Un gigante in lotta da 50 anni



Un gigante. Non esistono altre parole per definirlo.

Kareem Abdul-Jabbar è stato per anni uno dei migliori interpreti del basket americano, dalle high school all’NBA, passando per l’università di Ucla in California. È stato il centro prima dei Milwaukee Bucks e poi dei Los Angeles Lakers dello “showtime”.

È ancora il numero 1 nella classifica “all-time” dei realizzatori dell’NBA con 38.387 punti messi a segno nelle 1560 partite disputate. Senza dubbio parliamo di uno dei più grandi di sempre sul parquet, ma quello di cui vogliamo parlare oggi forse va addirittura oltre le sue imprese come giocatore.

Nato Ferdinand Lewis Alcindor Jr., il giocatore (e non solo) in questione è sempre stato una delle figure più rappresentative in campo sociale, ed è ancora oggi un punto cardine per tutti gli afroamericani che lottano cercando uguaglianza.

Kareem è sempre stato, è e sarà sempre uno tra gli intellettuali di riferimento più influenti della pop culture americana del XX secolo, icona morale prima ancora che materiale di tutto ciò che rappresenta essere dalla parte degli ultimi, incarnando perfettamente il principio del “more than an athlet”.

C’era il 4 giugno del 1967 a Cleveland, quando ancora si chiamava Lew Alcindor, insieme a Bill Russell, Jim Brown, Lew, Carl Stokes, Walter Beach III, Bobby Mitchell, Sid Williams, Curtis McClinton, Willie Davis, Jim Shorter e John Wooten, per perorare la causa di Muhammad Ali, in guerra aperta con il governo americano per la sua scelta di non partecipare alla leva in Vietnam, nel primo vero atto di protesta da parte degli sportivi americani (e non solo) in difesa dei diritti civili.

C’era, un anno dopo, quando rifiutò di far parte della squadra che si sarebbe aggiudicata l’oro alle Olimpiadi di Città del Messico, “Si, ci vivo, ma questo non è realmente il mio paese”. Le stesse Olimpiadi della protesta di Smith e Carlos, le Olimpiadi che cambiarono il mondo.

La grandezza morale del giocatore si riconfermò l’anno successivo, al momento del suo passaggio al professionismo. Nel 1969 esistevano negli Stati Uniti due leghe professionistiche e Lew Alcindor venne scelto da una formazione di entrambe le leghe, e dichiarò che avrebbe valutato le due offerte per poi scegliere. I New York Nets, appartenenti alla ABA, contavano sulle sue origini newyorkesi, ma i Milwaukee Bucks della NBA offrirono di più e la scelta di Alcindor ricadde su di loro. Subito dopo la squadra di New York rilanciò con un’offerta ancor più vantaggiosa di quella dei rivali, ma il giocatore confermò la sua scelta dichiarando:

“Una guerra economica degrada le persone, non voglio sentirmi un pezzo di carne in vendita.”

Nel 1971, la sua conversione all’Islam servì a riaprire al dibattito sulle condizioni delle minoranze etniche e religiose. Nel 2015 scrisse a riguardo: “Ero Lewis Alcindor, il pallido riflesso di ciò che l’America bianca si aspettava da me. Oggi sono Kareem Abdul-Jabbar, la manifestazione della mia origine africana, della mia cultura e della mia fede. Per la maggior parte delle persone, convertirsi da una religione ad un’altra è una questione privata che richiede un intenso esame di coscienza. Ma quando sei famoso, diventa un argomento di pubblico dibattito. E quando uno si converte a una religione poco familiare e poco popolare seguono critiche anche sulla sua intelligenza e sul suo patriottismo. Dovrei saperlo. Anche se sono diventato musulmano più di quarant’anni fa, sto ancora difendendo quella scelta”

Kareem c’era anche nel 1996, quando il suo distacco dalle interpretazioni più violente ed estreme del Corano significò muovere critiche a Mahmoud Abdul Rauf (Chris Jackson) per il suo non mostrare i dovuti rispetti alla bandiera a causa della rigida osservanza dei precetti di Allah e Maometto.

E c’era, poco più di dieci anni dopo, quando il suo appoggio a Colin Kaepernick e agli altri atleti neri della NFL che avevano scelto di inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale, si sostanziò in una lettera aperta pubblicata sul Guardian, diretta a quei proprietari delle squadre che li obbligavano a stare in piedi durante ‘Star Spangled Banner’, mascherando dietro un sentimento patriottico di comodo una questione razziale ben più profonda: “Negare ai giocatori il diritto di manifestare il proprio dissenso è una mancanza di rispetto per la Costituzione, l’esatto opposto del patriottismo”.

Rendere giustizia al proprio passato per costruire un presente e un futuro migliore.

Questo il mantra di un autentico guerriero, che se non avesse fatto il giocatore di pallacanestro sarebbe diventato “insegnante di storia”.

Dopo il suo ritiro dal basket giocato venne ripagato con un’indifferenza a tratti inspiegabile probabilmente anche a causa tutti gli sforzi compiuti nella sua lotta interminabile.
“Per anni ha cercato un incarico di allenatore in NBA ma nessuno ha ritenuto di dover assumere il giocatore in possesso della migliore arma offensiva di tutti i tempi”, il suo impegno civile scomodo e coerente. Perché quando parla lui, che di dubbi sulla parte per la quale vale la pena schierarsi non ne ha mai, tutti si fermano ad ascoltare: “Molte delle cose contro cui abbiamo combattuto stanno ancora accadendo”, disse nel 2017 commentando la scalata al potere di Trump. “Lui si trova dov’è ora anche a causa dei suoi richiami al razzismo”.

L’ultimo trofeo conquistato da Kareem Abdul-Jabbar conferma la sua vicinanza alle persone meno fortunate ed in particolare ai bambini. L’ex centro dei Lakers ha infatti, venduto molti dei suoi numerosi premi guadagnati in ambito cestistico in un’asta benefica. I fans e gli appassionati di basket hanno risposto alla grande e il ricavato dell’asta, circa 3 milioni di dollari, è stato devoluto ad una associazione che si occupa di garantire un futuro migliore ai bambini che si trovano in ristrettezze economiche e provengono da situazioni familiari ed ambientali difficili. Tra i trofei che sono stati messi all’asta c’era anche l’anello della stagione 1987, acquistato per la cifra di 398.937,50 dollari.

Nel 2016 Barack Obama gli conferì la ‘Medal of Freedom’, e il ruolo di ambasciatore culturale nel 2012 da parte del segretario di Stato Hillary Clinton.

“Quando uno sportivo famoso annuncia la decisione di vendere tutto quello che ha vinto in carriera, i tifosi di solito pensano al peggio. Non è il mio caso. Sono da sempre un collezionista di: tappeti orientali, armi del Vecchio West, monete dal mondo. Tutti oggetti che mi hanno permesso di capire meglio il posto da cui venivano. I miei trofei sportivi hanno una storia, la mia storia. Ma invece di crogiolarmi nel luccichio di un trofeo che celebra qualcosa che ho fatto molto tempo fa, preferisco guardare la faccia deliziata di un bambino che tiene in mano la sua prima gru giocattolo e pensare a cosa posso fare per aiutare il suo futuro perché quella è una storia che non ha prezzo.”

E in questo momento di grandi sconvolgimenti e di proteste a seguito della morte di George Floyd a Minneapolis, ha affidato alle pagine del Los Angeles Times i suoi pensieri sulla situazione negli States:

“Il COVID-19 ha esposto in maniera ancora più evidente che noi afro-americani abbiamo tassi di mortalità significativamente più alti dei bianchi, che siamo i primi a perdere il nostro posto di lavoro, e guardiamo con impotenza i Repubblicani mentre cercano di impedirci di votare. Proprio mentre il melmoso ventre del razzismo istituzionale viene a galla, sembra che la stagione di caccia ai neri sia aperta. E se c’era qualche dubbio, i recenti tweet del Presidente Trump hanno confermato lo spirito del tempo di questa nazione, chiamando i protestanti “teppisti” e incoraggiando gli spari contro i saccheggiatori. Il razzismo in America è come la polvere nell’aria. Sembra invisibile anche quando ti sta soffocando fino a quando non lasci che entri il sole. È solo in quel momento che realizzi che è dappertutto. Fintanto che continuiamo a far splendere quella luce, avremo la possibilità di pulire ovunque si posi. Ma dobbiamo rimanere vigili, perché è ancora nell’aria. Sì, le proteste spesso vengono usate come scusa affinché qualcuno se ne approfitti, così come quando i tifosi festeggiano il titolo di una squadra vengono bruciate macchine e distrutte vetrine. E io non voglio vedere negozi saccheggiati o edifici in fiamme. Ma gli afro-americani vivono in edifici in fiamme da tantissimi anni, soffocando nel fumo mentre le fiamme bruciano sempre più vicino a loro. Forse in questo momento la preoccupazione principale della comunità nera non è se i protestanti mantengono il metro di distanza tra loro o se delle anime disperate rubano delle magliette, o neanche se una stazione di polizia viene messa a fuoco, ma se i loro figli, mariti, fratelli e padri verranno uccisi dai poliziotti o da aspiranti tali solo perché sono andati a camminare, correre o in macchina. O se essere neri significa rinchiudersi in casa per il resto delle proprie vite perché il virus del razzismo che ha infettato questa nazione è più mortale del COVID-19. Perciò quello che vedete nei protestanti neri dipende se state vivendo in un edificio in fiamme o se lo state guardando in televisione con una ciotola di patatine sulla gamba aspettando che cominci ‘NCIS’. Quello che io voglio vedere non è una corsa al giudizio, ma una corsa alla giustizia”.

Un gigante dentro il campo, ma ancor di più fuori, che di quegli anelli di campione NBA proprio non sa che farsene. Ci hanno provato tutti in America, ma con la penna in mano, come in uno contro uno, Kareem Abdul-Jabbar non si può contenere.



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