiò la Serie, grazie anche ad un grande contributo difensivo. I Mavs infatti furono tenuti a soli 74 punti segnati.
Gara 5: Partita tiratissima e piena di sorpassi e capovolgimenti di fronte. Unica costante? Sempre Wade. In casa dei Mavs sfoderò una prestazione da 43 punti, portando i Miami Heat al vantaggio nella serie e ad una gara dalla chiusura definitiva. La rimonta era compiuta e gli scettici erano stati silenziati.
Gara 6: I 36 di Wade non furono stranamente la parte più emozionante della gara. Infatti Nonostante un inizio difficile da solo 4/15 al tiro, Wade si accese in seguito, ingaggiando un grande duello con Nowitzki, che concluse a 29 punti e 15 rimbalzi. La gara fu tristissima fino allo scadere, ma nel quarto quarto Sali in cattedra proprio l’uomo del finale della Disney: Alonzo Mouring. Nel solo quarto periodo rifilò ben 5 stoppate ai malcapitati Dallas, proteggendo i ferri a regola d’arte. 95-92 Miami. Gli Heat sono campioni NBA per il 2006. Wade sarà giustamente premiato MVP delle finali.

Ci aveva visto proprio giusto Pat sul tanto discusso rebuilding, ma si sa, quell’uomo aveva sempre i capelli tirati a lucido e sopreattutto aveva sempre un piano.

Statistiche serie: 34.7 punti, 7.8 rimbalzi, 3.7 assist, 2.7 recuperi, 1.0 stoppate. Vittoria per 4-2 contro i Mavs che porta Miami al primo titolo della loro storia.



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