LA DURANTULA



Kevin Durant nasce il 29 settembre del 1988 a Washington D.C., cresce con i fratelli Tony e Rayvonne, la sorella Brianna, la mamma Wanda, e la nonna Barbara. Il padre li abbandona quando lui ha appena 7 mesi.
Sotto la guida del fratello Tony, Kevin si dedica a molti sport, e in particolare al basket. È altissimo sin da bambino, e la cosa gli pesa non poco. In classe viene spedito sempre in ultima fila, e il ragazzo non la prende benissimo. È la nonna Barbara a rincuorarlo, «vedrai che l’altezza è una benedizione, è solo questione di tempo».

Quando aveva 7 anni la mamma lo manda al Recreation Center della zona. A gestire questa palestra c’è Charles Craig, un uomo di appena 27 anni, dal gran cuore. Fa giocare i bambini, gli insegna le basi del basket, e paga di tasca propria le iscrizioni e le magliette di chi non ce la fa. Insegna a Kevin a giocare, ad avere fiducia in se stesso, «sei il più forte sul campo», «un giorno sarai una superstar». Charles diventa una sorta di padre per lui, un uomo buono di cui fidarsi.

Kevin cresce sempre di più, e ad 11 anni inizia ad allenarsi con i Jaguars, squadra dell’Amateur Athletic Union. Un suo compagno un giorno si presenta in palestra con un altro ragazzo, che mostra di avere parecchio talento. Muscoli, altezza, atletismo, due occhi verdi, e una testa completamente pazza. Tant’è che si fa cacciare prima della fine dell’allenamento. Mentre si allontana della palestra in anticipo, si imbatte in un cartone di pizza, che è la cena dell’intera squadra. Ovviamente non ci pensa due volte e se lo porta via. Qualche giorno più tardi Kevin incontra di nuovo quel ragazzo e gli chiede: «Ma perché?», «Avevo fame, e non sapevo quando avrei rivisto un intero cartone di pizza». Tra i due scoppia la scintilla, e così si presentano. «Piacere, mi chiamo Michael, Michael Beasley».
Da qui in poi diventano amici fraterni. Michael si fa accompagnare tutte le mattine a casa di Kevin, fanno colazione insieme, prendono il bus insieme, l’intervallo insieme, e, ovviamente, giocano a basket insieme. I risultati ve li lascio immaginare. Vincono in 2 anni tutto quello che si può vincere a quel livello.
Ma alla AAU Durant pone le basi per diventare il giocatore che è. Qui coach Taras Brown capisce il potenziale del ragazzo, ma sa bene che può tirarglielo fuori solo con il duro lavoro. Così costringe Kevin a sedute individuali di allenamento tutti i pomeriggi, e mentre tutti i coetanei si divertono al campetto in fantastici 5 vs 5, Kevin lavora sul post alto, post basso, tiro da 3, off the screen, off the dribble, difesa. E se non si impegna, se non mette tutto se stesso, coach Brown lo spedisce alla “collina”. Una salita con pendenza di 40° lunga 20 metri, che Kevin deve fare di corsa ripetutamente. Una volta il coach lo costringe a farla 75 volte, di notte, sorvegliandolo seduto in macchina mentre si leggeva un libro. Kevin non dimenticherà mai quelle notti.

Poi Durant e Beasley si separano, Kevin va alla Oak Hill Accademy, dove giocherà con Tywon “Ty” Lawson, ma la loro amicizia non finisce ovviamente, e continua tutt’oggi.

È proprio qui, alla Oak Hill, che Kevin deve superare uno dei momenti più tristi della sua vita. Già, perché un giorno arriva una chiamata che gli annuncia la morte di Charles Craig. Aveva cercato di pacificare una rissa, e qualcuno non l’aveva presa bene. Una maglietta gialla che indossava, fu la sua condanna. Lo rese facilmente riconoscibile: lo avevano freddato alle spalle, una serie di colpi nella schiena. Aveva appena 35 anni. Da qui in poi, Kevin indosserà il numero 35 in ricordo di Charles Craig, con un preciso scopo: «voglio solo far conoscere a più persone possibili il motivo per cui porto questo numero. Il mio obiettivo è ricordarlo, e tenere il suo nome in vita». Se dopo un canestro lo vedete puntare l’indice al cielo, sappiate che è per lui.

Il resto della carriera liceale di Durant finisce agli annali come la nascita di una grande promessa del basket. I numeri crescono, da 18 punti e 8 rimbalzi di media si passa a 24 punti e 13 rimbalzi. Si trasferisce alla National Christian Accademy, e qui diventa McDonald’s All-American.

L’anno dopo riceve una sfilza di proposte per giocare al college. Sceglie Texas. Ovviamente gioca in NCAA un anno solo, ma gli basta per rompere numerosi record da freshman. Tiene cifre assurde per uno al primo anno, 29 punti e 12 rimbalzi ogni palla a due. Si dichiara eleggibile per il draft 2007. Va via alla 2, destinazione Seattle Supersonics.

Inizia così, la carriera Nba di Durant: il primo anno prende parte all’ All Star Weekend nel Rookie Challenge e gioca prevalentemente come guardia tiratrice(lui che naturalmente è un Ala Piccola), ma nonostante i suoi 20,3 punti di media e il titoli di Rookie of the year, la franchigia di Seattle non va oltre le 20 vittorie stagionali. Nella stagione successiva, 2008-2009, la squadra si trasferisce ad Oklahoma City, ma i Thunder migliorano il loro record di sole 3 vittorie; Durant però, che torna al suo ruolo originale di Ala Piccola, è il 4° marcatore stagionale della lega a pari merito con Dirk Nowitzki(25,3 punti di media) e 3° giocatore più migliorato della stagione.
Le cose per i Thunder iniziano piano piano a migliorare, tant’è che nell’annata successiva, guidati da un Durant ormai leader assoluto e affermato come uno dei migliori giocatori della lega, migliorano di 27 vittorie il record stagionale e raggiungono per la prima volta i play-offs, fermandosi però al primo turno contro i Los Angeles Lakers. L’affermazione del 35 di Oklahoma City è ormai totale, visti i record che continua a migliorare e i riconoscimenti che continua a ricevere( Miglior marcatore della lega e membro dell’All NBA first team). Nelle 3 stagioni successive, nonostante un miglioramento in termini di record personali e di squadra, inizia un po’ l’ossessione di Durant: nonostante grandi Regular Season, Oklahoma non riesce a conquistare l’anello; nel 2011 vengono sconfitti nella finale di Conference 4-1 dai Dallas Mavericks, nel 2012 perdono una finale bellissima(sempre 4-1) contro i Miami Heat dei Big Three L.James, D.Wade e C.Bosh e nel 2013 si fermano al secondo turno, ai danni dei Memphis Grizzlies. Kevin a questo punto, vuole l’anello ad ogni costo!

Lavora duro, si allena tantissimo e le sue percentuali e i suoi record migliorano in continuazione. Durante la stagione 2013/14 Kevin supera il record di 40 partite consecutive con venticinque o più punti precedentemente stabilito da Michael Jordan, raggiungendo quota 41. Il 6 maggio 2014 viene eletto MVP per la prima volta e dopo Allen Iverson, il primo a conseguire l’accoppiata MVP-classifica punti.
Tutto questo impegno e questa qualità mostrata non gli hanno permesso però di conquistare il titolo nemmeno nel 2014, perdendo in finale di Conference contro i San Antonio Spurs.

Quella successiva sarà una stagione molto breve per Durant, purtroppo un problema al piede lo tiene lontano dal campo per quasi tutta la stagione riuscendo a giocare solo 25 partite. Nella stagione successiva risolto il problema al piede Durant ritorna nuovamente in finale di Conference ma l’esito non cambia. 4 a 3 per gli Warriors e niente anello anche quest’anno.
Nel 2016 scade il contratto con i Thunder e diventa free agent senza restrizioni. Decide di unirsi ai Golden State Warriors.

Scelta che il 12 giugno 2017 porterà finalmente quel benedetto anello tanto voluto da Kevin proprio contro il suo rivale Lebron James. E grazie al suo grande contributo viene eletto MVP delle Finals.
C’è una “fotografia” durante le Finals che racchiude le motivazioni di questo premio ed è durante Gara-3.
Gli Warriors erano reduci da quattordici vittorie consecutive per aprire i playoff senza subire neanche una sconfitta, un rullino di marcia che non ha eguali nella storia della lega, ma erano sotto di 6 punti a due minuti e mezzo dalla fine della partita. I Cavs avevano giocato una gara eccellente fino a quel momento ma, proprio per lo sforzo di mantenere quel livello per 45 minuti, sono crollati nel finale: un canestro in transizione concesso a Steph Curry ha aperto un parziale a cui hanno fatto seguito due errori in fila di Irving e James, quindi Durant in isolamento contro Tristan Thompson ha firmato il -2 riaprendo una partita che sembrava a un passo dall’essere chiusa. A quel punto James ha costruito un tiro tecnicamente e tatticamente perfetto per Kyle Korver, conclusione solo semi-contestata da Curry: solo ferro per lui. Arriva Durant a rimbalzo e al suo appuntamento con la storia come se non potesse andare in nessun altro modo che non fosse quello:
rimbalzo difensivo tenendo lontano Kevin Love, palleggio di sinistro per prendere slancio in semi-transizione, due palleggi di destro per risalire il campo e osservare la posizione di compagni e avversari, l’ultimo palleggio da destra verso sinistra notando che James era un metro troppo lontano, la decisione di arrestarsi in una frazione di secondo e lasciar andare il canestro del sorpasso sopra il braccio esteso del suo rivale. Solo “cotone”.
Dopo anni di battaglie contro LBJ, dopo tante stagioni a rincorrere l’anello e ad arrivare sempre secondo, segnare quel tiro avrebbe permesso a Kevin Durant di guadagnare un posto tra i più grandi del gioco, dove è sempre voluto stare sin dagli inizi. Per questo quel tiro è così importante.
Oggi la foto di quel tiro si trova nei corridoi del campo d’allenamento degli Warriors.
L’anno seguente Kevin si laurea nuovamente campione, battendo ancora i Cavaliers, diventando il sesto giocatore di sempre a vincere il premio di MVP delle Finals per due stagioni di fila.

Da quando Durant ha iniziato a giocare con Golden State ha iniziato a sviluppare anche altre parti del suo gioco. In un solo anno è diventato un difensore molto più continuo, e ha iniziato a passare molto di più la palla, ora è una superstar meno “egoista” e un uomo più consapevole di se stesso e la superiore familiarità con i compagni ci sta permettendo di vedere un giocatore universale, in grado di pareggiare la produzione offensiva con un impatto difensivo assurdo.
Pochi giorni fa a Charlotte ha vinto anche il suo secondo MVP dell’All Star Game.

Kevin è uno di quelli che da del tu al pallone e va considerato assolutamente quantomeno dello stesso livello di James, e ora che è anche riuscito a vincere, non c’è davvero nulla che Durant non sappia fare su un campo da pallacanestro: ci sono voluti tanti episodi e tanti anni per arrivare a questo, ma finalmente Kevin Durant è arrivato dove ha sempre voluto essere!



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