Stephen Curry il Cecchino



Stephen Curry nasce il 14 Marzo 1988 ad Akron ed è figlio d’arte. Suo padre, Dell Curry è stato un grande giocatore dell’Nba. Sin da bambino con il fratello maggiore Seth, ha respirato l’aria dei palazzetti americani, visto tantissime partite, ha appreso la tecnica di gioco osservando a bordo campo i suoi idoli. Nato a Akron, in Ohio, cresce a Charlotte nel North Carolina, la città dove in quegli anni giocava il padre. Prima di ogni partita, i due fratelli scendevano in campo e avevano la possibilità di tirare con grandi campioni.
Quando il padre si trasferisce per giocare a Toronto, si iscrive al Queensway Christian College. Durante gli anni del liceo entra a far parte della prima squadra ed è ancora suo il record di miglior marcatore della scuola, con 1.700 punti a referto durante un campionato scolastico. Il fisico agile e sottile non lo rende speciale come molti altri giocatori.
Steph ha sempre avuto infatti un “compagno inseparabile” nella sua giovane carriera cestistica: lo scetticismo di chi lo vedeva accanto agli altri giocatori. Il suo fisico snello, ossuto, non esplosivo è stato un problema ben prima di entrare nel basket professionistico. Diverse università prestigiose si rifiutarono di offrirgli una borsa di studio ritenendolo non all’altezza di fare la differenza in una pallacanestro fisica come quella collegiale, troppo basso e troppo lento, forse buono per una carriera in Europa si diceva di lui. Quante volte Stephen Curry si è sentito ripetere queste parole, durante il suo periodo all’High School e al College. Un ottimo giocatore, certo, ma con troppi difetti fisici per riuscire a giocare nel basket che conta. 

Avendo il padre Dell, giocato per i Virginia Tech qualche anno addietro, il ragazzo provò a seguire le orme paterne. Ma anche in questo caso la risposta fu negativa. Gli Hokies erano pronti a prenderlo in squadra, ma come semplice “walk on player”, ossia come studente iscritto all’università senza una regolare borsa di studio. Che in soldoni significava, vieni pure ad allenarti con noi che non sei così male, poi se un giorno ci manca il dodicesimo uomo ti convochiamo e ti godi almeno una partita dalla panchina. Dopo aver ricevuto offerte da Davidson College, Virginia Commonwealth e Winthrop, Curry scelse Davidson College, una scuola che non vinceva un torneo NCAA dal 1969.

Bob McKillop, allenatore dei Davidson Wildcats, non ci mise molto a capire cosa gli era capitato per le mani. Bastarono pochi allenamenti a Steph per conquistare nel modo più totale il suo nuovo coach.

Il 15 marzo 2007, Steph realizza 30 punti alla sua prima partita di torneo NCAA con i Wildcats, in una sconfitta contro Maryland.

Le prime due stagioni a livello universitario sono da incorniciare: impiega solo 83 partite per sorpassare quota 2000 punti (con una media di 24,4 a serata). Durante il torneo NCAA 2008 fa vittime eccellenti: Gonzaga 40 punti, Georgetown 30, Wisconsin 33 di fronte a LeBron James, che l’anno dopo lo vedrà metterne altri 44 e Kansas 25. Quattro partite, dieci giorni, centocinquantadue minuti, centoventotto punti. In tutta America diventa familiare quel numero 30 sulla maglia rossa dei Wildcats. Davidson diventa la squadra Cenerentola, il college per cui fa il tifo tutta America e infine riesce ad entrare tra le prime 8 del torneo NCAA dopo un’assenza durata qualche era geologica.
Stephen decide, ascoltando i consigli del padre, di rimandare un approdo in NBA a quel punto decisamente probabile per disputare la sua stagione da Junior, nella quale diventa il nuovo scoring leader di tutti i tempi di Davidson e, soprattutto, viene nominato miglior realizzatore della stagione NCAA, portando a casa una media di quasi 29 punti a partita e mettendo in fila gente come Kevin Durant.

Inaspettatamente a sceglierlo però nel 2009 sono i Golden State Warriors, come la settima scelta assoluta. Debutta il 28 ottobre dello stesso anno, parte in quintetto e segna 14 punti. L’impatto col professionismo è tutt’altro che traumatico, e ancora una volta riesce a far ricredere tutti coloro che gli rinfacciavano delle carenze fisiche non trascurabili. Percentuali al tiro da cecchino, costanza nelle prestazioni, inizia a far girare le teste dei suoi fan, ma sopratutto degli avversari, diventando un autentico eroe per parecchi appassionati di basket. Viene anche nominato secondo rookie dell’anno nonostante non riesca a portare Golden State ai Playoff.

Il suo percorso tra i professionisti però è ancora tutto in salita, i due anni successivi 
si presentano dei problemi fisici persistenti, sopratutto alle caviglie. Troppo fragili per avere continuità a quel livello. I detrattori di Stephen Curry tornano alla carica e la stagione 2011/12 scivola via senza soddisfazioni, con un Curry troppo condizionato dagli infortuni per riuscire a incidere. Scende in campo solo 26 volte. Addio sogno playoff per il terzo anno di fila. Anche in questo caso, però, Steph si dimostra più forte dei suoi limiti, troppo tenace e testardo per cedere di fronte alle difficoltà. Lavora sul suo fisico, sulla sua postura, rafforza fianchi e glutei e, così facendo, supera i problemi alle caviglie.
Come tutti i grandi, una volta toccato il fondo, il numero 30 comincia la sua risalita. La stagione 2012/13 è stata un continuo strabuzzare gli occhi e balzare in piedi dal divano dopo ogni giocata del ragazzino di Akron. Che è finalmente riuscito a condurre i suoi alla post-season e, una volta salito sul palcoscenico più importante, ha recitato il ruolo di primo attore in maniera impeccabile. La storia si fa nelle partite decisive, e proprio durante quelle sfide Curry è letteralmente esploso, scatenando attorno a sé un entusiasmo immenso, dai 54 punti al Madison square Garden, fino ad alcune prestazioni semplicemente disarmanti nei playoff, sia nella serie con Denver che in quella con San Antonio. Il 17 aprile 2013, nell’ultima partita stagionale contro Portland Trail Blazers, Curry realizza il 272º canestro da tre della sua stagione superando il record di triple in un’annata NBA che apparteneva a Ray Allen.
Osservando giocare il 30 si nota immediatamente come il suo gioco goda di una grande pulizia. Ogni gesto tecnico è eseguito sempre in modo armonico, senza sbavature. Chiunque sia il difensore non fa alcuna differenza. Steph sa quello che deve fare, conosce perfettamente la sequenza dei movimenti da compiere, e spesso sembra che la presenza di un ottimo o di un pessimo difensore davanti a lui sia un trascurabilissimo dettaglio. Se lasci più di 10 cm tra la tua mano e la sua faccia, nel momento in cui parte il tiro sai già che dovrai andare a battere la rimessa. Se per non concedergli la conclusione ti fai battere in entrata, non sperare troppo nell’aiuto del lungo, il ragazzo alza la parabola a suo piacimento e trova quasi sempre il fondo della retina.
In tutto ciò Curry riesce a non essere un giocatore egoista, ossia non tende a diventare il terminale offensivo di ogni singola azione dei suoi. Per Steph i compagni vengono prima di tutto.


Al termine della stagione 2014/15, dopo aver guidato i suoi Warriors ad uno straordinario record di 67-15, Curry riceve il premio di MVP, migliore della regular season. Quindi Porta i suoi Warriors in Finale NBA, dopo aver battuto i New Orleans Pelicans, i Memphis Grizzlies e gli Houston Rockets. Nelle Finals riesce a battere i Cleveland Cavaliers di LeBron James per 4-2 grazie anche ad una prestazione da 37 punti in gara 5 e il 17 Giugno si laurea campione NBA riuscendo a vincere nella stessa stagione MVP e anello. Nel corso della post-season, infrange il record di Reggie Miller per triple realizzate in una edizione dei Playoff NBA.
Stephen Curry, ora, è sul tetto del mondo e forse ripensa a tutte quelle volte in cui gli hanno detto che non ce l’avrebbe fatta, che era troppo basso, troppo gracile, troppo lento.
Nella stagione successiva, 2015/16, Curry ha portato gli Warriors a livelli ancora più alti riuscendo a battere il record di vittorie stagionali che apparteneva ai Bulls, finendo la stagione con 73 vittorie. Steph chiuderà l’annata con 402 triple totali, nuovo record assoluto, che lo rendono il primo ad averne messe a segno 400 in una stagione.
Durante il primo turno dei Playoffs contro gli Houston Rockets subisce due infortuni, in gara 1 e in gara 4. Torna in campo in gara 4 nella serie contro i Portland Trail Blazers, segnando 40 punti di cui 17 nel solo overtime, record per un supplementare di qualsiasi partita NBA, stagione regolare e playoff inclusi.
Viene premiato con l’MVP per il secondo anno consecutivo. Dopo aver sconfitto i Blazers 4-1 e i Thunder in finale di conference per 4-3, in finale incontra nuovamente i Cleveland Cavaliers. Purtroppo però la stagione storica dei warriors finì con una scioccante delusione per Steph, in vantaggio di 3-1 contro i Cavs di Lebron, i suoi Warriors vennero rimontati, prima volta nella storia, e perdendo 4-3 non riuscì a portare il titolo a casa.
Durante l’estate 2016 i Golden State Warriors ingaggiano la superstar Kevin Durant come free agent. Il resto è storia. 
Diventano una squadra praticamente imbattibile e per i 2 anni successivi, 2016/17 e 2017/18 dominano l’NBA vincendo 2 anelli consecutivi.


Nonostante le notevoli prestazioni di Curry  in finale contro i Cavs, in gara 1, 29 punti 6 rimbalzi e 9 assist, gara 2, 33 punti 7 rimbalzi e 8 assist, e gara 4, 37 punti 6 rimbalzi e 4 assist, il titolo di MVP delle Finals viene assegnato al compagno di squadra Kevin Durant. Premio che ancora manca sulla bacheca personale di Steph dopo 3 anelli vinti.
Arriviamo ad oggi, alla stagione appena conclusa, 2018/19. Gli Warriors di Steph a differenza delle annate precedenti riescono ad arrivare ai playoff “faticando” un po’ più del previsto, ma come da pronostico arrivano alle finals eliminando in ordine, Clippers, Rockets e Blazers in finale di Conference. In finale dopo la lunga rivalità contro i Cavs, quest’anno davanti a lui ci sono i Raptors di Leonard. Complice anche l’infortunio di Durant nella serie contro i Rockets, e una mano mal ridotta di Steph, gli Warriors devono arrendersi alla franchigia canadese per 4-2. Seconda finale persa per il talento di Akron.

Quando nominiamo Stephen Curry, parliamo di un campione che in Nba non si vedeva da anni.
Siamo testimoni della storia. Spettatori di un cambiamento del modo di giocare a basket, e quel cambiamento ha la firma di Stephen Curry. In media ogni dieci, quindici anni, nell’Nba arriva una rivoluzione al gioco, da giocatori superiori agli altri, che costringono tutti ad adeguarsi alle loro caratteristiche. Ma nel playmaker dei Golden State Warriors c’è qualcosa di diverso, di mai visto prima, un livello di creatività ed efficacia, che manda fuori scala tutti gli indici statistici.

Oggi sono in tanti a salire sul carro di Curry, eppure non è sempre stato tutto così magnifico. 
La verità è che il numero 30 dei Warriors va contro tutti i dettami della pallacanestro istituzionale.
Noi nel frattempo continuiamo ad ammirarlo rimanendo sempre senza parole.



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