La USA Basketball prima del Team USA

Purtroppo a causa della pandemia di Covid-19, quest’estate non si sono svolti i Giochi della XXXIII Olimpiade, rimandati nel 2021 con mantenimento di sede in Tokyo. Quando ogni appassionato di pallacanestro pensa alle Olimpiadi, la prima immagine che sovviene in testa è quella del Team USA, la nazionale di pallacanestro degli Stati Uniti d’America, che ha acquisito una fama a dir poco incredibile anche al di fuori dei non appassionati, anche se non soprattutto per lo spettacolo che mettono in campo umiliando brutalmente ogni altra nazionale che le si para contro (molti di voi ricorderanno il +86 inferto alla Nigeria 8 anni fa a Londra). Il Team USA infatti, delle sette edizioni olimpiche in cui ha preso parte, ha ottenuto un risultato diverso dall’oro solo una volta (Bronzo ad Atene 2004). La prima edizione disputata dal Team USA è anche la sua più celebre, Barcellona 1992, sulla quale è superfluo spendere parole, poiché saprebbero di già sentite.Di prima dell’anno zero però, si sa poco quanto niente. Anzi, converrebbe specificare che il 1992 non è neanche da considerarsi l’anno zero del Team USA, poiché l’anno rivoluzionario per la nazionale olimpica statunitense fu il 1989. Infatti solo in quell’anno, grazie ad un cambio di regolamento della FIBA, fu permesso di giocare in nazionale alle stelle della NBA.


Le origini

La storia della nazionale maschile di pallacanestro, però, inizia molto prima, perciò facciamo un enorme balzo indietro al 1904, anno delle Olimpiadi di Saint Lewis. La pallacanestro viveva il suo 14° anno di vita e non era ancora abbastanza popolare al di fuori degli USA per essere considerata disciplina olimpica. In queste olimpiadi però, il basket si presentò ugualmente, in veste di torneo dimostrativo, senza l’assegnazione di medaglie, e i partecipanti furono solo di squadre statunitensi. La prima vera competizione internazionale avvenne nel 1935, con un campionato Europeo, tre anni dopo la nascita della FIBA, e un anno dopo l’entrata degli USA in quest’ultima, grazie ad un’associazione chiamata AAU (Amateur Athletic Union), che ancora oggi è il principale territorio di sviluppo dei giovani cestisti, nonostante non sia più riconosciuta dalla FIBA come ai tempi.Il basket fu inserito nella categoria delle discipline olimpiche nel 1936, durante i Giochi di Berlino con non pochi problemi.

La decisione della FIBA fu infatti di giocare all’aperto, con risultati disastrosi tra i quali, causa condizioni climatiche, il ritiro di 3 nazionali delle 23 che avevano preso parte. La medaglia d’oro fu vinta, guarda caso, dagli USA, e la ricevettero dalle mani di James Naismith in persona. La squadra era formata da collegiali provenienti dalla NCAA (in particolare dai Bruins di UCLA) o dalla sovracitata AAU. Le due leghe erano entrambe amatoriali ed entrambe collegiali e lo scontro per preservare i posti della nazionale ai rispettivi migliori talenti fu inevitabile. La AAU assunse subito una posizione egemonica nei confronti della NCAA e iniziò da subito a dettare legge sulle convocazioni nazionali, organizzando un torneo annuale a Denver in cui la AAU sceglieva luogo, date e arbitri della competizione, e negli accoppiamenti, seppur con sole quattro partecipanti, si faceva il possibile per garantire la vittoria di un team rappresentativo della AAU, dato che il Coach vincitore avrebbe allenato Team USA, e il quintetto titolare sarebbe stato automaticamente portato in blocco alle Olimpiadi, insieme ad altre scelte a discrezione dell’allenatore, che raramente puntava su giocatori della fazione opposta. Nel 1948 i Kentucky Wildcats, vincitori del torneo NCAA, con in rosa Alex Groza e Ralph Beard, due futuri NBA, e allenati dal leggendario Adolph Rupp, coach dei Wildcats per oltre 40 anni (1930-1972), ed eletto nella Naismith Memorial Hall Of Fame nel 1969, prima ancora di concludere la sua brillante carriera, si scontrarono contro i Phillips 66Ers, campioni AAU in carica. La vittoria andò ai 66Ers e Rupp fu costretto a vice di Omar Browning sulla panchina del Team USA. Quattro anni dopo la situazione fu analoga. Un’altra meravigliosa squadra campione NCAA, i Kansas Jayhawks, allenata da un altro leggendario Coach, Phog Allen, anche lui Hall of Famer, e con un altro talento NBA, Clyde Lovelette, fu sconfitta dai Preoria Caterpillars e Allen fece anche lui da vice a Warren Womble, che scelse solo un giocatore dei Jayhawks nella rappresentativa nazionale, appunto Lovelette. Gli USA vinsero sia l’edizione olimpica del 1948 che quella del 1952, ma la vera svolta arrivò nel 1956, in cui la squadra statunitense più forte che si fosse mai vista, che dominò le olimpiadi di Melbourne, seppur guidata dall’allora coach dei sovracitati 66Ers Gerald Tucker, vide come principali protagonisti due giocatori provenienti da una squadra NCAA, i San Francisco Dons, campioni nel 1955 e nel 1956 e con un impressionante record combinato dei due anni di 57 vittorie e una sola sconfitta. I due protagonisti hanno segnato non solo la storia della NCAA, ma piu in generale la storia della pallacanestro. Parliamo di K.C. Jones e William Felton “Bill” Russell, che l’anno dopo sarebbero andati a giocare entrambi in NBA, Jones ai Fort Leonard Wood, per poi passare ai Boston Celtics due anni dopo, Bill come tutti sapete ai Boston Celtics, dove è diventato il giocatore più vincente della storia del basket. La rappresentativa statunitense quell’anno vinse l’oro a Melbourne con oltre 53 punti di scarto medio sugli avversari.


L’era Newell

Balzo di altri 4 anni. Poco prima del Denver Trial Olympic Tournament, Pete Newell, allenatore leggendario e geniale dei California Bears, promotore del principio secondo cui “l’attacco vince le partite, la difesa vince I campionati”, dopo la vittoria del campionato NCAA 1959 ha dichiarato il ritiro dalla panchina alla fine dell’anno successivo. Ovviamente il desiderio è quello di chiudere da vincente con un back2back. I Bears passeggiano fino alle Final Four, e fedeli alla filosofia vincono tutte le partite con 23 punti di scarto medio, concedendo alle squadre avversarie una media di 47,9 punti subiti e nessuna delle squadre affrontate prima delle semifinali toccò quota 50.

Prima di parlare delle FF però bisogna fare un mini excursus all’anno precedente, in cui i ragazzi di Newell per vincere hanno dovuto affrontare in semifinale i Cincinnati Bearcats, guidata da “The Big O”, Oscar Robertson, mentre in finale la vittoria arrivò contro West Virginia, guidata da Jerry West. Ora la semifinale contro Cincinnati si ripresenta, e si gioca al Cow Palace. I Bearcats hanno vinto 27 partite ssu 28 e sono guidati da un Robertson da 33.7 punti, 14.1 rimbalzi e 7.3 assist di media. La difesa di Newell però funzionò ancora, 77-69 Bears e approdo in finale non contro West Virginia ma contro Ohio State di Jerry Lucas e John Havkiceck. Ai tempi la semifinale e Finale del torneo NCAA si giocavano a 24 ore di distanza e i Bears per una serie di problemi arrivarono in albergo alle 3 del mattino. Inutile dire che gli zombie che scesero in campo non ricordavano minimamente i Bears e Ohio State inflisse alla squadra di Newell un pesante +20.

Cosa fare, ritirarsi da sconfitto? C’è un’ultima, anche se fisicamente deleteria possibilità. Presentarsi a Denver 24 ore dopo con una squadra di selezione All Star NCAA per sperare di allenare il team USA. Newell è inizialmente contrariato, ma si fa convincere con non poche resistenze.Quell’anno i partecipanti del torneo erano saliti a otto: Ohio State, che partecipava di diritto in quanto vincitrice del torneo NCAA, una formazione militare guidata dal futuro All Star NBA Adrian Smith, i NAIA All Stars, e altre tre squadre della AAU oltre la vincitrice del torneo. In più gli accoppiamenti furono fatti in modo tale che le square AAU non si sarebbero mai scontrate tra loro, garantendo se non l’approdo in finale, quanto meno un mancato parricidio. Nella selezione All Star di Newell rientravano sia West che Big O, e grazie a loro (principalmente grazie al secondo) la squadra arrivò in finale contro i Preoria Caterpillars (AAU). La strategia avversaria fu di soffocare Robertson, ma Newell decise di far giocare West e Oscar a due, tenendo il centro in punta per far tagliare agilmente O, e sui raddoppi a Robertson, si liberava spazio per West che martoriò le retine del Denver Coliseum. A fine partita lo stra raddoppiato Robertson mise a referto comunque 20 punti, e Jerry ben 39. La AAU, spiazzata per la sconfitta proibì a Newell di portare ai giochi Olimpici di Roma più di 5 giocatori, ma l’allenatore furente riuscì a raggiungere un compromesso, seppur ancora stretto con il comitato. 7 giocatori su 12 dalla NCAA. Di questi 7 posti, sei provennero dalla selezione All Star di Newell, i cinque titolari e Walt Bellamy. Il settimo fu Jerry Lucas, preferito ai vari Wilkens, DeBusschere e Havlicek.

La squadra era pronta a partite per Roma. Esordio 88-54 contro l’Italia (17 Adrian Smith, 16 Robertson. Dall’altra parte 17 di Gianfranco Lombardi), 125-66 contro il Giappone (28 di Lucas), 107-63 contro l’Ungheria, 104-42 contro la Jugoslavia, 108-50 contro l’Uruguay. Bisogna dire che il risultato di queste gare per quanto impressionante è viziato da un secondo tempo di pietà di Newell mascherata sotto il nome di garbage time, infatti raramente nei primi tempi le squadre che avevano affrontato gli USA avevano toccato quota 20 punti. La partita più difficile fu contro l’URRS, almeno inizialmente, poi la formidabile difesa iniziò e funzionare e un 28-4 di parziale finale chiuse i conti (19 West, 16 Robertson). Semifinale 112-81 contro l’Italia (23 di “Dado” Lombardi). Amara però fu la sorpresa dopo la semifinale. Nessun pullman aspettava la nazionale, poiché era stato usato dai membri della AAU per rientrare prima. La nazionale rientrò in albergo alle due di notte e scoperto tutto la reazione di Newell fu comica e soddisfacente.Citando Basketball R-Evolution di Flavio Tranquillo, che ha “largamente ispirato” la parte relativa Newell:

Newell mandò a letto i giocatori e poi, menano calci come un mulo contro le rispettive porte delle stanze, tirò giù dal letto tutti i fenomeni dell’AAU. I quali, allineati in corridoio come in un rastrellamento notturno, subirono l’ira funesta del Petide punteggiata da parecchi vaffa culo a uso e consumo dei giocatori che ascoltavano soddisfatti dalle proprie camere.

Giorno della finale, 90-63, 23 di Lucas. USA ancora oro olimpico.


Il declino

La nazionale statunitense dalla vittoria di Roma in poi subì un leggero declino che iniziò con la sconfitta ai mondiali in Uruguay nel 1967. Dopo la vittoria alle Olimpiadi del 1968, gli USA arrivarono a quota 7 ori consecutivi. Nel 1972 però durante le olimpiadi di Monaco, gli USA giocarono la finale contro l’altra superpotenza mondiale della pallacanestro, che aveva vinto gli europei per otto edizioni consecutive, l’URSS. Entrambe le squadre passarono il loro girone imbattute e la partita finale fu tiratissima. Con tre secondi da giocare l’Unione Sovietica è avanti 48-49. Doug Collins va in lunetta per gli USA, con la possibilità di sorpassare. Il primo è dentro, 49 pari, ma mentre Collins inizia il movimento ascensionale per tirare suona la sirena del time out URSS che lo aveva richiesto tra un libero e l’altro. Il time out non viene assegnato poiché l’arbitro Renato Righetto non è riuscito a fermare in tempo il gioco. L’URSS batte la rimessa, ma lo stesso Righetto entra in campo e blocca l’azione a un secondo dal termine. L’URSS batte la rimessa e tira con un secondo rimanente da una parte all’altra del campo. Gli Americani festeggiano, ma il festeggiamento dura poco, poiché verrà concesso ai Russi di rigiocare la rimessa con i 3 secondi che erano stati stabiliti prima che l’azione venisse interrotta.

Prima di battere la rimessa il secondo arbitro Artenik Arabadjian fece al marcatore il gesto di allontanarsi dal rimettitore. La visuale così era sgombra per effettuare un full court pass. Il “passaggio d’oro” così definito del rimettitore Ivan Jadeska finì nelle mani di Sergei Belov che concluse a canestro. 51-50 e controversa vittoria URSS contro la quale non mancarono le proteste. Gli USA non si presentarono alla cerimonia di premiazione per ricevere la medaglia d’argento.In quello stesso anno la dispotica AAU venne disconosciuta dalla FIBA, e due anni dopo ad essa subentrò la ABAUSA (Amateur Basketball Federation of the United States of America). Gli anni successivi furono abbastanza bui, con una mancata partecipazione alle Olimpiadi di Mosca 1980 a causa delle controversie internazionali con l’URSS, un oro olimpico a Los Angeles 1984 con un team USA guidato sempre da collegiali, ma di tutto rispetto quali Patrick Ewing, Chris Mullin e Michael Jordan, seguì una vittoria (la seconda) ai campionati mondiali del 1986.Il cosiddetto “biennio nero”, 1988-1990, fu il punto più basso mai toccato dalla rappresentativa americana. Un torneo olimpico letteralmente dominato a Seul con vittorie anche con quaranta punti di margine portò gli statunitensi in finale, forti di una striscia di 6 vittorie consecutive e dopo il 1972 riaffrontarono per la prima volta sul campo i sovietici, guidati dal trio lituano Marčiulionis-Kurtinaitis-Sabonis. Gli USA di Mitch Richmond e David Robinson persero 76-82 e la magra consolazione della vittoria contro l’Australia nella finale per il terzo posto non impedì agli americani di entrare in una crisi profonda che culminò due anni dopo con la sconfitta ai mondiali, un ennesimo terzo posto, dopo essere stata eliminata dalla vincitrice Jugoslavia di Petrovic, Divac e Kukoc (MVP della competizione).


USA Basketball Team

Nel 1989 arrivò la decisione che abbiamo precedentemente citato: la ABAUSA diventò USA Basketball Team e la FIBA concesse l’entrata di giocatori NBA nella nazionale. La voglia di rivalsa degli USA dopo il biennio nero la conosciamo tutti. Basta dire “Dream Team di Barcellona 1992”, ma questa è un’altra storia, che non serve raccontare…

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