Rubio, un sogno dipinto

Il Playmaker sottintende un qualcosa di artistico, fatto di tecnica ma anche di ispirazione, di visione di ciò che c’è e di intuizione di cosa potrebbe esserci. Il play è un pittore, il campo diventa una enorme tela tridimensionale, fatta per immortalare i suoi capolavori. Volando da una mano all’altra, la sfera a spicchi lascia infinite pennellate. Alcune sinuose, altre nervose. Ma ognuna indelebilmente firmata da colui che, anche per definizione, il gioco non si limita a gestirlo, ma lo plasma. Anzi, lo crea. C’è il playmaker classico, che disegna traiettorie geometriche. C’è quello impressionista, che nell’irregolarità della distribuzione della palla fa rifulgere la sua unicità. Esiste un play pop, che gioca per stupire e colora il grigiore di un possesso di ventiquattro secondi con scelte al limite del possibile. O addirittura la versione street-art, che regala ai suoi assist il ritmo ossessivo e coinvolgente di un playground.
Poi, di colpo, la crisi.
Il passaggio, l’opera d’arte, la firma d’autore, diventa improvvisamente obsoleto. Ora conta segnare. L’importante è che la sfera termini nella retina. Il ritmo, la circolazione di palla, la visione periferica, tutti optional. Del resto, è anche comprensibile. In un’epoca in cui non ci sono più difese da scardinare, in cui anche consegnare la palla al compagno marcato è considerato assist, il playmaker vede la sua arte offesa. E se in Europa la figura del regista, l’allenatore in campo, è ancora richiesta e apprezzata, complice un maggior tatticismo ed un focus più intenso sulla difesa da parte dei top club, nella NBA abbiamo gradualmente assistito ad una vera e propria estinzione del playmaker. La combo guard, con i suoi trenta punti di media a partita, è il nuovo must. Eppure, anche in questa pallacanestro fatta di atletismo e punteggi stratosferici, c’è ancora qualcuno che resiste. Che combatte la sua solitaria battaglia, coraggioso e idealista. Il nostro eroe viene dalla Spagna. Non dalle deserte praterie, ma dal mare della Catalogna. Ricard Rubio i Vives. Per tutti, semplicemente Ricky. Per chi ama un certo tipo di basket, l’ultimo dei playmaker.
Dalla sua città natale, Ricky Rubio prende l’eclettismo ed il colore. E proprio come un giovane Kandinsky con in mano una palla a spicchi, parte per il suo personalissimo viaggio, alla continua ricerca della bellezza e dell’armonia. La prima tappa è Badalona, a dieci chilometri scarsi di autostrada. Spiagge chilometriche, in stile Venice Beach, innaffiate da quel non so che tipico della Catalogna.

In mezzo al campo di basket un ragazzino ossuto di 14 anni, sfoggia una visione di gioco alla Jason Kidd. Una consapevolezza degli spazi imbarazzante, anche per un venticinquenne. In campo aperto, sforna assist alla Jason “White Chocolate” Williams, grazie a quell’insana tendenza a scaricare la palla sotto canestro con un mix ragionato di no-look e dietro-schiena. Un altruismo commovente. Fare contenti i compagni la sua più grande missione. Ci vuole un talento innato. Ci vuole un DNA con l’aggiunta di una quinta molecola di nome “fondamentali”. Ma, soprattutto, ci vuole coraggio.
Ricky Rubio, di coraggio ne aveva da vendere. Era coraggioso, sfrontato, spensierato. Solo così riusciva a infilarsi in penetrazione contro gente a cui rendeva 20 cm e oltre, e almeno 10-12 anni di età, fare euro-step con finta di passaggio in angolo e layup comodo di mancina.
Ma Ricky non è uno come gli altri. Nelle formazioni giovanili vince le partite da solo, non riescono a fermarlo. È un predestinato. E quindi nell’ottobre 2005 diventa il più giovane esordiente della storia della Liga, mettendo a referto due punti, un assist e due recuperi. Ma le successive saranno molto molto meglio. Esordio in Eurolega a sedici anni appena compiuti, unico minorenne della storia del basket spagnolo ad essere incluso nel miglior quintetto stagionale della Liga, argento olimpico a Pechino 2008.

I record sono tanti, i numeri parlano chiaro.

Rubio non segna, Rubio non tira, Rubio non è da NBA. In realtà è questa NBA che a volte tutto sembra tranne che basket, ma andarlo a dire in giro equivale a passare da pazzi. Ricky è un artista. E sebbene gli artisti per definizione seguano il proprio flusso senza curarsi del mondo circostante, le critiche fanno male. Segnano nel profondo, più di un infortunio, più di quel legamento crociato che interrompe la prima stagione NBA di Rubio e che gli costa il titolo di Rookie of the Year. E quindi subentra un cambiamento. Lento, sottile, ma costante. Dare alla gente quel che vuole non è esattamente il motto perfetto per chi del proprio genio fa vanto. Anno dopo anno, la più grande abilità di Ricky Rubio è stata quella di cambiare il suo basket senza però stravolgerlo, mantenendo uno stile basato sull’altruismo e sulla capacità di dettare i ritmi degli attacchi come un direttore d’orchestra. Ha migliorato le sue percentuali, nelle sue prime cinque stagioni NBA non ha mai nemmeno sfiorato il 40% dal campo, mentre nelle ultime tre lo ha sempre superato, si è costruito un rispettabilissimo tiro dalla media, ha quasi raddoppiato il numero di conclusioni dall’arco rispetto a inizio carriera ed è maturato notevolmente dal punto di vista realizzativo. Importante, inoltre, anche la sua crescita fisica, indispensabile per competere con i pari ruolo in NBA e nelle competizioni con la Nazionale.
Sembra incredibile, ma stiamo parlando di un giocatore che il 21 di ottobre ha spento solamente 30 candeline.
E quindi arrivano doppie doppie, addirittura qualche tripla. Attestati di stima, complimenti, ringraziamenti per aver finalmente capito cosa viene richiesto a un playmaker NBA. Purtroppo i referti non tengono da conto proprio tutto. Non c’è statistica che riesca a evidenziare la bellezza di un passaggio, la difficoltà di un assist, la perfezione in un attacco al ferro con cambio di mano. Eppure anche questo dovrebbe contare. Ma quando si chiede la quantità sognando anche la qualità, e questo è il grosso cruccio del tifoso NBA, una delle due deve per forza cedere il passo. E tocca sempre alla qualità.
È davvero triste.
Controllo di palla senza eguali, capacità di capire con quel pizzico di anticipo cosa sta per accadere, o cosa può accadere se tu, il creatore, il genio, decidi di spedire la palla in quello spicchio di campo. Tutte caratteristiche che gli addetti ai lavori hanno sempre rivisto in Rubio, ma che sono necessariamente passate in secondo piano davanti alla pesantezza della statistica. Il playmaker perfetto, dicono alcuni, non è quello che fa venti punti, ma che ne fa fare quaranta ai compagni con i suoi assist. I playmaker hanno ancora tanto, troppo da dare alla pallacanestro americana e mondiale. Basterebbe fare qualche piccolo passo dall’altra parte, in modo da mettersi più o meno in linea con i diktat delle cifre, ma senza snaturarsi.
E poi c’è il sogno. Perché di tale si tratta. Il sogno di tornare a vedere durante una partita il Playmaker come un pittore che colora la sua tela. E a colorarla ci penserebbe Ricky da El Masnou, dando i tempi a un giro palla geometrico e preciso, inventando uno scarico o scorgendo chissà dove una traiettoria invisibile agli altri. Rubio potrebbe riaccendere la luce negli occhi di chi ama la pallacanestro, spiegare con il suo esempio a chi si avvicina a questo sport che il basket non è una serie di uno contro uno lunga quarantotto minuti, che il sacrificio della difesa non è inutile, che se sul parquet si è in cinque, beh, uno stramaledetto motivo c’è. E in attesa che tutto questo possa diventare realtà, continuiamo a sognare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *