Kobe Bryant: Il cestista esteta



Abbiamo letto qualsiasi storia su Kobe Bryant, sulla sua famosa mentality, le sue prove più eccezionali e memorabili, le sue doti da scorer, i suoi titoli, lo strano rapporto con Shaq e l’amicizia che lo lega a Gasol, ma forse di Kobe sarà sempre una la dote che permetterà in eterno di far parlare di se: l’eleganza. Nel basket bellezza e utilità quasi mai vanno d’accordo, di certo un gesto bello non sarà mai utile quanto un gesto intelligente e difficilmente i movimenti più belli coincidono con quelli più adatti alla lettura da fare in quel momento di gioco, ma Kobe è inspiegabilmente l’ opposto. Ogni movimento che compie, come ogni gesto che realizza con le dita, ogni passo che avanza sul parquet, è tutto spaventosamente elegante. Ma la sua eleganza non è fine a se stessa, è un qualcosa che probabilmente apparterà per sempre solo a Bryant, è un eleganza utile, che porta ad una soluzione vantaggiosa per se stesso, magari spesso sbagliata come scelta in se, sopratutto per il bene della squadra, ma così bella che trasmette nei compagni una fiducia nel numero 24 che li porta anche a giustificare delle scelte sbagliate, poiché al fine della squadra e che permettono a lui di potersi infiammare, così da esaltare qualsiasi palazzetto NBA. Così porta al conseguimento di un bene che da individuale diventa di squadra. E’ giustamente esposto a critiche, dato il suo modo di giocare e di leggere le situazioni, ma anche chi lo critica non può che non riconoscere che quella classe che esportava durante le partite NBA difficilmente potrà essere replicata, magari potrà essere portata in modo diverso, ma non come quella del Black Mamba. Ogni volta che la palla lasciava i suoi polpastrelli il pallone sembrava danzare, me lo perdonerà Lebron se dico che aveva un qualcosa di regale e nel momento in cui ti facevi abbagliare da così tanta bellezza lui ti stava già distruggendo. Perchè aveva un altra capacità, quella di saperti distruggere in un niente, bastava quel suo sguardo e qualsiasi difensore NBA in quel momento era come stato morso, un morso fatale di quelli che ti iniettano veleno ma che non ti uccidono sul colpo, ti distruggono prima, il veleno Kobe lo trasmetteva con la palla a spicchi e una volta morso potevi solo che chinarti davanti al Mamba. Kobe non è stato solo un cestista, lui è un vero e proprio artista, l’arte come l’eleganza può essere giudicata solo tramite un occhio attento, l’eleganza nasce dagli errori che rendono unica la persona, così come l’arte che risulterebbe semplicemente la medesima di sempre se non trovasse l’evoluzione da qualcosa di unico, di diverso e non c’è cosa migliore dei difetti singolari e umani per far diventare tutto ciò un’ arte nuova pronta a sbalordire l’occhio umano. Non si parla di Kobe come esteta pronto a preferire la bellezza all’utile, ma come un esperimento per scindere queste due caratteristiche quasi opposte e renderle uniche. Dimostrazione unica ne è stata proprio l’ultima partita di Bryant, quei sessanta punti, quegli ultimi 5 minuti leggendari, un ultimo dipinto in cui apparire, così come era stato nel corso della sua carriera: bello e letale. E’ stato l’ultimo morso del Black Mamba, con il pubblico incredulo che assisteva all’ennesima dimostrazione di onnipotenza e bellezza di uno dei giocatori più significativi della storia NBA, quel serpente elegante con il 24 cucito sulla maglia e con la seta sui polpastrelli.



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