Michael Jordan: NBA Finals 1997-1998



Dopo Le finali del 1993, la vita di Michael Jordan ha preso una piega molto diversa da quella che caratterizzava i suoi primi anni in NBA. La fame di vittorie andava scemando, e ne lui ne Phil Jackosn avevano la capacità di trovare nuove sfide. Il periodo buio del più grande fenomeno dello sport e del merchandising mondiale però, non nascondeva solo un lato meramente sportivo e agonistico, ma soprattutto un problema umano. Il padre di Michael, James Jordan, la sua guida morale e l’esempio che Mike ha sempre cercato di inseguire per tutta la sua vita, il 23 luglio dello stesso anno, fu trovato morto apparentemente vittima di un assassinio. Il ritiro di Michael seguì a distanza di due anni quello di Magic Johnson, e fu visto come unica possibile via di evasione da un suo mondo che ha visto crollare in poco più di un mese. La ricerca di una nuova sfida, infatti, fu trovata fuori dalla pallacanestro. Proprio da qui partì la carriera di Michael come giocatore di baseball.Il tenore di vita era totalmente cambiato. Dalla bella vita che si viveva a Chicago, dove un intero pianeta era al tuo servizio, si passò ad otto ore di pullman per sopportare le trasferte, dove l’unico sollievo poteva essere una sosta all’autogrill per prendere un pacco di patatine.
Jordan nel baseball fu leggermente diverso da quello che era stato a basket. L’impegno non mancava ma i risultati scarseggiavano, e fallimento dopo fallimento, i giorni passati a festeggiare coi Bulls venivano sempre più a galla. Quando però arrivarono i primi successi, la mente di Michael iniziava già a staccarsi dal suo nuovo hobbie. In clima playoffs, un misto di malinconia e rabbia nel vedere i suoi Bulls eliminati dai Knicks, fece vacillare in Jordan la vera convinzione nei confronti del suo allontanamento. I successi con il baseball, però, finalmente arrivarono, e Jordan, orgoglioso di aver realizzato il sogno di suo padre, cercava di ritrovare serenità e soprattutto amore per il gioco che tanto lo aveva amato. Nell estate 1994, Jordan tornò al Chicago Stadium per un ultima partita prima del passaggio al nuovo United Center. La partita era un evento di beneficenza organizzato dal grande amico e compagno di squadra Scottie Pippen. Michael non fece altro che divertirsi, e il Chicago Stadium, quello che era per anni stato la sua casa, lo vide per un’ultima volta brillare sotto gli occhi dei tifosi. A fine partita Michael ne segnerà 52, siglando definitivamente l’addio alla struttura con un bacio al centro del logo sul parquet.I giovani In quella partita lasciarono positivamente colpito Michael, in particolare un ragazzino di Orlando che rispondeva a nome Anfernee Hardaway. La voglia di giocare contro quel ragazzo prodigio cresceva in Michael che accarezzava sempre di più l’idea di un eventuale ritorno. La goccia che fece traboccare il vaso fu il ritiro della sua maglia al soffitto dello United Center, cerimonia che Jordan stesso definì come “una bara dalla quale non si può uscire perché ti considerano già morto.” Michael ora voleva dimostrare al mondo che ancora sapeva giocare a basket e che quel numero 23 appeso al soffitto non aveva alcuna ragione di essere lì, perché c’era ancora chi quel numero lo voleva addosso, attaccato alla pelle e impregnato con la fatica e il sudore di partite estenuanti. Mentre però gli amici di Jordan iniziavano a intuire un probabile rientro, nel resto della lega le stelle emergenti provavano ad incidere nei playoffs per poter finalmente concludere questa continua maledizione dei Bulls. Un Pippen in formato superstar, però, non bastò ai Bulls a impedire una totale egemonia tra gli Houston Rockets di Hakeem “The Dream” Olajuwon, e gli Orlando Magic di Shaquille O’Neal e dell’amico trovato nell’evento di beneficenza di Pippenn, (Ovviamente ci riferiamo a Anfernee Hardaway).
La notizia del rientro sembrava sempre più vicina, e i rumors e gli allenamenti continui sulla squadra cancellarono ogni possibile sospetto. Ora mancava solo l’ufficialità.
18 marzo 1995
“I’M BACK”Con sole tre parole, Michael era riuscito a infiammare tutta l’America, che vide quel Bulls-Pacers del 19 marzo come l’evento dell’anno. Il ritorno però, non fu, almeno inizialmente, preso come una continuazione. Jordan infatti decise di cambiare anche numero, tornando al 45 che aveva al liceo, affinché simboleggiasse un nuovo inizio, lontano dal 23 con cui l’aveva visto giocare il papà James, e che ora rispondeva sul soffitto del Center. La sconfitta nel “debutto” a Indianapolis iniettò una scarica di adrenalina nel rientrato Michael e l’accoglienza dello United Center l’anno successivo fu a dir poco incredibile. La magia di Mj, però, ritornò ad Atlanta la sera successiva, dove mise a referto il suo primo Buzzer Beater dopo quasi 2 anni, e solo tre sere dopo, Michael si vendicò contro i Knicks segnandone 55 solo alla quinta partita dopo un rientro durato più di un anno.La stagione finì senza troppi problemi, e i malcapitati al primo turno dei Playoffs erano i Charlotte Hornets. Con 48 in gara 1 Jordan fece subito capire che era tornato. I Bulls vinsero, ma il ragazzo dell’evento di addio al Chicago Center, “Penny” Hardaway, insieme al gigante Shaquille O’Neal, lo attendevano per una nuova e tostissima sfida. I Magic avevano il miglior record a Est. In gara 1 però, la possibilità di chiudere la gara sul +1, sfumò a causa di una rubata di Anderson che portò in vantaggio Orlando. Jordan con la palla nelle mani nel possesso decisivo, con un improbabile e impreciso passaggio diretto a Scottie Pippen, si rifiutò di prendere il tiro della vittoria, perdendo palla e partita.
In gara 2 provò a rifarsi rifugiandosi nella vecchia gloria ottenuta gli anni precedenti. Tornò a vestire il #23, ma ormai la magia sembrava finita.Jordan era nel momento di maggiore difficoltà nella sua carriera, e la depressione iniziava a scorrere nelle vene del più grande di sempre. Le giocate che provava non erano più nelle sue corde, la forma fisica non gli permetteva più di galleggiare in aria e in tutti c’era la preoccupazione che non tornasse più il giocatore di un tempo.
I Bulls furono spazzati via in 6 gare. Jordan l’anno successivo decise di cambiare totalmente approccio, facendosi costruire un impianto a Los Angeles interamente dedicato alla cura della sua forma fisica e mentale. Il “Jordan Dome”. I migliori giocatori del mondo andavano a trovarlo per giocare e per farlo allenare, e quelle partite con i professionisti NBA durante l’estate pagarono decisamente dividendi. In stagione Jordan sembrava tornato quello di un tempo. I Bulls erano di nuovo la squadra più calda della NBA. L’obbiettivo dei Bulls ora sembrava non essere più solo il titolo. I Bulls erano il nuovo Showtime della NBA e inseguivano un traguardo mai raggiunto in NBA: 70 vittorie in stagione. Tutte le squadre, anche le più forti, venivano spazzate via una dopo l’altra. L’All-Star Weekend di San Antonio fu una vera e propria festa e tra gli innumerevoli sorrisi arrivò anche il premio di MVP dell’ASG.Jordan era rilassato e sorrideva per tutto il tempo. Sembrava davvero aver recuperato tutta la passione e la voglia di giocare e anche i suoi livelli di gioco si erano alzati paurosamente. Si godeva la vita dentro e fuori dal campo e i Bulls vincevano divertendosi. Le 70 vittorie ormai sembravano sempre più vicine. Ormai i Bulls sembravano incapaci di perdere e anche quando erano sotto in doppia cifra giocavano davvero sul velluto, convinti comunque di portare a casa il risultato. Michael alla fine della stagione regolare fu eletto MVP della regular season, regalando ai Bulls la stagione regolare migliore di sempre. 72 vittorie su 82 partite giocate, e la definitiva consacrazione arrivò con la vittoria contro gli Orlando Magic nella finale della Eastern Conference.Ovviamente una stagione così perfetta non poteva che concludersi con un titolo, e nonostante le finali non furono le migliori da lui disputate, Jordan vinse il premio di MVP delle finali battendo per 4-2 i Seattle Supersonics.Per ironia della sorte, la vittoria del titolo arrivò proprio il giorno della festa del papà.
•1997
Ovviamente Michael vuole vincere ancora, e nel 1997 i Bulls partirono con lo stesso approccio. L’andazzo sembrava quasi lo stesso della stagione precedente e i Bulls macinavano vittoria su vittoria. Durante l’All Star Game del 1997, Jordan fu eletto tra i 50 migliori giocatori dei primi 50 anni di NBA, ovviamente questo riconoscimento era solo una formalità, dato che al livello di MJ non ci erano arrivati altri 49 giocatori, ma solo pochissimi per non dire nessuno.I Bulls sembrano tranquillamente in carreggiata per raggiungere ancora una volta le 70 vittorie, ma 3 sconfitte nelle ultime 4 partite giocate li bloccarono a “sole” 69, comunque il miglior record della NBA. Nel primo turno i Bulls si scontrarono contro i Washington Bullets, che però non riuscirono neanche a vedere la speranza di una possibile vittoria. Con la possibilità di pareggiare la serie in gara 2, Michael Jordan segnò 55 punti, portando quasi da solo i Bulls sul 2-0 che poi si sarebbe tramutato in uno sweep. La serie successiva fu relativamente tranquilla per Jordan, che chiuse a “soli” 26,6 punti di media. I Bulls passeggiarono su Atlanta, chiudendo la serie in 5 gare. E proprio in questa gara 5 Michael ci regalò una giocata a dir poco memorabile. Prendendo la linea di fondo, con la consueta lingua da fuori, Jordan su vibrò nell’aria e schiacciò sulla testa della sequoia Dikembe Mutombo, agitandogli letteralmente in faccia il suo NO mimato con il dito indice.I Bulls vinsero 92-107 e si guadagnarono un posto nelle finali di Conference, dove ad attenderli c’era una squadra più che convincente. I Miami Heat di Alonzo Mourning e Tim Hardaway. I ragazzi di Par Riley avevano chiuso la stagione regolare con 61 vittorie ed erano pronti a scontrarsi contro Chicago, che però non aveva intenzione di fermarsi.
I poveri Miami Heat furono spazzati via in 5 gare e Chicago era in finale per il secondo anno consecutivo.
L’altra finale di Conference era tra Utah Jazz, che avevano eliminato la nuova corazzata dei Los Angeles Lakers per 4-1, e gli ex campioni, Hakeem Olajuwon e gli Houston Rockets, che avevano battuto in una meravigliosa serie al meglio delle 7 i Seattle Supersonics, vice campioni NBA in carica. I Jazz trascinati dal suo Stockton-Malone, vinsero per 4-2 e staccarono il ticket per la finale contro Jordan e i suoi Bulls.Gara 1: Partita equilibrata e a basso punteggio. Entrambe le squadre sembrano voler imporre all’altra quale delle due meritasse di più il posto in finale. Sull’82 pari, Karl Malone va in lunetta. Si gioca di domenica e Scottie Pippen si avvicina all’orecchio di Malone dicendo: “ricorda che il postino non consegna mai di domenica”. Incredibile 0-2 e Chicago ancora in parità. Ultima azione. Bryon Russell è in marcatura su Jordan con poco più di 5 secondi dal termine. Tutti sappiamo come finirà, palleggio, arresto, step back e fadeaway. Schiaffo alla retina, cronometro che segna lo 0. 84-82 Bulls, Jordan finisce con 31 punti e con uno dei tiri più iconici di sempre.Il 23 si allontana a pugno chiuso prima di venire travolto dai festeggiamenti dei compagni. Gara 1 è di Chicago.
Gara 2: Chicago decisamente in controllo della partita, e Jordan in forma a dir poco smagliante. Il primo tempo difensivo dei Bulls è a dir poco soffocante, e Utah sarà costretta a soli 31 punti nei primi due quarti, con addirittura un minimo di 11 nel secondo periodo. La difesa di Chicago nel secondo tempo lascia spazio all’attacco, che punta a mantenere il vantaggio, e grazie ai 38 di Jordan, con ben 21 liberi a bersaglio, ci riesce brillantemente. Il risultato finale recita 97-85 Bulls, ora si va a Salt Lake City, Utah, dove i Jazz sono piu che decisi a cambiare le carte in tavola.
Gara 3: Malone arriva allo stadio con una moto leggermente poco rassicurante, e il morale di Malone fa ben sperare. Infatti nel primo tempo 15 di Foster e 22 di Malone staccano subito Chicago. Utah ne segna 61 nel solo primo tempo, e grazie ad una stellare difesa nel terzo periodo riesce a mantenere i Bulls a soli 16 punti segnati e il vantaggio fino a fine partita. Utah finirà anche sul +24. A poco servirà la super prestazione di Scottie Pippen da 7/11 dall’arco, poiché i Bulls cadranno sotto i colpi di Karl Malone che chiuderà con 37 punti. Utah vince per 104-93 e ora le distanze si sono decisamente accorciate.
Gara 4: ormai la serie è riaperta e la cosa sta bene il giusto a Chicago, che gioca di nervi gara 4. Forse leggermente troppo. La gara è infatti una sfida di puro nervosismo e nessuna delle due squadre sembra brillare offensivamente. Tutte le strategie ormai saltano e sembra semplicemente avvantaggiata chi ne ha di più. Jordan schiaccia il +1, ma non bisogna sottovalutare mai il cuore di un campione. John Stockton questa gara non ha intenzione di perderla. Una bomba da quasi centrocampo porta Utah sul +2. Poi una rubata fulminea direttamente dalle mani di Jordan e un passaggio da una parte all’altra del campo fa segnare il postino, che allunga ancora le distanze. Bisogna mantenere il vantaggio e i fisici Jazz sono troppo per Chicago. 78-73 Utah, la serie è pareggiata.
Gara 5: La sera prima della quinta partita, Jordan ha voglia di pizza. Però c’è ad attenderlo una brutta sorpresa. La sorpresa è una pizza andata a male, probabilmemte manomessa dagli stessi Jazz, che provoca una terribile infezione intestinale al n.23. Jordan viene giudicato come “impossibilitato a giocare” dai medici, per la gioia dei tifosi Jazz e la disperazione dei Bulls. Reggendosi appena sulle game però, il malconcio Jordan decide comunque di giocare, non curandosi del parere di nessuno. Il livello di gioco di Jordan sarà eccelso, e la sua prestazione nonostante la virosi sarà da consegnare alla storia. Sull’81 pari le due squadre non segnano per oltre due minuti, poi con 2.55 sul cronometro, Stockton segna la tripla del +3. Un Jordan fuori equilibrio però segna un canestro a dir poco impensabile nell’azione successiva. 34 per lui e meno uno Bulls. Rodman è in marcatura su Malone e difendendo su un tiro cadendo indietro, commette il sesto fallo, lasciando Chicago con le spalle al muro. 1 su 2 ai liberi per Malone, Jazz avanti di 2. Pippen con altri due liberi accorcia ulteriormente le distanze. Un minuto dal termine. 84-85 Jazz. Jordan subisce fallo e va in lunetta per il sorpasso. Errore sull’85 pari ma rimbalzo dello stesso Jordan che fredda i Jazz da tre punti. 88-85 Chicago, ora l’ultimo tiro spetta a Utah. Jordan a dir poco monumentale, 38 senza quasi reggersi in piedi. Chicago vicinissima al vantaggio nella serie. Utah e Chicago compiono una serie di errori nel finale, e con 6.2 secondi dalla fine Chicago è avanti 90-87. Il tiro lo prende Jeff Hornacek, che rimbalza sul primo ferro, Pippen commette fallo su Stockton con la palla in aria. Uno su due e Chicago porta a casa la partita vincendo 88-90. Jordan crolla abbracciato a Pippen, i suoi 38 sono direttamente da consegnare alla leggenda.Chicago vince 3-2.
Gara 6: Allo United Center per i Jazz e Win or Go Home, e Chicago ne è consapevole. La partita è tiratissima e ad un minuto dal termine le due squadre sono sull’86 pari. Anderson sbaglia un clamoroso layup a 28 secondi dal termine. Utah sfuma ancora una volta di un millimetro la vittoria. Ultimo possesso, Jordan marcato da Russell, avanza verso Il centro, 10…9…8… impensabile scarico per Steve Kerr, che senza pensare tira dalla media…7…6…SPLASH! Chicago avanti di due, Steve Kerr con il tiro più importante della sua carriera.C’è ancora tempo, però, per un ultimo tiro. Rimessa Utah con 5 secondi. Pippen intercetta, si tuffa e scarica per Kukoc che schiaccia. 90-86, Scottie Pippen ruba il titolo NBA 1997. I Chicago Bulls sono campioni NBA, e Michael Jordan, che anche in questa gara 6 ne ha messi altri 39, è MVP delle finali.
Statistiche serie: 32.3 punti, 7.0 rimbalzi, 6.0 assist, vittoria per 4-2 sugli Utah Jazz.•1998
I Bulls cercano il secondo Three Peat in 8 anni, e nonostante l’età si faccia sentire, Chicago porta a termine un’altra grande stagione, vincendo 62 partite e garantendosi di nuovo il primo posto nella Eastern Conference. Jordan fu eletto MVP a 35 anni compiuti, raggiungendo Bill Russell a quota cinque e portandosi a solo un trofeo da Kareem Abdul-Jabbar.
Nei playoffs un Jordan a oltre 36 di media congela i New Jersey Nets al primo turno con uno sweep, e anche il secondo round, vinto per 4-1 contro i Charlotte Hornets, è solo una banale formalità. La vera sfida arriva nelle finali di Conference, dove i Bulls attendono i Pacers di Reggie Miller. Jordan gioca a livelli davvero eccelsi, ma lo spirito di squadra e le prestazioni come team unito dei Pacers portano Chicago in serie difficoltà. Indiana in gara 3 è sotto per 93-94 e con soli 3 secondi ha la rimessa per il potenziale sorpasso e vittoria. Ovviamente la palla è indirizzata a Reggie Miller che corre dal pitturato verso la linea da 3 punti, spinge violentemente Michael Jordan e segna la tripla della vittoria totalmente fuori equilibrio.La storia sembra ripetersi in gara 6, con 20 secondi al termine e squadre sull’89 pari. George Best attacca Michael Jordan, che commette fallo, e fa 2/2, portando Indiana avanti per 91-89 e vincendo gara 6, portando così i Pacers a gara 7, una delle pochissime giocate da MJ. La gara fu equilibrata, ma i Bulls la spuntarono grazie ai 28 di Jordan. Ora è Chicago Bulls vs Utah Jazz parte due.
Gara 1: Partita di grande intensità fisica. Utah e Chicago segnano pochissimo, ma la prima sembra sempre sostanzialmente in controllo. Finito il terzo quarto Utah è avanti 59-67, e nonostante un buon Michael Jordan, i Bulls sono in serie difficoltà. Nel quarto periodo Chicago sembra tornare in carreggiata, sfruttando un Karl Malone decisamente fuori dalla gara. Sul 77-75 però, Malone mette a segno un jumper dalla media che porta i Jazz sul +4. Due liberi di Pippen accorciano le distanze e un rimbalzo poderoso l’azione successiva garantisce il possesso finale a Chicago, con soli due punti di svantaggio. Jordan penetra e scarica per il canestro di Longley, pari 79 e Overtime. Le finali del 1998 potevano decisamente cominciare peggio. Nell’Overtime però Utah ha la meglio, grazie anche al floater di John Stockton a 9 secondi dalla fine. Gara 1 la vincono i Jazz 88-85.
Gara 2: Si gioca a Salt Lake City, ma Chicago ha intenzione di far finire la partita in modo decisamente diverso rispetto alla prima. Nonostante siano sotto alla fine del terzo quarto, un grande quarto periodo li porta a vincere 93-88, comandati dai 37 di Michael Jordan.
Gara 3: Qui si fa la storia. Chicago a casa sua vuole far vedere a Utah chi comanda, mandando totalmente in palla l’attacco e la difesa avversaria e dominando la partita con una semplicità disarmante. Utah non riuscirà a superare i 17 punti in nessun quarto, fermandosi addirittura a soli 9 nel quarto periodo. È un vero e proprio massacro, i Jazz tirano 21/70 dal campo, e l’unico in giornata sembra Karl Malone. Escluso il suo 8/11, i Jazz stanno tirando 13/59. La prestazione di Utah in attacco è orripilante, merito anche se non soprattutto della difesa di Chicago. I Bulls stravinceranno la partita per 96-54. I 54 dei Jazz sono record negativo in una partita di Playoffs, mai nessuno ha segnato così poco. Chicago è avanti 2-1 e ha dato a Utah una notevole botta psicologica.
Gara 4: La gara è equilibratissima, ma Jordan e Pippen brillano più dei altri, con rispettivamente 34 e 28 punti e grazie alla loro prestazione i Bulls si prendono gara 4 e si portano sul 3-1. Mai nessuna squadra è riuscita a rimontare dal 3-1 in una finale è i Bulls sentono già il titolo a portata di mano.
Gara 5: Utah si riprende, gioca bene ed è avanti per due possessi a 10.4 secondi dal termine. La rimessa è per i Bulls, che consegna a Pippen, che consegna un hand-off a Tony Kukoc, che tira… Dentro! Totalmente fuori equilibrio in faccia a Malone, tiro impossibile. Chicago sotto solo di uno a 5.5 secondi dalla fine. Stockton fa una rimessa eccelsa per Hornacek e Pippen fa fallo in tuffo. Fuori per falli con standing ovation, ma Hornacek è in lunetta e i Jazz si sentono tranquilli. Jeff però sbaglia incredibilmente il primo, e nonostante segni il secondo, Utah non è ancora sicura di vincere. La rimessa Bulls è effettuata, ma Stockton devia. Palla fuori con 8 decimi dallo scadere. Jordan prende palla, tira su una gamba, buttandosi indietro e sbaglia. Vince Utah, 3-2 e si torna a Salt Lake City. A poco servono i 30 di Tony Kukoc, Utah trascinata dai 39 di Malone prova a forzare gara 7.Gara 6: Che dire, probabilmente la partita più famosa di tutti i tempi. Chiunque conosca il basket conosce l’esito di questa gara. Gara 6 delle finali NBA 1998, Salt Lake City, Utah, 14 giugno 1998. Già nella prima azione della gara, per i Bulls sembra mettersi davvero molto male. Scottie Pippen, infatti, dopo una semplice schiacciata a due mani, fece trasparire un’orribile smorfia di dolore. Infortunio alla schiena, e il #33 era costretto a tornare negli spogliatoi. Utah approfittò della ferita che i Bulls avevano sofferto. Ora toccava a Jordan rispondere. La partita del n.23 fu eccelsa, e ogni tiro finiva sul fondo della retina. Chicago rimontò ogni mini parziale dei Jazz e rimase attaccata alla partita, soffrendo non poco. Utah, da parte sua, non poteva che affidarsi al suo leader, Karl Malone, che rispose molto positivamente. La sua fu una gara monumentale. 31-11-7 per lui. Ora Jordan e Malone erano in una sorta di duello personale all’interno del duello. Malone però, sembrava salire di colpi ad ogni azione, a discapito di un Michael Jordan decisamente stanco. 41 secondi dalla fine, Malone raddoppiato in post scarica per Stockton, che perso sul lato debole segna la tripla dell’86-83 Jazz. A chiamare il time-out per i Bulls è lo stesso Jordan, che ora è stremato. Nell’azione successiva Jordan si incarica di tirare, punta Russell, lo attacca, accelera verso il centro dell’area e conclude in layup. 85-86, meno uno Chicago, 43 per Jordan. L’azione successiva è probabilmente l’azione più forte di sempre. Palla in post a Malone, arriva Jordan da dietro e gli strappa la palla. 20 secondi dal termine, Jordan porta palla, supera la metà campo e si ferma. Vuole ancora una volta Bryon Russell, aspetta fermo per circa 6 secondi, poi attacca il centro dell’area, seguito da Russell, spinta per crearsi spazio, crossover frontale, Russell scivola ed è a terra a guardare impotente Michael, arresto, tiro… JORDAN, JORDAN, MICHAEL JEFFREY JORDAAAAN (cit. Flavio Tranquillo).Jordan statuario resta con il braccio alzato per circa 3 secondi. Sedicesimo punto del quarto quarto, quarantacinquestimo della partita.
5.2 secondi dal termine, Jordan ha appena tirato e segnato quello che con ogni probabilità sarebbe stato il suo ultimo tiro in maglia Bulls. Ora c’è solo tempo per un tiro finale. Stockton riceve, tira ed esce. I Bulls vincono per 87-86. Jordan indica il n.6 con le dita e le alza in cielo.
I Chicago Bulls sono campioni NBA per la sesta volta, completando il repeat del three peat. Bulls sul tetto del mondo, Bulls più forti di tutto, più degli infortuni di Pippen, più degli Utah Jazz, più di qualunque cosa. Michael Jordan è sul tetto del mondo ed è eletto MVP delle finali per la sesta volta, mai nessuno come lui.
Statistiche serie: 33.5 punti, 4.0 rimbalzi, 1.8 recuperi, segnandone 45 nella sua ultima partita prima del secondo ritiro. Vittoria per 4-2 contro gli Utah Jazz.



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