1992: THE DREAM TEAM



Source: GQ

Il Dream Team è senza alcun’ombra di dubbio l’unico punto fermo in una NBA di record, classifiche, opinioni ed in costante evoluzione. La nazionale di basket degli USA non è mai stata così competitiva, forte, profonda, talentuosa, storica, travolgente come in quell’agosto 1992. In una NBA che lascia, come è giusto che sia nello sport, spazio alle visioni più astruse ed alle considerazioni più fantasiose, il Dream Team del 1992 è la squadra più ricca di talento che abbiamo avuto la fortuna di vedere e questo fatto non risulta opinabile. I nomi sono noti, ma è giusto fare una panoramica dei protagonisti e della loro passata stagione:

Charles Barkley: Sir Charles, arriva dalla sua ultima stagione in maglia Philadelphia 76ers, dopo la mancata qualificazione ai Playoffs NBA (seconda volta in otto anni con la squadra della Pennsylvania) chiede la cessione, appendendo negli spogliatoi la maglia col numero 32 sulle spalle, indossata durante la stagione ’91-’92 in onore dell’amico e collega Magic Johnson, malato di HIV;

Larry Bird: Larry Legend, arriva dalla sua ultima stagione in NBA, dopo aver messo i seguenti numeri 20.2 punti 9.6 rimbalzi 6.8 assist 46.6% dal campo 40.6% da tre punti e 92.6% ai liberi. La classe non si pesa, tantomeno invecchia;

Karl Malone: The Mailman nell’anno ’91-’92 è il secondo miglior realizzatore della lega con 28 punti di media, disputa dei Playoffs registrando una media di 29 punti e 11 rimbalzi e ridisegna il migliore record in Regular Season degli Utah Jazz con 55W;

John Stockton: se a realizzare e prendere rimbalzi ci pensa Malone a passare il pallone il compito spetta ovviamente a Stock, per lui stagione da miglior passatore in Regular Season (13.7 ast a partita) e ai Playoffs;

Clyde Drexler: Clyde The Glide arriva dalla sua miglior stagione in carriera, 25 punti 6 rimbalzi e 6 assist in Regular Season bastano per portare la squadra a 57W stagionali e per sfiorare il titolo di MVP. 24 punti 7 rimbalzi e 5 assist non bastano per battere i Bulls alle Finals purtroppo per i ragazzi dell’Oregon e come se non bastasse Portland, dopo le Finals del 1992, non tornerà più in finale NBA;

Chris Mullin: è il primo anno dallo scioglimento dei Run TMC e Mullin, fiancheggiato da Tim Hardaway ed il rookie Billy Owens, segna 25.6 punti a partita con il 52.4% dal campo e l’83.3% dalla lunetta, concludendo la stagione regolare con un record di 55W e 27L;

Patrick Ewing: è il primo anno sotto la guida di coach Pat Riley che fa di Ewing il perno di una squadra dura, rocciosa e fisica. Dopo una stagione regolare da 24 punti e 11 rimbalzi ai Playoffs, contro i Bulls in gara 1, mette a referto una delle più grandi prestazioni di sempre in postseason: 34 punti, 16 rimbalzi, 5 assist e ben 6 stoppate;

Scottie Pippen: il secondo violino dei Bulls arriva da una stagione da 21.0 punti 7.7 rimbalzi 7.0 assist ed il 50.6% dal campo, inquantificabile in numeri l’apporto difensivo;

Michael Jordan: trascina i Bulls con ai Playoffs con un record di 67W e 15L, vince il premio di miglior realizzatore in Regular Season e l’MVP, si porta a casa l’MVP delle Finals ed un titolo NBA. 30.1 di media in stagione regolare, nella partita in cui Ewing ne mette 34 con 16 rimbalzi lui ne segna 35 in un tempo;

David Robinson: è il difensore dell’anno, perno dei San Antonio Spurs, 23.2 punti 12.2 rimbalzi e 4.5 stoppate di media sono i numeri della sua stagione regolare. A febbraio, contro Portland, sfoggia una tripla doppia leggendaria: 23 punti 14 rimbalzi e 11 stoppate;

Magic Johnson: al di fuori dei numeri è lui l’uomo che segna maggiormente la stagione ’91-’92. A novembre Magic risulta, dopo aver effettuato un normale test medico di controllo, positivo all’HIV, dovendosi così ritirare dal basket giocato. Tornerà in sole due occasioni, l’All-Star Game del 1992, del quale sarà MVP, e le Olimpiadi di Barcellona dello stesso anno.

11 giocatori, 11 Hall-of-Famer che giocano nella stessa squadra.

Il cammino inizia nel girone A dove sono in compagnia di Spagna, Angola, Germania, Brasile e Croazia. Al termine delle 5 partite gli USA sono a quota 5-0 e la differenza punti è +229 (tolta la Croazia a +23 tutte le altre squadre sono ad un massimo di -43 punti). Straordinaria dimostrazione di forza, ma non basta. Gli uomini capitanati da coach Chuck Daly affrontano ai quarti di finale il Porto Rico. La vittoria è schiacciante. 115 a 77 con Jordan che segna solamente 4 punti, Stockton 0, Barkley 6. Il talento degli States è troppo anche se lasci il miglior giocatore al mondo a riposo: incontenibili.

Spazzato via Porto Rico ad aspettare il Dream Team in semifinale v’è la Lituania, e qui, se possibile, la lezione è ancora più dura. 51 punti di scarto, 127 a 76 il risultato finale e stavolta Jordan ne mette 21 con 6 palle rubate.

Spazzati via i ragazzi lituani in finale si scontrano contro una squadra ricca talento, macchiata d’Italia (Kukoc all’epoca era un giocatore di Treviso e Dino Rada della Virtus Roma) e di stelle e strisce (Petrovic all’epoca era un giocatore dei New Jersey Nets). 117 a 85 il risultato finale, 22 punti di Jordan, 32 i punti di scarto. Anche questa volta, di giocare, nemmeno se ne parla.

Un oro storico per la facilità con cui è arrivato, non tanto per mancanza di concorrenza ma per lo squilibrio che può causare una squadra di Dei in mezzo a gente che sa soltanto giocare bene a pallacanestro. 43.8 è lo scarto medio in 8 partite, 117.3 la media dei punti, il nome è uno solo ed è la risposta che accomuna tutti quando si deve rispondere alla domanda “Qual è la squadra più grande di sempre?”: THE DREAM TEAM.



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