L’Italia del basket



L’ 8 giugno 1919 si disputa la prima partita ufficiale di basket che si ricordi in Italia.
Si gioca all’Arena di Milano, tra la Compagnia Automobilisti di Monza e gli Avieri della Malpensa. La gara finisce in parità, 11 a 11.
Nel 1921 viene costituita la Federazione Italiana Basketball.
Nel 1922 s’inizia il primo campionato nazionale che sarà vinto dall’ASSI di Milano.
Il 1924 propone il basket come sport dimostrativo alle Olimpiadi di Parigi. In Italia ha luogo il primo campionato femminile, vinto dalle ragazze del Club Atletico Torino.
Nel 1925/1926 cambia il quadro politico e la FIB si trasforma in Federazione Italiana Palla Al Cerchio e nasce anche la Nazionale che fa il suo esordio, il 4 aprile 1926, con una vittoria a Milano sulla Francia per 23 a 17.
Lo sviluppo del basket è rapido, segue una strada autonoma. Negli Stati Uniti procede al galoppo e le distanze tecniche e organizzative rispetto all’Europa aumentano rapidamente.
In Italia lo sport vive un periodo di crisi nel 1929. Si affida a una gestione commissariale assegnata ad Augusto Turati, poi viene affiliato alla Federazione Ginnastica sotto la presidenza di Alberto Buriani, trasformandosi in FIPAC (Federazione Italiana di Palla a Canestro). Si trasferisce a Roma, commissario straordinario Giuseppe Corbari, e assume l’attuale denominazione di FIP (Federazione Italiana Pallacanestro).

A febbraio 1935, ad Oslo, si ottiene l’inserimento del basket come disciplina ufficiale nel programma dei Giochi del 1936 a Berlino. La FIBA organizza i primi campionati europei maschili, vinti, a Ginevra, dalla Lettonia.
A Berlino nel 1936 Naismith, ormai settantacinquenne, corona il suo sogno alzando la prima palla a due del basket olimpico.

L’inserimento della pallacanestro nel programma dei Giochi Olimpici accelera lo sviluppo della disciplina in Europa, ma il passo decisivo viene purtroppo offerto proprio dalla seconda guerra mondiale. L’Europa, il mondo intero, sono sconvolti dall’evento bellico, ma l’esercito americano importa il vero basket offrendo piccoli momenti di evasione dalla tragica, sanguinosa realtà quotidiana.
Palla al cerchio, palla al cesto, palla al canestro, pallacanestro: con i nomi si precisano assai bene i quattro stadi dell’evoluzione del basket in Italia. Sempre tanto entusiasmo all’inizio, ma molta provvisorietà; organizzazione crescente, diffusione sempre migliore attraverso ulteriori significative tappe fino a giungere, dopo gli anni bui della seconda guerra mondiale e la faticosa pionieristica ricostruzione, al “boom” della seconda metà degli anni Sessanta, al consolidamento e allo sviluppo degli anni Settanta, alla definitiva stabilizzazione del basket come secondo sport di squadra in Italia, dopo il calcio. Il basket ha trovato negli anni il suo habitat nei piccoli centri ed ha affondato radici profonde in piccole città come Varese, Caserta, Cantù, Rieti, divenendo un fatto di costume cittadino, entrando nella vita della gente, ottenendo entusiasmo e passione popolare.
Cresce la disciplina, paradossalmente cresce l’altezza media di chi lo pratica, cresce inevitabilmente la fantasia di chi lo gestisce per trovare correttivi tecnici che servano ad equilibrare scompensi e disfunzioni progressivamente verificabili in uno sport in cui l’altezza e la potenza fisica giocano un ruolo importante, alla pari dell’abilità, della saggezza tattica e dell’intelligenza individuale. Il basket, insomma, è sport speculativo e stimolante, ed è proprio questa caratteristica che lo fa amare dal pubblico, per la sua vasta gamma di soluzioni, per punteggi sempre diversi, sempre abbondanti, che coinvolgono sia la squadra sia i singoli protagonisti offrendo motivi di interesse variati e tutti ugualmente validi. La sua dinamicità di base, maturata anno dopo anno, partendo dalla statica realizzazione del gioco che fece Naismith nel lontano 1891, lo rende sempre nuovo, sempre appassionante sul campo e lo rende tale anche a tavolino, sia sulla lavagna del coach, sia sui libri mastri del manager, sia nella mente e nelle iniziative di chi ha il compito e la responsabilità di gestire una disciplina che non ammette pause né soste intellettuali o fisiche. La strada per raggiungere questo traguardo è stata lunga, costellata di personaggi, di episodi, di fatti, che l’hanno spesso trasformata in leggenda. È l’America a dare la spinta decisiva per il decollo del basket in Europa. Nel 1936 a Berlino la nazionale statunitense e in generale le altre squadre della medesima scuola offrono della pallacanestro un’interpretazione sconosciuta nel vecchio continente. Del resto, negli Usa il regolamento era stato unificato nel 1915, in Europa quasi vent’anni dopo. In America aveva vissuto uno sviluppo in proporzione geometrica, in Europa s’era immobilizzato in confini chiusi dalle crescenti ostilità politiche.
Tra i due movimenti c’era più di uno spazio generazionale. L’Europa se ne rende conto finita la guerra quando “sfida” gli americani e riceve lezioni memorabili. Ma è l’America a venire in aiuto offrendo esempi da imitare. In Italia la svolta viene da Ferrero che torna dalla prigionia in India e racconta schemi nuovi e un diverso modo di giocare il basket, meno statico, più dinamico, più moderno. La Nazionale viene affidata a Van Zandt, un capitano nero dell’Athletic Department che veniva dall’Arkansas e si era diplomato a Chicago in educazione fisica. La Federazione si rinnova, affidata a Decio Scuri, Van Zandt predica un verbo cestistico del tutto nuovo.

A Londra, nel 1948, vincono ancora gli Usa.
Nel 1950, Jay Archer (un oriundo calabrese, in realtà si chiamava Arceri), inventa il minibasket che viene introdotto in Italia solo nel 1965 , determinando una grande diffusione di base.
A Helsinki nel 1952 esordiscono i sovietici e si propongono immediatamente come seconda forza mondiale. La scuola baltica offre il nerbo ai russi che possono contare sull’enorme materiale umano di uno sconfinato territorio. L’Italia non riesce ad emergere.
A Melbourne nel 1956 la nostra nazionale non partecipa nemmeno: il coach azzurro ora è Jim McGregor, il rosso gitano del basket mondiale, il profeta del pressing, del gioco libero, dello spettacolo. Cede il suo posto a Nello Paratore, un italiano nato e vissuto in Egitto, cresciuto alla scuola di O’Harris, che riesce a portare la Nazionale del Nilo alla vittoria nel campionato europeo del 1949, dopo il terzo posto di Praga.
Nel 1960 Paratore guida gli azzurri alle Olimpiadi di Roma. E’ in questo anno che storicamente ha inizio la grande evoluzione del basket italiano. I Giochi Olimpici dotano Roma di grandi impianti, il Palazzetto dello Sport e il Palazzo dello Sport, 17.000 spettatori. Vincono ovviamente gli statunitensi: Oscar Robertson, Walt Bellamy, Jerry Lucas, ed ancora West, Imhoff, Dischingerin. L’Italia cede 54 a 88 a quello squadrone: basti pensare che il più lungo era Calebotta, 2.04. L’Italia è quarta, fa scoprire al grande pubblico l’esistenza di uno sport appassionante com’è il basket. Tuttavia bisogna attendere il 1965 per una nuova svolta storica. A Scuri succede alla presidenza federale Claudio Coccia. Viene autorizzato il tesseramento di uno straniero per squadra e, tra gli altri, giunge a Padova Douglas Moe. Lo allena Asa Nikolic. Moe è il top scorer del campionato (674 punti, 30,6 di media). In quegli anni Riminucci realizza un’impresa eccezionale: 77 punti in una sola partita. Nel 1965 viene introdotto anche il minibasket.
Nel 1966 giunge Bill Bradley.

Prima di affrontare l’avventura nella NBA porta il Simmenthal Milano di Cesare Rubini e Sandro Gamba alla conquista della Coppa dei Campioni, un titolo europeo per club che la squadra milanese strappa nella finale di Bologna allo Slavia Praga dopo avere eliminato il glorioso Real Madrid di Luyk che già da qualche anno aveva infranto il tradizionale predominio sovietico. I grandi campioni americani determinano il reale decollo del basket in Italia. Sono grandi personaggi, ricchi di spessore umano oltre che di grande abilità tecnica. Il basket di club, con l’aiuto degli americani, si avvia a dominare in Europa.
Nel 1969 a Paratore subentra Giancarlo Primo alla guida della Nazionale.

È lui dunque a firmare i primi successi del basket azzurro che si impone come terza forza continentale alle spalle di Urss e Jugoslavia che può contare su grandissimi campioni come Djuric, Korac, Skansi prima e Kicanovic, Dalipagic, Delibasic, Jerkov e Slavnic poi.
Nel 1970 la Nazionale ottiene il primo grande successo a Lubiana battendo, nei Campionati del Mondo, per la prima volta gli USA forti di Bill Walton e di Tal Brody che avrebbe poi scelto di vivere e giocare in Israele. L’Ignis Varese, che scopre Dino Meneghin, raggiunge per dieci volte consecutive la finale di Coppa dei Campioni vincendola cinque volte.
Il 1971 vede la Nazionale tornare a medaglia nei Campionati Europei ad Essen.
Nel 1974 la Nazionale femminile vince il bronzo a Cagliari e il basket italiano cambia volto.
Per primo in Europa ed anche in Italia, tra gli altri sport di squadra, guarda decisamente agli USA ed alla NBA introducendo la formula altamente spettacolare dei play off. Il successo è immediato. Aumenta il livello tecnico del gioco ed esplode l’interesse del pubblico. Il basket si avvia a diventare realmente disciplina all’avanguardia, sempre attenta ai gusti della gente e ad appropriarsi delle novità più stimolanti. Il provvedimento è coraggioso. Amplia il massimo campionato ed inserisce d’ufficio le città più grandi cercando di portare il basket di elite in maniera uniforme in tutto il Paese. La pallacanestro si avvia a diventare metropolitana, anche se il processo è ancora lungo e si realizzerà solo dieci anni più tardi con il ritorno di Milano e Roma ai vertici scoprendo piazze entusiaste, serbatoi inesauribili di pubblico, soprattutto il nuovo massiccio interesse dei mass media.
Nel 1975 a Belgrado, la Nazionale è medagliata nei Campionati Europei e soprattutto batte per la prima volta gli USA a casa loro nel 1975 a Providence (79 a 75 contro una squadra che comprendeva Lee, Hasset, Grunfeld, La Garde, Rollins e Parish). Nel frattempo l’evoluzione del basket si consolida sotto la presidenza di Enrico Vinci che succede a Coccia.
Nel 1976, dopo la delusione di Città del Messico (ottavi con Paratore) e la beffa di Monaco (quarti, bronzo perso di un punto contro Cuba nell’Olimpiade vinta per la prima volta dall’Urss in maniera rocambolesca e assai discussa), la Nazionale giunge quinta a Montreal dopo aver perduto la qualificazione per le finali, ancora di un punto.Nello stesso anno la Nazionale supera, per la prima volta nella sua storia, l’Urss a Roseto.
E’ il 1977 e l’Italia batte l’Urss in una competizione ufficiale a Liegi.
Nel 1978 perde, nuovamente di un punto, il bronzo ai Mondiali di Manila cedendo al Brasile per un canestro di Marcel ad un secondo dalla fine. Lo stesso Marcel giocherà poi in Italia.
Dopo Montreal, il basket accetta due stranieri per squadra. Giungono grandi campioni. alcuni di grande prestigio e di illustre passato: Haywood, Wright, Gianelli, Brewer, Landsberger e Bob McAdoo, gente che ha vinto il campionato della NBA. Ex campioni olimpici come Lagarde, Sheppard, Scott May, e ancora Chones, Bantom, Jeelani, Shelton, Steve Hawes, Tom McMillen, Javaroni, Laimbeer, Reggie Johnson, Owens, J.B. Carroll, Nater, Bryant e George Gervin. Grandissimi giocatori, non tutti al termine della carriera, che segnano il definitivo decollo del basket italiano. Vinci dà alla Federazione un’impronta di stampo manageriale, all’avanguardia in Italia e in Europa. La Lega di Serie A presieduta addirittura da un Ministro, l’On. Gianni De Michelis, cerca contatti con la NBA, lo “spaghetti circuit” trova credibilità e ascolto anche negli USA, l’esperienza del basket di vertice italiano segna una traccia per l’evoluzione del basket europeo.
E giungono infine anche i risultati di rilievo. Alle Olimpiadi del 1980 l’Italia batte i sovietici in casa loro a Mosca e conquista la medaglia d’argento olimpica alle spalle di una grandissima Jugoslavia. La risonanza dell’evento è enorme.

Nel 1983 la Nazionale di Gamba conquista a Nantes per la prima volta il titolo di Campione d’Europa.
Questa vittoria apre scenari diversi per il basket italiano che vive negli anni ’80 il suo momento magico . Con i successi delle squadre di club nelle competizioni internazionali, Milano, Roma e Cantù e una sempre crescente popolarità televisiva, il numero di iscritti aumenta e con gli investimenti di molti gruppi economici arrivano in Italia “star” di prima grandezza. Per tutto il decennio ogni squadra del campionato schiera due giocatori stranieri di altissimo livello provenienti dall’ NBA ad esempio Mc Adoo, Richardson, Joe Barry Carrol e anche dalla ex-jugoslavia Dalipagic su tutti o da altre parti del mondo Oscar Schmidt.
Gli anni ’90 iniziano e scorrono via nel segno dell’austerity per molte piazze storiche, unica eccezione Bologna che porta le due società Virtus e Fortitudo ai vertici italiani prima ed europei dopo. Storica la doppietta della Virtus targata Kinder nel 1998 quando vinse l’Eurolega a Barcellona in finale sull’ Aek Atene e lo scudetto in una serie di 5 straordinarie partite nella stracittadina con la Fortitudo targata Teamsystem. Gara-5 sarà inevitabilmente segnata dal più grande giocatore del decennio italiano: la guardia serba Predrag “Sasha” Danilovic. Con 8 secondi da giocare e con la Virtus sotto di 4 punti , Danilovic mette a segno una giocata incredibile realizzando un gioco da 4 punti (canestro da 3 più fallo di Dominique Wilkins) che porta le sorti del match in parità . Sul capovolgimento di fronte il play della Fortitudo David Rivers perde la palla e consegna le sorti della finale in un overtime in cui la Virtus domina un’avversaria “crollata” di testa. Lo stesso Danilovic in conferenza stampa pronuncerà una frase rimasta nella storia del basket: “IO PUO’ !”

Il decennio italiano si chiude con uno straordinario successo della nazionale allenata dal serbo-bosniaco Bogdan Tanjievic agli europei di Parigi, un’edizione che consegna alla storia del basket giocatori azzurri di altissimo livello come Gregor Fucka e Carlton Myers.
Non meno denso di soddisfazione è l’inizio del terzo millennio per i colori azzurri con la conquista di un bronzo Europeo nel 2003 e di un argento olimpico nel 2004 per un nazionale allenata da Carlo Recalcati che, pur priva di stelle di prima grandezza fa dell’intensità e della determinazione mentale le proprie armi.
L’ultimo alloro europeo di club viene conquistato dalla Virtus di Ettore Messina, considerato unanimemente il più grande allenatore italiano degli ultimi 10 anni, che nel 2001 mette a segno una triplice vittoria conquistando lo scudetto, l’ Eurolega e la coppa Italia.
La scuola tecnica italiana è cresciuta notevolmente dalla fine degli anni ’90 e sono molti gli allenatori “esportati” per insegnare basket in tutta europa . Oltre al già citato Messina merita ricordare Sergio Scariolo e Andrea Mazzon.
Tra 11 giorni i nostri azzurri inizieranno il campionato mondiale che si svolgerà in Cina, in una situazione molto diversa rispetto a quella del 2006. Allora una wild card rimediò a un brutto Europeo, assicurando la presenza dei vice-campioni olimpici. Stavolta, invece, il biglietto è arrivato sul campo (il primo dal 1998), al termine di un anno e mezzo di qualificazioni sotto l’egida delle nuove e contestate finestre FIBA, che hanno mietuto vittime illustri come la Slovenia, campione d’Europa in carica.

Questi 18 mesi, che portano il nome di Romeo Sacchetti, ci restituiscono una Nazionale che in Cina andrà a giocarsi la prima (di due) chance di accedere alle Olimpiadi di Tokyo 2020, oltre che a disputare il primo Mondiale a 32 squadre della storia del basket. Noi siamo già pronti a sognare.



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