Scottie Pippen, più che un secondo violino.



Scottie Pippen nasce ad Hamburg, nell’Arkansas, il 25 settembre del 1965.

La sua infanzia non fu molto felice infatti era il decimo di dieci fratelli e abitava in una piccola casa con due sole camere da letto. A mandare avanti la famiglia erano la madre e il padre. Proprio quest’ultimo un giorno venne colpito da un infarto che lo constrinse a restare su una sedia a rotelle in condizioni gravissime. Fu la madre a rimboccarsi le maniche, lavorando 7 giorni su 7, e poi pian piano che uscivano dal High School anche i fratelli e le sorelle davano una mano in casa. Ronnie Pippen, un fratello maggiore, decise di intraprendere la carriera sportiva però mentre faceva allenamento si ruppe la schiena con conseguente paralisi e quando fini’ L’high School non ricevette nessuna borsa di studio da parte di College e di sicuro lui non poteva permettersi di pagarsi la retta, così il suo coach chiamo’ l’allenatore di Central Arkansas (l’universita’ piu vicina) e lo scongiuro’ di prendere Pippen. Scottie ottene la borsa di studio ma in cambio dei soldi non doveva giocare ma fare il Team Manager della squadra di Basket. 

Fra i suoi compiti c’erano asciugare con lo spazzolone il pavimento dal sudore, fare il raccattapalle, raccogliere le maglie bagnate e sudate per portarle a lavare o lavarle lui stesso.

Svolse il suo compito per quasi un intera stagione. Alla fine dell’anno alcuni dei titolari s’inforturano e il Coach decise di mandarlo in campo giusto per fare numero. Dopo un paio di partite il suo corpo inizio a crescere, il suo fisico a irrobustirsi, il suo talento grezzo venne fuori e nel secondo anno di college divento’ prima titolare e poi il miglior giocatore della squadra. 

Sfortunatamente per Pippen, il piccolo College a cui era iscritto non faceva parte del circuito NCAA, non avendo così occasione di confrontarsi con i migliori talenti del basket Usa, ma le sue prestazioni, non passarono inosservate ai vari scout sparsi per gli States, sopratutto alla dirigenza dei Bulls che mandò uno scout ad Arkansa per dare un occhiata a Pippen. Lo scout dei Bulls rimase impressionato dal telento grezzo e delle lunghe braccia di Scottie, ma nonostante ciò era sicuro che non sarebbe stato scelto con un numero alto nel Draft.

Sarebbe stato cosi’ ma Pippen gioco’ in modo straordianario al Predaft Camp mettendosi in mostra davanti anche alle altre squadre. Le sue quotazioni salirono di molto, Chicago pero’ non voleva perdere questo talento grezzo, cosi’ si mise d’accordo con Seattle a scambiarlo con Olden Polynice ed una futura opzione.

In quella sessione estiva, Chicago si aggiudica così, oltre a Pippen, anche l’ala grande/centro Horace Grant, in modo da completare un quintetto che già aveva nel playmaker John Paxson e nel centro Charles Oakley i suoi punti di forza, oltre a “Sua Maestà” Jordan, ovviamente.

I risultati non tardano ad arrivare, e i Bulls superano per la prima volta nell’era Jordan lo scoglio del primo turno dei playoff, ma sulla costa orientale vi sono ancora due franchigie dure a morire, vale a dire i Boston Celtics di Larry Bird ed i “Bad Boys” di Detroit, con questi ultimi campioni nel 1989 e ’90, in entrambi i casi dopo entusiasmanti sfide con Chicago per la supremazia nella Eastern Conference.

Ed è proprio la Finale di Conference del ’90, conclusa 4-3 per Detroit, a convincere Phil Jackson che i tempi sono maturi per provare l’assalto al titolo, vista la crescita di Pippen, e di Grant, così da poter concedere una maggior libertà di azione a Jordan.

Inserito nel quintetto iniziale di tutte le 82 gare di regular season, Pippen disputa nel 90 una media di 38,4 minuti a partita, arrivando a 16,5 punti, 6,7 rimbalzi, 5,4 assist, 2,6 palle rubate ed 1,2 stoppate le proprie percentuali e che si alzano nei playoff a 19,3 punti. 7,2 rimbalzi e 5,5 assist di media a partita, così da diventare il partner ideale per Jordan.

Il punto chiave di Pippen nello scacchiere tattico di Jackson sta nella sua duttilità a ricoprire una molteplicità di ruoli e tutti ad alto livello, nonché in una straordinaria abilità nel rubar palla, il che gli consente di innescare il contropiede di Jordan, che in campo aperto è immarcabile.

Con una percentuale al tiro sempre intorno al 50%, Pippen verrà definito, a fine carriera, come un giocatore in grado di dirigere un’azione offensiva come un playmaker, di andare a rimbalzo come un’ala forte, di segnare alla stregua di una guardia e di difendere sul perimetro come pochi altri, in poche parole la descrizione ideale del perfetto cestista.

Questo per spiegare quanto sia stata determinante la sua presenza al fianco di Jordan nei due “Three peat” conquistati.

Per la prima volta nella loro storia, i Bulls superano le 60 vittorie nella stagione regolare, il che garantisce loro il vantaggio del fattore campo nei confronti dei Celtics, secondi, e dei Pistons, terzi, grazie al perfetto connubio tra Jordan e Pippen che, in coppia, rubano più di 5 palloni di media a partita, andamento confermato anche nei playoff, dove New York e Philadelphia vengono spazzati via, 3-0 e 4-1, rispettivamente, prima della resa dei conti contro Isiah Thomas ed i suoi Detroit Pistons per la Finale di Conference.

Con MJ a bombardare la retina dei Pistons e Pippen a rivaleggiare con Grant sotto canestro con una media di 7.8 rimbalzi a partita nella serie, i bicampioni sono costretti ad abdicare sotto un umiliante 0-4 che suona come la più dolce delle rivincite per Chicago.

Il più era fatto, anche perché, sulla costa ovest, Magic Johnson aveva speso i suoi ultimi spiccioli di gloria eliminando nella Finale di Conference i Portland Trail Blazers, che avevano il miglior record assoluto della stagione, così consegnando a Chicago il vantaggio del fattore campo per quella che è la prima Finale per il titolo assoluto nella storia della franchigia.

L’esperienza, in questi frangenti, qualcosa deve pur contare, ed i vecchi marpioni di Los Angeles la mettono a frutto sorprendendo Chicago in gara-1 andando a vincere 93-91 sul parquet dell’Illinois, ma proprio questa sconfitta ha il risultato di togliere la pressione dalle menti dei giocatori di Jackson, i quali non concedono più nulla agli avversari nei successivi quattro incontri, pareggiando la serie sul 107-86 di gara-2 per poi andare ad espugnare per tre volte consecutive in cinque giorni il Forum di Inglewood, con la fondamentale gara-3 risolta 104-96 al supplementare, dopo che i Bulls avevano iniziato l’ultimo quarto sotto di 6, 66-72, grazie ai 29 punti di Jordan ed ai 13 rimbalzi di Pippen. Anche lo “Show time” di Magic è costretto ad arrendersi.

La “macchina perfetta” di Phil Jackson non conosce ostacoli nella successiva stagione, chiusa con un record di 67-15 da garantire il vantaggio del fattore campo in ogni turno dei playoff dove, un po’ inaspettatamente, li attende, dopo un facile 3-0 sulla matricola Miami, un ostacolo costituito dai New York Knicks che si rivela molto più ostico di quanto fatto vedere nei quattro incontri di “regular season”.

Scampato il pericolo, grazie ad un Pippen che sotto canestro limita al meglio il colosso di New York, Pat Ewing, con i suoi 8,3 rimbalzi di media nella serie, arrivati a 10 in gara-5 ed ad 11 in gara-7, Chicago rimedia ad un passaggio a vuoto in gara-2, sconfitta interna per 81-107, delle Finali della Eastern Conference contro i Cleveland Cavaliers, chiudendo la serie sul 4-2 – Jordan 31,7 punti e 6,3 assist di media, Pippen 19,8 punti ed 11,2 rimbalzi a partita – per andare ad affrontare Portland nella sfida per il titolo mancata l’anno prima, ma potendo contare sul vantaggio del fattore campo.

La sfida conclusiva si risolve nell’atteso duello tra le due guardie, Jordan da una parte e Clyde Drexler dall’altra, con MJ ad avere la meglio con i suoi 35,8 punti di media nella serie, caratterizzata dall’exploit in Oregon per 119-106 in gara-5 dove mette a segno 46 punti, ben coadiuvato da Pippen con 11 rimbalzi e 9 assist. Bulls che rischiano, con le ultime due gare da disputare sul parquet amico con la serie sul 3-2 in loro favore, di buttare tutto alle ortiche con una sciagurata prestazione in gara-6 che li vede sotto di 15 lunghezze, 64-79, all’inizio dell’ultimo quarto, con il geniale Jackson a cavar fuori dal cilindro la mossa psicologica di far partire nel parziale conclusivo un quintetto con quattro riserve ed un unico titolare, e chi, se non Scottie Pippen, capace di catalizzare su di lui ogni azione di gioco.

Detto fatto, nell’arco di tre minuti lo scarto è ridotto a soli 3 punti e Jackson può rimettere nella mischia un Jordan riposato e, soprattutto, stimolato dal confronto con il compagno per il parziale di 33-14 con cui si conclude il quarto per il 97-93 che consegna a Chicago il suo secondo titolo.

I Bulls concludono la stagione del 1993 con il secondo miglior record, 57-25, di Conference, ed il terzo assoluto, il che li pone nella condizione, dopo aver passeggiato nei primi due turni di playoff contro Atlanta 3-0, e Cleveland 4-0, di dover concedere il vantaggio del fattore campo sia ai Knicks nella Finale della Eastern Conference che ai Phoenix Suns nell’eventuale sfida per il titolo.

I Knicks vogliono riscattare la sconfitta dell’anno precedente e si portano sul 2-0 sfruttando al meglio le prime due gare al Madison Square Garden, con i Bulls ad impattare la serie con il 103-83 di gara-3 con Pippen top scorer con 29 punti ed il “personal show” di Jordan, 54 punti, nel 105-95 di gara-4, per poi toccare a B.J. Armstrong prendersi l’onore del canestro da tre punti che decide 97-94 gara-5 e quindi rendere vani i 26 punti e 13 rimbalzi di Ewing nella sconfitta dei Knicks per 88-96 a Chicago che manda per la terza volta consecutiva i Bulls in Finale, al termine di una serie che vede Pippen mettere a referto 22,5 punti e 6,7 rimbalzi di media.

Costretti a confrontarsi con un’altro fenomeno come Charles Barkley all’apice della propria carriera, i Bulls compiono l’impresa di aggiudicarsi i primi due incontri in Arizona – con gara-2, chiusa sul 111-108, che vede Jordan e Barkley dividersi la palma del “top scorer” con 42 punti a testa – prima che andasse in scena “l’incontro che nessuno vuol perdere”, sotto forma dell’infinita gara-3 in cui ad ogni fine quarto nessuna delle due squadre ha un margine superiore ad un punto e che risolve dopo tre tempi supplementari con i Suns ad espugnare Chicago per 129-121 nonostante i 44 punti di Jordan.

MJ che deve far ricorso agli straordinari, mettendone a segno 55 nel successo per 111-105 di gara-4, necessari per arginare la devastante furia di un Barkley autore di una impressionante tripla doppia (32 punti, 12 rimbalzi e 10 assist), ma i suoi 41 punti in gara-5 risultano insufficienti ad impedire che i Suns riequilibrassero le sorti della serie quanto a fattore campo, espugnando per la seconda volta il parquet avversario e portandosi così sul 2-3 con la prospettiva delle due ultime sfide alla “America West Arena”, in Arizona.

Il rischio di dover arrivare a gara-7 va scongiurato ed i Bulls sembrano avviati a concludere la serie allorché si portano sull’87-79 a fine terzo quarto, grazie anche al determinante apporto di Pippen con i 23 punti ed i 12 rimbalzi messi a referto, ma gli ultimi 12 minuti stanno per rovinare tutto, con un parziale di 19-7 per il vantaggio Suns di 98-94 prima che un canestro di Jordan ed una tripla allo scadere di Paxson sigli il sorpasso per il 99-98 che consegna a Chicago il terzo titolo consecutivo, un evento che nella NBA non si verificava dai tempi dei Boston Celtics di Bill Russell e Red Auerbach.

Ed eccoci giunti al momento clou della nostra storia, costituito dal primo abbandono delle scene cestistiche da parte di Jordan, con il mondo del basket e chiedersi che cosa ne sarà dei Bulls, privi del loro indiscusso leader, il cui ruolo tocca ora al “secondo violino” dell’orchestra di Phil Jackson, Scottie ovviamente.

A compensare l’assenza di Jordan, i Bulls ingaggiano un giovane europeo, il croato Toni Kukoc, e, guidati dal nuovo leader Pippen, il quale, con l’opportunità di muoversi libero dall’ombra di Michael, fa segnare i propri record personali per singola stagione con 22 punti ed 8,7 rimbalzi di media a partita, ottengono un record inaspettato di 55-27, pur se ai playoff l’assenza di Jordan risulta determinante contro New York, con Chicago sconfitta 3-4 in una emozionante e combattuta sfida.

Il rientro di Sua Maestà nella parte finale della “regular season” del 95 non è sufficiente a far andare i Bulls oltre il secondo turno dei playoff, ma pone le basi per la più sensazionale stagione nella storia della franchigia, con Michael e Scottie a voler dimostrare all’universo del basket quanto la chimica esistente tra di loro non si sia minimamente scalfita.

Come poter, diversamente, considerare una stagione in cui Chicago piazza un impressionante record di 72 vittorie contro appena 10 sconfitte in “regular season”, con un quintetto dove Jordan e Pippen sono gli unici reduci del precedente tris, con Steve Kerr a sostituire Paxson in regia, il già ricordato Kukoc come ala piccola e con un Denis Rodman in più a dare una mano a Pippen nel catturare rimbalzi, nel mentre il centro Luc Longley sembra quasi uno di più, messo in campo proprio perché non se ne può fare a meno.

Tutti sanno quanto smisurato sia l’orgoglio di Jordan, e voler dimostrare a tutti che i quasi due anni di inattività non hanno scalfito la propria fama di miglior giocatore di ogni epoca, fa sì che i play off si risolvano in poco più di una passeggiata, con Miami 3-0, New York 4-1 ed Orlando 4-0 a far poco più che da comparse, prima che una leggera, maggiore resistenza la oppongano i Seattle Super Sonics nella sfida per il titolo, peraltro già decisa dopo che i Bulls portano la serie sul 3-0 prima del 4-2 definitivo, che vede Jordan primeggiare quanto a punti (27,3), Rodman a rimbalzo con 14,7 e Pippen primo per assist, 5,3 a cui unisce anche 15,7 punti ed 8,3 rimbalzi di media, a dimostrazione che, a dispetto dei 30 anni compiuti, la sua caratteristica di giocatore completo non tende ad affievolirsi, così come il suo contributo alla causa di Chicago non viene meno nel secondo “Three peat” del triennio 1996-’98, in entrambi i casi superando in Finale proprio gli Utah Jazz, prima che la celebre coppia formata da Michael e Scottie abbandoni la franchigia dell’Illinois, lasciando nella mente di chi ha avuto la fortuna di assistere dal vivo alle loro imprese un ricordo indelebile.

Pippen, dopo una stagione ad Houston, si trasferisce per un quadriennio a Portland, dove nel 2000 fallisce di un soffio l’accesso ad una settima Finale per il titolo, con i Trail Blazers sconfitti 84-89 in gara-7 dai Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal dopo aver sprecato un vantaggio di 16 punti, sul 71-55 a loro favore, prima di chiudere la carriera nel 2004 con una passerella davanti al proprio pubblico, indossando per una ultima volta la canottiera biancorossa dei Chicago Bulls.

Il 9 dicembre 2005 i Bulls ritirarono la sua maglia numero 33 in onore della sua grande carriera.

Scottie Pippen è comunque stato il più grande, nel suo genere. Un giocatore per palati fini della palla a spicchi. L’uomo-squadra che tutti gli allenatori vorrebbero in squadra, che tutti i giocatori vorrebbero come compagno, che tutti gli appassionati di basket amano alla follia. Il miglior difensore, il miglior organizzatore di gioco, il miglior tiratore – ma solo quando serve davvero tirare, mai forzato un tiro, lui – due metri e zerotrè di pura utilità, senza nemmeno un grammo di follia. 

Le statistiche e i titoli di Scottie Pippen a fine carriera recitano:

Fa parte dei 50 giocatori piu forti di tutti i tempi (inserito nell’NBA @ 50).

Ha vinto 6 titoli Nba (1991/92/93/96/97/98).

E’ stato inserito 7 volte nel All Nba Team (dal 1991-92 al 1997-98).

E’ stato inserito 10 volte nel All Defensive Team (dal 1990-91 al 1999-00).

In tutta la sua carriera ha segnato 18.115 punti.

E’ il 2° giocatore di tutti i tempi dei Bulls per gli assist (4444) e i punti fatti (14987).

E’ stato chiamato a partecipare a 7 All Star Game (1990, 1992-97).

E’ stato M.V.P del All Star Game nel 1994 (29 pts e 11 rb).

Era nel Dream Team I cha ha vinto l’oro a Barcellona nel 1992.

Era nel Dream Team II che ha vinto l’oro ad Atlanta nel 1996.



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