Un’avventura straordinaria

Da bambino non seguiva la pallacanestro, non era uno di quelli che ha iniziato perchè si ispirava a qualcuno in particolare.

Andava a scuola dalle suore, un professore di educazione fisica esterno ce lo faceva giocare e piano piano si rese conto che gli piaceva, ma se proprio avesse dovuto scegliere avrebbe preferito il calcio.

A quei tempi non era come adesso che se non c’è il campo perfetto, in sintetico, le porte fatte per bene o le scarpe di marca i bambini neanche giocano.

Una volta si mettevano due pietre per fare le porte e si giocava ininterrottamente sotto al sole, sotto la pioggia, con la neve, l’importante era giocare.

Nel calcio sentiva però che gli mancava qualcosa, proprio a livello pratico.

Ha provato un po’ in tutti i ruoli, ma niente, non c’era verso non era proprio portato.

Per cui verso i 15 anni si dedica esclusivamente alla pallacanestro.

A metà della terza media decise di lasciare la scuola e decise di mettersi a lavorare insieme al padre, a raccogliere la frutta nei terreni ereditati dal nonno.

Vivevano in Puglia, nell’entroterra, più precisamente Ruvo di Puglia, dove Gianluca nacque il 24 Gennaio 1975. 

Lavorare nei campi voleva dire farsi un mazzo tanto, un lavoro durissimo e pieno di sacrifici continui. Freddo d’inverno e caldissimo d’estate, sveglie all’alba.

Il padre di Gianluca aveva una vera e propria passione per l’agraria, grande almeno quanto quella per lo sport, per questo decise di fare un viaggio in Brianza a fare un giro esplorativo per conoscere qualche istituto specializzato

Durante il viaggio chiamò in sede dell’allora Clear Cantù ed ottenne un provino per il figlio. Due allenamenti ma purtroppo non lo presero.

Avere talento o capacità in un gioco non basta per riuscire ad avere successo, ci sono molti altri fattori in ballo che devi riuscire a crearti da solo. E ovviamente una bella dose di fortuna.

La vera carriera di Gianluca, quella nella pallacanestro di grande livello, è iniziata a Reggio Emilia, a 18 anni per merito di un amico di famiglia e Virginio Bernardi, allenatore dell’epoca. Il primo anno di Reggio è stato più che negativo. L’impatto è stato duro, Basile era arrivato su con un braccio rotto, e tra questo, il livello 100 volte più alto di quello cui ero abituato, non ha praticamente mai giocato.

Nell’estate successiva Reggio Emilia era intenzionata a non confermarlo, ma il padre li chiamò, e li richiamò, fino a che non li convinse che dovevano farlo restare, che avrebbe fatto bene di sicuro.

Insistette al punto che riuscì a convincerli.

Passò gran parte della stagione successiva in una caserma dei Carabinieri, a Firenze, per compiere il servizio di leva.

Riusciva quasi sempre a farsi assegnare i turni notturni o quelli mattutini.

Ogni giorno correva a prendere il treno delle 14 e 07 che dal binario 5 della stazione di Santa Maria Novella lo portava verso Bologna.

Da lì a Reggio. Si allenava e in serata faceva il percorso inverso.

Tutti i santi giorni.

Ovviamente non sono mancati i momenti difficili, ma questa era la portata dei sacrifici che Gianluca era disposto a fare pur di arrivare, per darsi una chance. E lo faceva sempre con il sorriso perché la paura di dover tornare alla vita precedente se non fosse riuscito ad emergere è sempre stata tanta e presente.

Questa voglia di sacrificio, è anche ciò che gli ha permesso di essere sempre pronto ad adeguarsi al livello nuovo.

Non ha mai smesso di crescere e migliorare.

Nella stagione 1996-1997 conquista la promozione in Serie A1. Trascorre alcuni anni nella prima serie con la maglia reggiana per poi passare nel gennaio del 1999 alla Fortitudo Bologna

In quella squadra erano tutti fenomeni in attacco ma nessuno voleva difendere o correre in contropiede e quindi Gianluca pensò che se lo avesse fatto sarebbe stato in campo di sicuro, anche in mezzo ai fenomeni.

Si mise a lavorare come un matto sul suo tiro piazzato, ci passava le ore a tirare da fermo, per crearsi una credibilità che avrebbe permesso ai compagni di giocare in un campo allargato e impedito agli avversari di battezzarlo.

Il tiro per Basile è sempre stato una questione di meccanica. Allenava anche il minimo dettaglio.

Dietro ad ogni tiro preso in campo c’era una costruzione complicata e profondissima, come le fondamenta di una casa di cui riesci a vedere solo il camino in cima.

Costruito quello, con tutta la sua routine e spostato stabilmente nel ruolo di playmaker ha trovato il suo posto per davvero.

Non era certo un play, ma spostare Myers non si poteva, e anche Tanjevic in Nazionale lo aveva provato in quel ruolo, anche perché lui era fissato con la taglia, la prestanza fisica e per i palleggiatori avversari era abbastanza difficile da marcare.

Con la formazione bolognese passa sette stagioni vincendo due scudetti e arrivando in finale di Eurolega nella stagione 2003-2004.

Nel 2005 si trasferisce al Barcellona in Liga ACB.

A Barcellona, era andato dopo lo scudetto con la Fortitudo per provare a crescere e salire ancora, ma non è stato semplice farsi conoscere da coach Ivanovic.

Era durissimo, un nazista della pallacanestro.

Allenamenti massacranti, ripetute di allunghi prima della doccia, sedute di atletica fatte all’alba.

Per lui giocava chi restava in piedi, come le corse dei marines americani.

Potevi anche essere più scarso degli altri, ma se resistevi allora lui ti faceva giocare.

Ma tutto questo per Basile non era un problema, anzi, era uno molto facile da allenare.

Trovare però l’equilibrio tattico in una squadra così non è stata una passeggiata.

Lui vedeva Basile come un tiratore puro, e come tale voleva usarlo, ma Gianluca, che tiratore puro non era mai stato, capitava che passasse qualche tiro ogni tanto.

Ma con l’aiuto di Zoran Savic riuscì ad inserirsi piano piano al meglio, e a farsi conoscere ed apprezzare per l’uomo e il giocatore che era.

Quando hanno mandato via Dusko e preso Pascual, che prima gli faceva da vice, arrivarono anche grandi risultati.

Perchè Pascual portava in campo il meglio di Dusko, ma con una maggiore attenzione alle dinamiche del gruppo, e con lui vinsero tanto.

I sei anni trascorsi lì sono stati magnifici. due campionati, tre Copa del Rey, due Supercoppe spagnole ed un Eurolega.

A quasi 36 anni dopo aver vinto tutto il ricordo lontano dei campi e della frutta da raccogliere finalmente era sparito.

Il fisico però iniziava a presentare il conto, a mostrare i primi segni del tempo.

Ma Basile giocò ancora.

Prima a Cantù, anche se in quell’anno ha iniziato a soffrire di infortuni muscolari, poi con l’Olimpia Milano. Nel 2013 firma un contratto con l’Orlandina Basket in Divisione Nazionale A Gold, il secondo livello del campionato italiano, conquistando l’ennesima promozione in Serie A. Le successive stagioni resta a vestire la maglia della società siciliana nel massimo campionato italiano, abbandonando il parquet alla fine della stagione 2015-2016

A 42 anni, Gianluca Basile ha detto stop.

Il nome di Gianluca Basile rimarrà per sempre legato al concetto di tiro ignorante. Ovvero, infilare triple nella maniera più assurda, spesso da posizioni assurde, spesso dopo partite da percentuali atroci. Ma sapendo che, quella decisiva, non sarebbe stata sbagliata.

Ma Basile ci ha regalato anche delle grandissime soddisfazioni da italiani. Nel 1999 con la maglia azzurra vinse il campionato europeo e nel 2004 alle Olimpiadi di Atene arrivammo in finale e ci laureammo vice-campioni olimpici.

Tutta roba clamorosa, pensando alla metamorfosi del timido pugliese trapiantato a Reggio Emilia diventato, poi, stella di primissimo piano nel firmamento europeo.

“È stato difficile a volte.

Avrei voluto essere capace di viverla con maggiore leggerezza magari.

Ma quello non sarei stato io.

Io sono venuto da Ruvo, un paesino dell’entroterra pugliese.

Ho raccolto la frutta per tre anni, la mattina all’alba.

Sono entrato in un settore giovanile importante che ero quasi maggiorenne e che mi preoccupava di più la leva che non il basket.

Io ho lavorato più degli altri, però ho fatto, nelle squadre in cui ho giocato, quello che gli altri non avevano voglia di fare.”

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