La bestia, l’angelo e il pazzo

“Contengo in me una bestia, un angelo e un pazzo. E la mia ricerca riguarda la loro azione, e la mia difficoltà consiste nel loro controllo e nella loro vittoria, negli alti e nei bassi, e il mio sforzo è la loro auto-espressione”. (L. Sprewell)Nessuno come Spree potrebbe dirvi cosa significhi essere soli.
Spree era solo quando papà Latosca se ne andò di casa per poi riapparire in concomitanza del draft 1992, con il richiamo dei dollari del figlio.
Spree era solo quando coach James Gordon lo notò quasi per caso mentre camminava nei corridoi della Washington High School, convincendolo e convincendosi che lì dentro ci fosse un futuro giocatore di basket di alto livello. Il tempo e la storia gli avrebbero dato ragione.
Spree era solo il 1 dicembre 1997 quando mise le mani intorno al collo di P.J. Carlesimo Un gesto che gli costò un anno di sospensione dalla NBA.
Spree era solo quando Dave Cheketts, general manager dei New York Knicks, va a trovarlo per capire quanti e quali siano i margini per fare di lui un giocatore del roster a disposizione di Jeff Van Gundy per il 1998/1999, il tempo di farsi raccontare come sta la figlia Page, che aveva avuto un orecchio staccato di netto da uno dei pitbull di casa che Spree aveva poi scelto di non sopprimere perché “sono cose che capitano”.
Spree era solo anche qualche anno dopo quando, a fronte dei 21 milioni in tre anni offerti dai Minnesota Timberwolves per rinnovare il contratto in scadenza, se ne uscì con l’immortale “I’ve got a family to feed”.
E quindi saluti ai Timberwolves, saluti ai Mavericks e agli Spurs, perché “non si gioca per pochi spiccioli”, saluti alla sua carriera, saluti anche a quello yacth da mille e una notte da oltre un milione di dollari tenuto ormeggiato sul Lago Michigan che è ghiacciato sei mesi l’anno.
Saluti, saluti a tutti meno che a se stesso. Perché il problema è proprio questo. La solitudine, quella solitudine, prima o poi presenta il conto, salato, anzi salatissimo. Il confronto con chi si è stati, con chi si è, con chi si sarà. Quasi mai si tratta di un confronto piacevole, quasi sempre ti condanna all’oblio, che tu sia stato ‘The Human Videogame’, uno dei giocatori più incredibili che abbiano mai calcato un parquet NBA, o meno.

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