I will play in NBA, I promise



Melbourne, 23 marzo 1992. Mamma Elizabeth dà alla luce il suo secondo figlio, Kyrie Andrew Irving.
Drederick Irving è il papà, da piccolo viveva nel Bronx. Si conobbero alla Boston University, lei era una pallavolista della squadra scolastica. I due si innamorarono e, circa cinque anni più tardi, mentre Dred giocava per i Bulleen Boomers a Melbourne, diedero alla luce Kyrie.

Inizia qui la storia di Kyrie Irving, giovane prodigio che all’età di 13 mesi venne ripreso dal padre mentre palleggiava con un pallone da basket, guardando il genero dritto negli occhi. Fin da subito si capisce la predisposizione naturale del ragazzo nei confronti della palla a spicchi. La situazione però si fa presto difficile. Quando Kyrie aveva 4 anni, la madre Elizabeth muore a causa di un’infezione all’apparato circolatorio. Drederick si trova a dover crescere da solo due figli, il piccolo Kyrie di 4 anni e la sorella Asia, che di anni ne aveva 5. L’amore che il padre riserva ai propri figli è un qualcosa che non si può spiegare a parole, vive con loro e per loro, in una totalità che non sempre siamo abituati a vedere. Nel frattempo decise di tornare in America, in modo tale da poter dare, con più sicurezza, una vita migliore ai suoi figli. Abbandona il basket, dopo essere stato accostato pure all’NBA e inizia a lavorare come broker finanziario.
Ogni sera, finiti i compiti, Drederick e Kyrie si sfidavano 1 vs 1, con il papà pronto a dargli consigli e segnargli su un post-it gli errori commessi, prima di appenderlo al frigo di casa. Nel frattempo Kyrie diventava sempre più abile, nel quartiere iniziava ad essere temuto anche dai ragazzi più grandi anche se spesso quest’ultimi riuscivano ad avere la meglio su di lui, rimandandolo a casa infuriato e frustrato. Proprio queste piccole sconfitte fortificarono molto il suo carattere e diedero a Kyrie quella sicurezza, quasi spavalderia, che negli anni seguenti lo aiuterà nei momenti più decisivi delle varie partite. Arrivato a casa, una sera, prese un foglio di carta, e ci scrisse sopra “I will play in NBA, I promise”, prima di riporlo con cura in mezzo ai vestiti sporchi, conscio che il babbo non lo avrebbe trovato.
Intanto cresceva in altezza e diventava fisicamente più strutturato. Il sogno di poter giocare a basket ad alti livelli, forse, non era più solo un sogno. Il padre era sempre lì con lui. Dopo avergli insegnato il palleggio e i fondamentali, lo aveva istruito anche su come mandare fuori ritmo gli avversari e come usare la mano debole. Dred stesso disse che Kyrie non andava a letto finchè non riusciva a segnare almeno un layup con la mano debole al giorno. L’impegno del figlio poi si spostò alle schiacciate, piccolo sogno di Kyrie. Nel campetto dietro casa lui e i suoi amici si sfidavano a suon di schiacciate e, manco a dirlo, il vincitore era spesso Kyrie, fiducioso nelle sue doti atletiche fino a tal punto di fargli provare anche degli improbabili 360° a una mano sola.
Nel frattempo scelse l’High School di St. Patrick. Le prime partite non sono proprio delle migliori ma alla fine del percorso scolastico, sarà la star della scuola, tanto che arrivato a casa un giorno, trovò una lettera. Era di un coach, si chiamava Mike Krzyzewski, forse più conosciuto da noi come “Coach K”. Kyrie decise che il college giusto per lui sarebbe quindi stato quello di Duke, preferito a quello del Kentucky.

Sotto la guida di Coach K, Kyrie cresce ulteriormente fino a quando, nel bel mezzo di una partita, fa uno stepback. Tac. Dito del piede rotto, alluce per la precisione.
Coach K lo sapeva bene. Avrebbe dovuto rinunciare a Kyrie a tempo indeterminato e forse, addirittura, per sempre. L’infortunio era davvero serio e per di più, in una zona che viene perennemente sollecitata da un giocatore di basket, figuriamoci poi da uno come Kyrie che di stepback e cambi di direzione ci vive. Il ragazzo pochi giorni dopo si dirige in lacrime nell’ufficio del coach, conscio della gravità del suo infortunio e del possibile rischio di fine carriera. La previsione è di circa un anno. Per Kyrie era davvero una mazzata. Ma quando la forza di volontà e la passione superano la paura e il dolore fisico, si riescono a fare grandi cose. Contro ogni logica e previsione, dopo aver lavorato tanto, più di quanto i medici gli avessero richiesto di fare, Kyrie rinizia a camminare, e addirittura a correre, prima che il torneo dei college finisca. La condizione fisica è precaria ma lui vuole dare il suo contributo per la vittoria. Coach K decide allora di schierarlo nelle fasi conclusive del torneo, anche se l’università di Duke perse.

A Kyrie spettava una decisione: fare un altro anno e riprovarci l’anno seguente, o dichiararsi eleggibile al Draft 2011. Il problema è che nonostante i numeri fossero buoni, 17,5 punti, 3.4 rimbalzi, 4.3 assist , il 52,9% dal campo e il 90% dalla lunetta, le partite da lui disputate erano davvero poche. 11 per la precisione, nessuna prima scelta aveva mai disputato 11 partite. Dopo un colloquio con Coach K e con il padre, Kyrie decide di partecipare al Draft 2011.
Con la prima scelta del Draft 2011, i Cleveland Cavaliers hanno scelto Kyrie Irving.

Dred era molto commosso e Kyrie, conscio dei sacrifici che il padre aveva fatto per lui, non aspetta un secondo a ringraziarlo davanti a tutti.
Da qui in poi è storia nota.
Vinse il premio Rookie of the Year chiudendo il suo primo anno in NBA con 18,5 punti di media uniti a 5,4 assist e 3,7 rimbalzi. L’anno seguente viene scelto nella squadra di Shaquille O’Neal all’All Star Game, dove per di più, vinse anche la gara del tiro da 3 punti. Nella stagione 2013/14 vince il premio MVP dell’ All Star Game nonostante fosse solo un Sophomore, premio che decise di mettere sul camino di casa vicino alla foto di mamma Elizabeth. In questi anni nonostante fosse diventato uno spauracchio per le difese avversarie, soprattutto nei momenti clutch delle partite, non riuscì a portare Cleveland ai playoff, cosa che invece riuscì a fare nella stagione 2014/15, complice anche del ritorno in patria di un certo LeBron James e di un promettente Kevin Love.

La sorte non è ancora dalla sua parte, un nuovo infortunio è dietro l’angolo, anzi, due. Il primo, più leggero, nella serie contro Atlanta, Eastern Conference Finals, lo lascia fuori un paio di partite. Il secondo invece lo aspetta alle Finals. Purtroppo contro Golden State, Kyrie si rompe il ginocchio ed è costretto a saltare tutta la serie lasciando la palla in mano al solo LeBron, orfano anche di Love, pure lui infortunato. Cleveland perse le finali 4-2. Nonostante le difficoltà al rientro, posticipato di un paio di mesi, Kyrie si riconferma il campione che era, riuscendo a portare la squadra nuovamente alle Finals, pronto per prendersi quella rivincita che tanto gli spettava, segnando il tiro decisivo in quella famosa Gara 7, che decretò la vittoria del titolo per la franchigia dell’Ohio, ribaltando una serie che li aveva visti sotto 3-1, rimonta record mai portata a termine da nessuno prima di loro.
Nella stagione 2016-2017 i Cavs raggiungono nuovamente le Finali NBA, ma escono sconfitti in cinque partite contro i Golden State Warriors. Kyrie tiene di media 29,4 punti, 4,4 assist e 4 rimbalzi.

Dopo aver chiesto la cessione nella offseason, il 31 agosto 2017 viene ceduto ai Boston Celtics. Dopo un inizio devastante, con una striscia di 16 vittorie di fila, Irving vede terminare la sua stagione il 24 marzo per un’operazione al ginocchio.

Nonostante le assenze di Irving e Hayward, i Celtics arrivano alle finali di Conference, arrendendosi in 7 gare ai Cleveland Cavaliers di Lebron.
L’anno successivo è più duro per i Celtics la cui stagione fatica a decollare a causa di vari fattori. Ciò nonostante riescono comunque a raggiungere i playoff.

La squadra elimina gli Indiana Pacers in 4 gare, ma al turno successivo viene eliminata in 5 partite dai Bucks, con Irving autore di prestazioni negative.
Dopo molte speculazioni e rumors, Irving nell’estate appena conclusa passa ai Brooklyn Nets con un contratto da 141 milioni di dollari in quattro anni, unendosi a Kevin Durant e DeAndre Jordan.

Kyrie si è affermato come una delle più forte point guard della lega, dotato di un abilità in palleggio e nell’ 1 vs 1 tali, da far si che venga considerato, ora come ora, il migliore sotto questo aspetto, guarda caso, proprio ciò che papà Drederick gli insegnava fin da piccolo. Quando la passione e la forza di volontà vincono le difficoltà, la soddisfazione è doppia.
Sbalordiscici ancora Kyrie.



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