La storia del basket in foto. Parte 5

Gli anni ’60, forse il periodo più interessante e romanzato della storia della NBA. Sono gli anni della lotta per l’affermazione dei diritti dei neri, cominciata poco prima con Earl Lloyd e proseguita, ovviamente, dal ben più noto Bill Russell, gli anni dei record di Chamberlain, gli anni del dominio dei Boston Celtics targati Auerbach, di The Logo e Big O, di Pete Newell alle Olimpiadi di Roma 1960. Storie che più o meno conosciamo tutti. Ma quello che accadde poco dopo segnò definitivamente la storia della nostra amata pallacanestro, contribuendo a renderlo sempre di più il gioco meraviglioso che noi tutti oggi amiamo.

La stagione 1967-68 si apre con l’iscrizione alla lega di due nuove squadre: i Seattle Supersonics e i San Diego Rockets, che portano il campionato a 12 franchigie permettendo di arrivare finalmente a quota 82 partite stagionali per squadra, quelle attuali. Visto che le sue nuove compagini si trovano geograficamente ad Ovest, i Detroit Pistons vengono spostati nella Eastern Conference. I New York Knicks nel frattempo sono costretti a dare l’addio al vecchio Madison Square Garden per trasferirsi nel nuovo MSG, la cui costruzione era terminata proprio in quell’anno. La dinastia Celtics era ormai al capolino e una nuova generazione di campioni faceva capolino dagli ambienti più inaspettati. Già perché ora il basket era popolare, e non più uno sport da parquet, ma uno sport cittadino, e i ragazzi che crescevano in quartieri come quelli di Detroit o Brooklyn passavano le giornate nei playground, dove sperimentavano mosse del tutto nuove, che in seguito sarebbero state portate da quelli stessi ragazzi in NBA. Ma non solo in NBA… Ma prima facciamo un leggero passo indietro. La NBA acquista popolarità, ma al contempo molti giocatori “da campetto” acquistano fama a livello nazionale. Una svolta clamorosa all’impatto Pop del basket viene data dalla nascita delle Summer Leagues, competizioni che si svolgevano nei parchi più famosi degli US. I playground vengono sommersi dal pubblico, poiché nessuno aveva mai visto prima le mosse che questa nuova generazione di atleti aveva portato alla ribalta. Ogni giocatore aveva un suo stile, dal giocatore che fa mille finte a quello che salta fino a toccare il bordo alto del tabellone. I giocatori più famosi di ogni città viaggiano ore in macchina per sfidare i giocatori più forti dei campetti delle altre città. I parchi sono pieni di leggende, che nonostante non abbiano mai calcato i parquet NBA, sono ancora oggi note a livello mondiale. Basti pensare a Earl “The Goat” Manigault, il giocatore definito da Kareem Abdul-Jabbar come il più grande con o contro cui abbia mai giocato, o a Pee Wee Kirkland, letteralmente personaggio di culto del Rucker Park, La Mecca dei Playground mondiali.

E sul Rucker e su Kirkland andrebbe decisamente aperta una parentesi.

30 luglio 1971, al Rucker si gioca la gara più attesa dell’anno, e non parliamo solo del basket da strada. Da un lato Pee Wee e i Milbank, dall’altro i Westsiders (i New York Nets sotto mentite spoglie). New York Nets? Si. Quel giorno al Rucker è andato a giocare il giocatore forse più spettacolare di tutti i tempi: The Doctor, Julius Erving. La gara inizia e nel primo tempo il dottore fa letteralmente quello che vuole. All’intervallo una limousine parcheggia e sette file di spettatori si spalancano come il Mar Rosso davanti a Mosè dinnanzi a un uomo, che attraversa la strada, si cambia, ed entra in campo con i Milbank. Quest’uomo è Joe “The Destroyer” Hammon. Primo possesso, ISO. The Destroyer vs The Doctor. E su questa falsa riga andrà avanti per tutta la partita. Gli spettatori dell’epoca dicono “Circa 40 ciascuno”. Si gioca fino all’ultimo possesso. Al termine della gara, The Doctor e i Westsiders avanti di uno.

Abbiamo citato i New York Nets, squadra professionistica di pallacanestro da parquet, non però enumerata tra le squadre NBA. Pochissimi anni prima, con precisione nel 1967, la NBA aveva trovato una sua grande rivale che trovava le sue radici proprio nel playground. I tifosi amavano il basket ma erano stanchi di vedere un gioco in cui le schiacciate erano considerate un segno di provocazione verso la squadra avversaria. Il grande pubblico voleva il gioco dei playground trasportato sul parquet, e così nacque una nuova lega di squadre di pallacanestro: l’American Basketball Association, nata con l’intento di fondere tutte le associazioni più piccole creandone una che possa competere con l’NBA ma a costi più vantaggiosi per i proprietari, e il commissioner della neonata lega era… George Mikan.

L’ABA ora è capace di rivaleggiare con la storica National Basketball Association e differisce da essa oltre che per lo spirito con cui è nata e con cui si scende in campo, anche per le regole utilizzate: infatti, le azioni in attacco possono durare 30 secondi e, cosa che cambierà inevitabilmente il gioco negli anni a seguire, viene introdotta la linea da 3 punti. Altra grande novità è rappresentata dallo ‘Slam Dunk Contest’, gara di schiacciate disputata tra i migliori atleti della lega. Piccola curiosità, anche la palla di gioca è diversa: spicchi rossi, blu e bianchi al posto del monocolore arancione. Per tutta la “ABA Era” che andrà dal 1967 al 1976, nella neonata lega si susseguiranno squadre e giocatori poi dominanti anche nella NBA, come i San Antonio Spurs, i Denver Nuggets, i Brooklyn Nets e gli Indiana Pacers, oltre ai vari e noti Connie Hawkins, David Thompson, Artis Gilmore e ovviamente il sovracitato Doctor J…

Nel frattempo in NBA, altre due squadre fanno capolino nel 1968: i Milwaukee Bucks e i Phoenix Suns, raggiungendo un totale di 14 teams. L’anno successivo, Alan Siegel, ispirandosi fortemente al logo della MLB, crea il nuovo simbolo NBA, stilizzando una foto di Jerry West.

Gli anni 70 sono un crescendo esponenziale di popolarità. Tutte le città più importanti d’America vogliono avere la propria squadra NBA, così vengono aggiunti i Portland Trail Blazers, i Cleveland Cavaliers, i Buffalo Braves e gli Utah Jazz.

Ora però, facciamo un lungo salto in avanti.

Siamo nel 1976, data rivoluzionaria per la storia del basket USA. Dall’inizio del decennio, l’ABA e l’NBA capiscono che a farsi concorrenza nessuna delle due leghe riuscirà ad avere una visibilità a livello nazionale così i proprietari delle franchigie cercano una soluzione. Ormai sempre più giocatori NBA sentivano che le loro radici cestistiche venivano contaminate dalla ABA, dal divertimento, dalla creatività, e il cambiamento piacque non poco. Sulla copertina di Sports Illustrated del 28 ottobre 1976, Dave Cowens, stella dei campioni in carica, i Boston Celtics (vincenti anche se non più dominanti) e Julius Erving, ormai volto e personificazione della ABA, appaiono contornati da un titolo: “Dave and the Doctor in One Big League”. Finalmente le due leghe arrivano a fondersi e gli equilibri di forza tra le squadre ora sono ancora più svariati. Nel post dominio Celtics si sono avvicendate tante grandi squadre, dai Bucks di Jabbar ai Warriors di Barry, ma ora con l’arrivo delle stelle ABA in NBA, lo spettacolo salì ulteriormente di livello. La squadra forse che più trasse beneficio dalla fusione fu Philadelphia, che con il rookie Darryl Dawkins (non a caso soprannominato Dr. Dunkenstein) e due tra le più brillanti stelle della ABA, George McGinnis e The Doctor Julius Erving, portò nella NBA la ABA che tutti sognavano, più di qualunque altro team. Creatività, estro, corse, schiacciate, movimenti spettacolari che fino a pochi anni prima non erano ancora stati inventati… La NBA era al suo meglio, e più spettacolare che mai.

To be continued…

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