Michael Jordan: NBA Finals 1992-1993.



A cosa serve il miglior marcatore del mondo se non vince i campionati? Praticamente a nulla. Basket è agonismo, non solo spettacolo, e l’ossessione per la vittoria è propria solo dei grandissimi. Nel 1990, dopo l’ennesima sconfitta dei Bulls contro i Pistons, l’ossessione di Michael Jordan nei confronti della dea Nike era vicinissima a diventare pazzia. Il confine tra follia e ossessione è sottilissimo, e Jordan lo ha calcato per tutta la sua carriera senza però oltrepassarlo mai. La lucidità con cui i Bulls e Jordan in primis affrontarono l’ennesima stagione dopo una delusione fu a dir poco disarmante. La leadership di MJ in tutti i lati del campo portò i Bulls al miglior record della loro storia. Infatti la franchigia dell’Illinois finì prima nella Eastern Conference con un record di 61-21 e spezzò via 3-0 e 4-1 rispettivamente Knicks e Sixers nei primi due turni dei Playoffs. In finale di Conference però la nemesi dei Bulls si riaffacciava pronta per affermare per l’ennesima volta la supremazia contro Jordan e compagni. Dopo gli insuccessi precedenti, però, i Bulls lasceranno i Pistons letteralmente annichiliti. Il team di MJ chiuderà la serie con un secco sweep, garantendosi la possibilità di poter lottare per il titolo per la prima volta nella loro storia. La prima finale di MJ, per ironia della sorte, coincise con l’ultima di Magic Johnson, e la vittoria del primo sul secondo, venne vista da tutti come un passaggio di testimone.

Ora la lega era ai piedi di MJ, che però se vuole davvero entrare nell’Olimpo dei più grandi deve vincere di nuovo.
•1992
La stagione successiva fu ancora migliore della precedente per i Bulls. L’inizio fu a dir poco pauroso e la squadra di MJ concorreva per diventare la prima squadra di sempre a tagliare il traguardo delle 70 vittorie. Il nervosismo e la pressione però, porto i Bulls a perdere più partite in fila, e in un doppio Overtime contro Utah, Jordan perse letteralmente la testa, facendosi espellere. Dopo l’All-Star Weekend di San Antonio, però, i Bulls tornarono sereni, iniziando a non pensare più al record, che ormai sembrava definitivamente sfumare.
I Bulls chiusero con un record di 67-15, ovviamente finendo al primo posto ad Est. Jordan, miglior marcatore della NBA per il sesto anno consecutivo, vinse anche il suo terzo premio di MVP.
Un facile 3-0 contro i Miami Beat al primo turno, porterà i Bulls contro un avversario ben più ostico al secondo turno. La fisicità dei Knicks stimolerà ancora di più Jordan. Nessuno avrebbe mai pensato a dei Bulls così in difficoltà, e soprattutto nessuno avrebbe mai potuto immagimare una serie da 7 partite. Jordan si mostra un vero leader, e dopo 7 estenuanti, ma meravigliose gare, i Bulls sono in finale di Conference, e dopo sei gare contro i sorprendenti, ma comunque non sufficienti Cavs, i Bulls sono di nuovo in finale.
Gli sfidanti sono i Portland Trail Blazers, e nella finale ci sarà un “duello nel duello”, per decretare chi fosse la miglior guardia in NBA. L’avversario di Jordan è il motivo per cui Sam Bowie è stato scelto con la seconda chiamata nel Draft 1984, a discapito dello stesso Jordan. Stiamo ovviamente parlando di Clyde “The Glyde” Drexler. L’hype è alle stelle, e tutta l’America è ansiosa di vedere una sfida attesa da anni.

Gara 1: il duello è a dir poco senza senso. Drexler chiuderà a 16 punti, mentre Jordan era a 18 dopo il solo primo quarto. Il #23 era spesso stato criticato per la sua scarsa attitudine a prendere triple. Ovviamente il tentativo di smentire il mondo viene accolto positivamente da MJ, che inizia a tirare da 3 come stesse tirando i liberi. Il canestro, agli occhi di Jordan era largo come un Buco Nero. Alla sesta tripla segnata, Jordan si volta verso arbitri e pubblico e si stringe sconsolato nelle spalle, quasi a voler dire “Non so cosa stia succedendo, non riesco a sbagliare”.

6 triple in un tempo sarà record ogni epoca per le finali NBA e i punti segnati dalla guardia dei Bulls all’intervallo saranno 35, ancora record ogni epoca, questa volta per punti segnati in un tempo in una serie finale. Jordan chiuderà la partita con 39 punti e un mostruoso +32 sui Blazers.
Gara 2: Jordan si ripete, con altri 39, ma questa volta la spuntano i Blazers, che guidati dai 26 di Drexler e dai 24 di Porter, chiuderanno la gara in vantaggio per 115-104.
Gare 3-4: Una vittoria a testa per le due squadre, i Bulls in gara 3 nonostante i 32 di Drexler, e i Blazers in gara 4 nonostante i 32 di Jordan. Si torna allo United Center in parità sul 2-2.
Gara 5: Vinci e riconfermati, solo così sarai ricordato da tutti. Se perdi, verrai dimenticato in fretta. Jordan questo lo sa molto bene, e la sua gara 5 sarà degna di entrare nella leggenda. Il tabellino reciterà 46 punti, e i Bulls, grazie anche alla sfiorata tripla doppia di Pippen (24-11-9) porteranno a casa Gara 5.
Gara 6: I campioni in carica sono ad una gara dalla riconferma. E figurati se Michael Jordan butta via l’occasione di chiudere la serie il prima possibile, dopo 104 estenuanti gare tra regular season e playoffs. In questa gara però, Michael non sembra lo stesso; è stanco e i tiri non entrano, non riesce ad essere esplosivo e i Bulls sono in serie difficoltà. Phil Jackson allora, da allenatore leggendario quale è, attua una mossa a dir poco ardita. Jordan viene richiamato in panchina e i Bulls provano a cavarsela con il secondo quintetto. I ruoli si sono invertiti. Il 23 tifa in panchina e la classe operaia è salita in paradiso. Jordan allora chiede a Jackson di rimetterlo in campo, e l’esito della gara si indirizza sempre più decisamente verso la città del vento. Il finale di partita vede un super Jordan che veste il ruolo di “Closer”, il classico giocatore che serve a chiudere le partite. Altri 33 in faccia ai Blazers e i Chicago Bulls sono campioni NBA per il 1992. Back to Back per Jordan, che però ora vuole il three peat.

Statistiche serie 1992: 35.8 punti, 6.5 assist di media. Record di punti segnati in un tempo e record di triple segnate in un tempo in una finale NBA. Vittoria sui Blazers per 4-2.
•1993
Ovviamente i Bulls vogliono entrare nella storia, provando a diventare una delle poche squadre capaci di vincere un three peat. La stagione però non cominciò nel migliore dei modi, e l’opeming night contro gli Hawks fu sicuramente deludente. I Bulls sono fisicamente e psicologicamente poco pronti al rientro, e soffrono le squadre avversarie più del previsto. La paura di affrontare i Bulls sembra quasi scomparsa, e l’aura di invincibilità che avvolgeva i ragazzi di coach Phil Jackson si era dissipata. L’incostanza della stagione, però non aveva abbattuto di morale Chicago, che continuava comunque a mostrare sprazzi di totale dominio e giocate da Showtime. I Bulls chiudono la stagione con il terzo miglior record della lega, 12 in meno rispetto alla stagione precedente, però la fiducia nei loro mezzi non è assolutamente calata.
Nel primo turno di playoffs gli avversari saranno gli Atlanta Hawks, che però verranno trattati in modo ben diverso dall’opening night. In difesa i Bulls sono a dir poco rocciosi, e in attacco sanno trasformare in punti i frutti che la difesa ha dato loro. I Bulls tornarono quelli degli anni precedenti, come se avessero considerato la regular season come un banale terreno di passaggio e avessero tenuto in serbo tutte le energie per i playoffs. Il 3-0 rifilato ad Atlanta li portò ad affrontare i malcapitati Cavaliers nel secondo turno.
I Cavs si erano attrezzati con il cosiddetto “Jordan Stopper”, Gerald Wilkins, fratello di Dominique, appena lasciato alle spalle nel primo turno contro Atlanta. Mj e compagni, però, sapevano bene che Gerald avrebbe fatto esattamente la stessa fine del fratello…
Michael non è minimamente arrestabile, e sembra voler mettere le cose in chiaro sin da gara 1. 43 in faccia a Wilkins e ai Cavs. In casa Bulls si presagiva già l’odore di sweep. In gara 4 i Cavs provano a reagire, e finiscono sopra di uno a 13 secondi dal termine. Ricordando il famoso “The shot” segnato proprio a Cleveland qualche anno prima, MJ riceve palla e inizia a fronteggiare il difensore in post. Poi si butta indietro e lascia andare il tiro. Swish… come da previsione lo sweep arriva e Bulls si portano in finale di Conference. Lo scontro è ancora una volta contro i Knicks, e di sicuro la serie sarebbe stata ben più dura delle due precedenti. Jordan è ovviamente il pericolo principale, e nessuno dei Knicks vuole affrontarlo direttamente. Nessuno tranne il più piccolo del gruppo: John Starks. La difesa della guardia dei Knicks sarà la migliore mai esercitata su Jordan, oltre ad una grande mano fornita anche in attacco. I Knicks sembrano superiori e si portano subito sul 2-0. Starks metterà il sigillo su gara 2 con una giocata memorabile, penetrazione, salto in due tempi, e poster su Michael.

Gara 3 si gioca a Chicago, e ai Bulls non andava di perdere davanti al pubblico di casa. I Knicks saranno storditi dalla rapidità di esecuzione di Chicago, che non permetterà mai a New York di entrare in partita. 103-83. Con questo +20 i Bulls riacquistano fiducia, anche perché ottenuto senza un Jordan stellare. Michael è stato contenuto per tre partite, e sente la necessità di doversi scrollare le tre gare precedenti, recuperando nella quarta tutto quello che non era riuscito a fare prima. La retina a furia di essere sfregata dal pallone che scendeva sembrava sempre più vicina ad usurarsi. Jordan fece vedere a Starks che semplicemente non gli si potevano porre dei limiti. A fine partita Jordan piega la schiena in avanti, e appoggia le mani sulle ginocchia. Si volta verso la panca e incrocia lo sguardo con Phil Jackson. I due si sorridono, facendo trapelare chiaramente espressioni diverse con significato analogo (Per intenderci; Phil Jackson: “Mike sei proprio un figlio di p*****a” / Michael Jordan: “Phil, sono proprio un figlio di p*****a”).
Gara 5 sarà l’atto decisivo al Madison Squadre Garden. L’equilibrio durerà per tutta la partita, fisica, intensa e spettacolare. I Bulls arriveranno sul +1 nel finale di partita, ma l’ultimo possesso spetta ai Knicks che ora però vanno contenuti. 17 secondi dal termine, palla in mano a Starks, pensa al tiro, poi cambia idea in aria, passa a Ewing.che serve Smith sotto canestro. Allora la difesa di Chicago si chiude come una saracinesca. Smith verrà stoppato e prenderà il rimbalzo, subendo nuovamente una stoppata. Questa azione a di ripeterà per almeno 5 volte, finché Jordan non arriva per primo su una palla vagante, servendo BJ Armstrong, che scappa in contropiede e regala il layup della vittoria ai Bulls che ora torneranno a Chicago con la serie in controllo. A Chicago non c’è storia, e la sicurezza dei Knicks dopo la sconfitta precedente era stata messa a dura prova.
La finale NBA è cosa fatta per il terzo anno consecutivo. L’ultimo ostacolo ora sono i Phoenix Suns dell’Mvp in carica Charles Barkley.
Gara 1: Phoenix apre una finale in casa per la prima volta nella sua storia. Sembrano abbastanza rilassati, ma non esiste errore più grande di sottovalutare i Bulls. In gara 1 Chicago è superiore su entrambi i lati del campo. Chicago parte fortissimo e quando sul finale Phoenix accenna una rimonta, i ragazzi di Phil Jackson rimandano bruscamente quel tentativo indietro. I 31 di Jordan guideranno Chicago sull’1-0.
Gara 2: I Suns non si arrendono e in gara 2 il loro inizio lascia i Bulls a dir poco spiazzati. Jordan, però, non vacilla, e guida i Bulls ad una grande rimonta. Ad un certo punto della partita, Sir Charles si avvicina a Jordan e lo sfida in un duello nel duello per il controllo di partita e serie. Ogni punto di Jordan vie

ne puntualmente ribattuto da Barkley. Le due stelle danno spettacolo come poche volte si era visto in una finale, ma i Bulls arrivano sul finale di gara 2 in vantaggio nel finale. Chuck non può permettersi di finire sotto nella serie per 2-0. I Suns non si perdono d’animo e tentano la disperata rimonta sul finale di partita. A mettere la parola fine alla rimonta, è però Scottie Pippen, che con la stoppata su Danny Ainge stoppa anche le speranze di Phoenix, che diventa la prima squadra a perdere gara 1 e 2 in casa in finale. I due leader hanno fornito al pubblico una prestazione meravigliosa, segnando 42 punti a testa, ma lo spettacolo non è ancora finito. Anzi il meglio deve ancora arrivare.
Gara 3: Phoenix alza esponenzialmente il livello del proprio gioco, mettendo in marcatura su Jordan la loro stella Kevin Johnson. In attacco Phoenix è inarrestabile, e nonostante i 44 di un solito meraviglioso Michael Jordan, Phoenix porta 6 giocatori in doppia cifra, guidati soprattutto dai 24 di Barkley, i 25 di Johnson e i 28 di Dan Majerle. Chicago, però rimonta, e un’errore madornale di Phoenix a causa di una chiamata di timeout, annullerà una schiacciata in campo aperto che avrebbe facilmente dato la vittoria alla formazione occidentale. Invece Barkley sbaglierà il tiro allo scadere sul 103 pari, e così sarà Overtime. Il pubblico è entusiasta, i giocatori spossati, e Phoenix decide di scappare via una volta per tutte.
Phoenix porta a casa Gara 3 e accorcia le distanze sul 2-1.
Gara 4: L’entusiasmo è tutto dalla parte dei Suns. Ovviamente questo è il momento in cui emergono i campioni, e Michael Jordan è un campione, che cerca di diventare leggenda. Charles Barkley metterà a referto una prestazione sublime: Una tripla doppia da 32-12-10, ma la scena è tutta di Jordan. A pochi secondi dalla fine BJ Armstrong recupera un altro pallone che consegna nelle mani di MJ. Ovviamente quel pallone accarezzerà il fondo della retina allo scadere dopo un cosiddetto circus shot con tanto di fallo e potenziale gioco da 3 punti. Grazie a quella giocata il tabellino di Jordan sale a quota 55. Serie sul 3-1 Bulls, che ora iniziano già ad intravedere lo striscione del traguardo.
Gara 5: Phoenix ha più energie e domina Chicago a casa sua. Jordan prova a mantenere i suoi in partita, ma senza successo. I suoi 41 saranno inutili. I Suns vincono ed ora hanno la possibilità di pareggiare la serie in Arizona.
Gara 6: La pressione è tutta sui Bulls, che inizia però gara 6 con un vero e proprio bombardamento oltre la linea dei 3 punti. Phoenix non vuole essere eliminata, e cerca in tutti i modi un disperato tentativo di rimonta. La grinta dà gli effetti sperato, e Chicago sbanda vistosamente. I Bulls ormai non riescono più a segnare, mentre a Phoenix entra tutto. I Suns costringono 3 volte i Bulls a perdere palla per infrazione dei 24 secondi, sintomo della difesa soffocante che avevano messo in atto. Phoenix completa la rimonta e sale avanti di 4 sul 98-94. Gara 7 è ormai dietro l’angolo. Michael recupera e segna in layup. Dopo una buona giocata difensiva il possesso finale è di Chicago, sotto per 98-96. Michael viene raddoppiato, allora a gestire il possesso e Pippen, che dopo una penetrazione riapre per John Paxson che tira con metri e metri di spazio. Canestro. 99-98 Bulls. Questo è il primo punto dei Bulls nel quarto periodo che non venisse dalle mani di Jordan.

Phoenix ha ancora tempo e a prendere il tiro è Kevin Johnson che penetra, ma viene stoppato da Horace Grant, che vince così il titolo 1993 per i Chicago Bulls.
Il three peat è completato, e Jordan viene eletto MVP delle finali in tutte e tre le edizioni. Ovviamente in questa più di ogni altra, avendo messo su cifre non immaginabili da esseri umani.
Statistiche serie: 41.0 punti, 8.5 rimbalzi, 6.3 assist, 1.7 recuperi. Vittoria per 4-2 sui Phoenix Suns.



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