Phil Jackson, Rasheed Wallace e il significato delle favole

Il basket non è ciò che si vede nei film, non è una favola, anche se spesso a noi piace trovare la narrativa all’interno del reale. Sono proprio le belle storie che spesso ci fanno anche chiudere un occhio sulla dura realtà dei fatti. Anzi, spesso, comunque vada a finire una determinata stagione, partita o serie, si tenta sempre di raccontarla nella maniera meno tecnica e più appassionante possibile, tentando di schierarsi dalla parte del vincitore, così da farlo sembrare subito il beniamino della moltitudine che legge, perché si sa, le favole devono finire sempre con il “tutti felici e contenti”, nella vita ci sono vincitori e vinti.
La favola dei Lakers di Kobe e Shaq è una delle più appassionanti degli ultimi 20 anni, amata dal grande pubblico e spesso idolatrata oscurando dei particolari. Uno dei tasselli fondamentali di questa amatissima storia è il “leggendario”(ovviamente) coach Phil Jackson, che nell’opinione popolare (e perché no? Anche nella realtà) come Re Mida, trasforma in oro tutto ciò che tocca. Una favola forse però più bella è stata cancellata dai programmi per far spazio alla dinastia Lakers. Una favola che probabilmente avrebbe avuto anche un maggior successo nei ricordi delle persone (non parliamo di Iverson, non in questo caso), sarebbe stata la storia dei Portland Trail Blazers. Non è stata portata avanti perché qui subentra la vita reale, che cancella un finale da Disney per la dura legge del più forte.. Gli elementi per un finale da sogno c’erano tutti: da Scottie Pippen che ritrova da avversario il suo ex allenatore e va davvero a un passo dal vincere senza Jackson e senza MJ (e forse anche la storia di Pippen, di MJ e dei Bulls ora come ora sarebbe diversa), a Arvydas Sabonis, cestista lituano dall’enorme talento, impossibilitato ad entrare in NBA fino a pochi anni prima causa Guerra Fredda. L’emblema di questa squadra però, era Rasheed Wallace, su cui cercheremo, nonostante (o forse anche grazie al duro esito della realtà) di costruire una storia.

“È sapiente ne capisce troppo. Molti suoi allenatori diranno : e cosa alleniamo a fare, è lui che allena noi, è nato per questo gioco”.

“Ha qualcosa di speciale , ha una forza da nero che però è di tipo conflittuale”.

“Ball don’t lie” la palla non mente è un contesto , ovvero sia la superiorità della legge naturale su quella degli uomini.

Lui è convinto che esista una legge che gli arbitri non conoscono”.

Fin da giovane è un ragazzo dotato di un talento divino per questo gioco. Gli dei del basket hanno creato un soggetto complesso. Crescendo, il suo carattere controverso rimane quello di sempre. L’Nba si accorge però che questo non è uno come gli altri. È un personaggio particolare non solo fuori dal campo. A lui non piace essere il leader, vuole giocare con la squadra non esserne il capo. La sua indole rimane sostanzialmente quella di casa sua , ha sempre da dire qualcosa contro il sistema per cui ha giocato, difficilmente però parla a vanvera. La sua filosofia è molto legata al suo modo di essere , un giocatore pragmatico sotto qualsiasi aspetto. Devo ammetterlo è una mente del gioco difficile da analizzare.
Ma Sheed non è soltanto questo.
Un giocatore indecifrabile , una qualità di gioco fuori dal comune su i due lati del campo. Atletismo , tecnica , tiro da fuori , visione celestiale del gioco , proprietà di movimento del corpo scientifica.
Ha troppe qualità per essere un giocatore con un carattere tranquillo. Ah quasi dimenticavo, può tirare con entrambe le mani.

I Lakers sono avanti 3-1 nella serie. Ormai sembra tutto scritto. Dopo anni di siccità, con il nuovo Dynamic Duo, i Lakers vinceranno il loro primo titolo NBA? L’ostacolo si chiama Rasheed Wallace, che giocherà il basket più celestiale della sua carriera. I Blazers miracolosamente pareggiano e arrivano anche ad un consistente vantaggio in gara 7. L’opinione comune inizia a cambiare. Forse questi Lakers non sono poi la macchina da guerra che tutti pensano, forse Shaq non è così inarrestabile, forse Phil Jackson non è un vincente posto fuori dal contesto Bulls…

“… FORSE PHIL JACKSON NON È UN VINCENTE POSTO FUORI DAL CONTESTO BULLS…”

Ogni favola però per esprimersi al meglio deve toccare il suo punto più basso.

Portland sul +16 nel secondo quarto, terzo fallo di Shaq. Phil Jackson non lo toglie e lascia increduli i telecronisti della NBC. I Blazers continuano a segnare…
Ripetiamo, questa non è una favola, è la vita reale, non arriva il discorso motivazionale che sveglia di colpo gli animi dei giocatori e costringe loro a compiere imprese che di umano hanno poco. I giocatori sanno di essere sotto di 16 in gara 7. Sanno le critiche che pioveranno dopo la partita… discorso motivazionale no, ma capolavoro tattico si.

Lo stile inconfondibile del maestro zen… Eppure solo lui è riuscito a “controllare” e gestire squadre , ma soprattutto gruppi di persone le cui dinamiche erano talmente sottili da spaccare una montagna.
(Un uomo che al primo colloquio di lavoro, fu cacciato dall’allora allenatore Stan Albeck in quanto si presentò in sandali, bermuda, camicia hawaiana, barba incolta, occhiali da sole e cappello da spiaggia con tanto di piuma.

E pensare che quella squadra erano proprio i Bulls.

Signore e signori… Phil “CoachZen” Jackson.

Portland scappa in contropiede e segna canestri che sembrano facili per tutta la partita. Phil Jackson allora decide di mettere la difesa a pressare sin dalla rimessa da fondocampo. Un suicidio. I Blazers entrerebbero nel campo dei Lakers come una lama nel burro. Invece un mini parziale di 5-0 gialloviola inizia a far crollare le certezze della squadra dell’Oregon. I Blazers non segnano più e sappiamo tutti com’è andata a finire. Alley Oop di Kobe per Shaq. Schiacciata al volo. Braccia al cielo. Tutti a casa.

Ecco che si solidifica il mito del Genio di Phil Jackson che da potenziale suicida si dimostra un vero e proprio maestro.
Ecco nel momento in cui una favola nasce nella vita reale ce n’è un’altra che è appena stata distrutta sul più bello.
Ogni favola però per esprimersi al meglio deve toccare il suo punto più basso.
Lakers che vincono un Three Peat. Karl Malone e Gary Payton raggiungono la corazzata campione NBA per vincere una volta nella loro carriera anche loro.

Finale contro una squadra solida, ma senza superstar. Chauchey Billups, scartato da ogni squadra in cui aveva giocato, Ben Wallace, difensore roccioso dalle mani di piombo, RIP Hamilton, l’uomo mascherato che deve il suo soprannome RIP a ciò che di meno macabro si possa immaginare (“rip” in inglese vuol dire strappare, ed era riferito ai pannolini che strappava continuamente da piccolo) e… chi manca a questa squadra per renderla perfetta? SHEED.
Ovviamente i Lakers sono strafavoriti, ma i Pistons riuscirono a stupirli prima, a spaventarli poi e portarono a casa il titolo NBA per 4-1. Karl Malone e Gary Payton restano a secco di titoli nonostante la loro gloriosa carriera e i Lakers si dimostrano in quell’annata come una delle squadre più deludenti di sempre. Questa è la realtà. La realtà non premia una carriera ventennale di due Hall of Famers. Non vissero tutti felici e contenti. Però la vita reale la giriamo e rigiriamo sempre come piace a noi, e come abbiamo detto prima, dopo una storia bella che la vita reale ha brutalmente accantonato, ne nasce una nuova, ugualmente bella. Sheed aveva finalmente ottenuto la sua rivincita.
Il titolo con i Pistons rappresenta ciò che lui ha sognato sempre di essere , grande giocatore insieme ad altrettanti grandi giocatori. Ciò che lascia alla pallacanestro, è una filosofia che va controcorrente a tutto ciò che c’è di marcio attorno al gioco più bello del mondo, che però viene celato.

Il basket non è una favola? Dipende dai punti di vista, e a noi piace che sia così…

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