I Golden State Beatles



È appena finito un ciclo, iniziato il 4 luglio 2016 con la firma di KD35 in gialloblu. Ciclo breve, ma bellissimo, in cui i Warriors hanno dominato il palcoscenico cestistico nazionale e mondiale. Ciclo breve ma intensissimo, esattamente come quello intrapreso dalla band di Liverpool.

Ma perché questo titolo? Le somiglianze tra i due complessi sono davvero innumerevoli e le loro nascite, crescite, maturazioni e definitiva crisi hanno somiglianze a dir poco incredibili. Ma andiamo per ordine.

Il progetto dei Golden State Beatles inizia quando, già all’apice del successo nel 2016, arriva la clamorosa firma che, a detta di molti, ha distrutto la competitività nella lega. I Warriors sono sulla bocca di tutti e tra giornali media e social networks non si fa che parlare di loro. Cinquant’anni prima i Fab Four di Liverpool erano stanchi di essere i Beatles, proprio perché ormai sulla bocca di tutti. Bisogna spostare l’attenzione dei media a qualcos’altro che ormai girava tutto attorno ai quattro rockers e che cinquant’anni dopo girava tutto intorno ai ragazzi della baia. Ovviamente i primi erano investiti da un’onda di entusiasmo, mentre i secondi da un’onda di critiche ed emoji di faccine arrabbiate. I Fab Four dell’estate 2016 (Curry, Durant, Thompson e Green per intenderci), però, erano ricoperti oltre che di critiche anche di dubbi. Sarebbero riusciti a coesistere? Come fai a unire delle stelle di quel calibro e di quell’ego utilizzando un solo pallone? Ecco che esce il genio. Il quinto Beatle, ovvero George Martin (per analogia Steve Kerr), che riesce a far funzionare alla perfezione la coppia alquanto individualista Lennon-McCartney (Durant-Curry), con l’aiuto di un Tertium Datur, un terzo spesso oscurato dai primi due, capace di brillare in alcuni momenti, ma soprattutto capace di sacrificare il proprio gioco per far sì che il progetto funzioni (George Harrison/Klay Thompson). Tutto sembra filare liscio e la Lonley Hearts Club Band va a meraviglia. Tutti collaborano alla perfezione creando la più grande macchina da guerra mai esistita. Ogni ingranaggio gira perfettamente coordinato agli altri e, nonostante qualche vago accenno alle individualità e un leggero emergere del tertium datur (60 in 29 minuti con Indiana, per analogia “Within You Without You“), il quartetto/quintetto, sotto la guida di Martin/Kerr, sembra non lasciare speranza a nessuno. Ecco l’unità dei Warriors, ovvero Sgt Pepper’s Lonley Hearts Club Band. Un album perfetto in cui emergono le individualità, ma tutte perfettamente amalgamate all’interno di un progetto unitario. La perla conclusiva? Martin chiede a Lennon e a McCartney di comporre il pezzo più bello che abbiano mai scritto, per essere inserito in coda all’album. Dopodiché, prende i due prodotti finiti delle superstar e li unisce. A Day in The Life sono le NBA Finals 2017. Curry e Durant esprimono il loro gioco come mai avevano fatto, emergendo singolarmente, ma a favore della squadra. Sgt Pepper’s diventa l’album più venduto nella storia dei Fab Four, e quindi l’anello NBA 2017 è cosa fatta.

I Warriors sembrano troppo perfetti e destinati a dominare la lega per molti anni a venire. Ma i contrasti iniziano ad emergere e Kerr sembra più in difficoltà di quanto non sia mai stato. Nel 1968/2018 i Golden State Beatles scrivono un doppio, inizialmente chiamato solo “The Beatles”, poi soprannominato per la copertina bianca “The White Album“. Sono sempre i Beatles, e il prodotto è a dir poco meraviglioso, ma non sono la macchina perfetta dell’anno prima, perché i contrasti e le individualità iniziano ad emergere. Non tutti e quattro si presentano allo studio di registrazione contemporaneamente, ma magari solo in due o in tre, per non dire soli con una band di accompagnamento. Ecco che l’unità diventa individualità. Prodotto sempre dei Beatles/Warriors, ma nel quale si distinguono tranquillamente le impronte di Durant, Curry e a volte Thompson, come si distinguono gli autori per la prima volta PRINCIPALI del brano in Lennon, McCartney e Harrison. Le vittorie da 67 calano a 58 e il record nei playoffs da un quasi perfetto 16-1 (per poco non rovinato da un super Leonard, unico potenziale ostacolo alla perfezione di Sgt Pepper’s, comparabile all’album “SMiLE” di Brian Wilson, che però” infortunatosi” per depressione, tornerà forte del proprio prodotto solo qualche anno più tardi), troverà un grande ostacolo che porterà i Warriors addirittura ad una gara 7, in cui la squadra sembra diversa dell’anno prima, e le individualità sembrano farla da padrona. Nonostante tutto, la vittoria arriva e lo sweep in finale sembra oscurare i dubbi nei confronti di una crisi che era evidente a tutti, tranne che ai fan.

Estate 2018: altra firma, altro spacca spogliatoio, Demarcus Cousins, ancora in attesa di rientrare dall’infortunio al tendine. L’album conclusivo dei Beatles, “Get Back“, poi soprannominato semplicemente “Abbey Road“, in onore degli Abbey Road Studios dove i quattro registravano era come un grande saluto conclusivo. Dopo un iniziale silenzio, specialmente dell’anno 1968/2018, anche il terzo emerse con un capolavoro assoluto chiamato “All Things Must Pass“, all’interno del quale, il brano principale, ovvero “My Sweet Lord” (la gara da 14 triple), rubò il primo posto in classifica alla maggior parte dei capolavori degli altri due. Contemporaneamente ad Abbey Road iniziano ad uscire anche gli album da solista dei quattro, che ormai si incontrano insieme solo un ultima volta nello studio di registrazione per decidere l’ordine di uscita dei brani, composti sempre con l’impronta dei Beatles, ma dove oramai l’autore emergeva in modo ben evidente. L’album “Abbey Road” domina comunque le classifiche con 57 vittorie, ma nel primo turno contro i Clippers si sentono squilli prepotenti di Paul McCartney/Steph Curry, che compone brani da classifica come “Oh! Darling“, o “Maxwell’s Silver Hammer”. Dopodiché si fa sentire Lennon/Durant che disputa i migliori playoffs della sua carriera con accenni di rabbia e insoddisfazione quali “Come Togheter” e “I Want You” (She’s so Heavy).

L’infortunio di Lennon (Plastic Ono Band) però riapre la strada a Harrison e McCartney e il primo sfodera capolavori come “Something” o “Here Comes The Sun“. Ormai sono solo tante stelle che pensano già ad un addio. I Golden State-Beatles sono al tramonto. E infatti nell’estate 2019 Lennon/Durant sceglie di cambiare aria andando a Brooklyn. Ad Agosto del 1969 i Beatles sono sciolti, ma pubblicano un ultimo album post scioglimento dal grande successo, fatto però esclusivamente di capolavori individuali, ovvero “Let It Be“.

La canzone che da il titolo all’album di McCartney, la struggente “Across The Universe” di Lennon e la sofisticata e introversa “I Me Mine” di Harrison dicono: “Eccoci, siamo i Beatles, ma non siamo più i Beatles”. Ovviamente per tutti, quelli erano ancora i Beatles e nel 1970, nonostante fossero sciolti, “Let it Be” ha successo. Chissà se i nostri ragazzi della Baia sapranno ancora una volta seguire le orme dei quattro di Liverpool nella prossima stagione. Qualcosa mi dice però, che anche dopo lo scioglimento della dinastia, il 1970/2020 non sarà poi così male.

Così mentre Durant vola “Across The Universe” diretto a Brooklyn e Thompson prova ad emergere a stella assoluta coltivando la propria individualità (I Me Mine), il caro vecchio Steph scrive un capolavoro che ci lascia ancora sperare e pronunciando parole di saggezza (Speaking words of wisdom), “Let it Be“.

Lasciate che sia.



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