La storia del basket in foto. Parte 6

Gli anni ‘70, nonostante la grande fusione, si concludono in maniera negativa per la National Basketball Association, che al suo 33° anno di vita vede abbassarsi gli ascolti televisivi e le presenze nei palazzetti.

E anche una critica a dir poco feroce non si risparmiò nei confronti della lega, con prime pagine che urlano al “Drug scandal”, all’accusa di “sondare la diffusione della cocaina tra i giocatori”. Uno degli slogan più celebri fu “There’s an ill wind blowing in the NBA”. I tifosi, di certo non accattivati dalle recensioni, sono decisamente meno interessati allo spettacolo della NBA, ma come mai dato l’arrivo nella lega del super spettacolare gioco importato dalla ABA?

Giocatori e i dirigenti provano a darsi una spiegazione in ogni modo, e la risposta più comune è sicuramente che nella lega nonostante tutto il talento individuale il gioco risulta essere monotono.

Sapete, ci sono così tanti grandi giocatori che in un certo senso è come se si annullassero a vicenda. Ciò che la gente vuole vedere oggi è il gioco di squadra e credo sia proprio questo che manca nella lega.

~ Earl Monroe

La NBA è sempre più martoriata dalla critica, e un altro tra gli attacchi più diffusi fu quello di essere “troppo nera”. È un periodo storicamente difficile per la comunità afroamericana, nel pieno delle lotte per l’affermazione dei diritti dei neri. I Knicks erano addirittura soprannominati “Niggerbockers”.

1979, gli ascolti sono calati del 18%, il 40% dei palazzetti è sempre vuoto, e il futuro della NBA è più incerto che mai. Alla vigilia della stagione 1979-1980 la lega è in profondissima crisi, anche se si sa, la prima di stagione è sempre un po’ più speciale e in quell’anno in particolare lo fu come non mai. Los Angeles Lakers – San Diego Clippers. In NBA debutta un ventenne proveniente da Michigan State, con un sorriso che conquista subito il cuore di ogni tifoso Lakers e non. Il suo nome è Earvin Johnson Jr., meglio noto come “Magic”. La partita fu molto tirata, e si risolse all’ultimo possesso. Kareem Abdul-Jabbar, capitano dei Lakers, taglia a centro area. Gancio cielo, dentro. Magic salta al collo di Kareem per festeggiare, Kareem lo guarda serio e risponde “Mancano altre 81 gare, vedi di non strozzarmi!”. Ma allora tutti capirono che Magic sarebbe stato esattamente lo stesso per tutte le altre 81 partite, ma non solo, fu il protagonista delle leggendarie Finals di quell’anno, dove vinse titolo e mvp delle finali a soli 20 anni, partendo nella gara decisiva da centro al posto dell’infortunato Jabbar.

Poche settimane prima si era svolta la finale NCAA 1979, che a differenza delle partite NBA fu un evento particolarmente sentito. La sfida era tra Indiana State e appunto Michigan State.

A Indiana State giocava un altro, altrettanto formidabile giovane talento, Larry Bird, che l’anno dopo riportò al successo Boston.

Un ragazzo nero del Michigan contro un bianco campagnolo dell’Indiana, uno coi Lakers, la squadra di Mikan, Baylor, West e Wilt, l’altro coi Celtics, la squadra di Cousy, Russell, Cowen e Havlicek.

Questo meraviglioso tocco Disney consentì alla NBA di ricominciare a funzionare al suo meglio, in ogni singola finale NBA del decennio era presente almeno uno dei due, i quali si spartirono anche otto titoli, cinque per il gialloviola e tre per il biancoverde. Alla corte di Julius Erving, nel 1982 arrivò anche Moses Malone, MVP in carica, che incoronò campioni i Sixers per la prima volta dai tempi di Chamberlain.

Il fulcro degli anni ’80 era però sempre Magic vs Bird. I due avevano preso la rivalità degli anni’ 60, ci avevano aggiunto lo spettacolo degli anni ’70 e avevano creato il basket degli anni’ 80.

Questo clima di rinnovato entusiasmo conduce, nel 1984, ad un anno spartiacque per la pallacanestro. I Lakers e i Celtics si trovano per la prima volta uno contro l’ altro in finale e i Celtics riusciranno a vincere in sette gare, e pochi giorni dopo, il draft 1984, riconosciuto ancora oggi come uno dei più talentuosi di sempre. Alla #1 Hakeem “The Dream” Olajuwon, alla #5 Charles Barkley, alla #16 John Stockton e soprattutto, alla #3 Michael Jeffrey Jordan. Basta il nome per far tremare i polsi. Con Michael Jordan la pallacanestro americana, e forse mondiale, vive la sua Golden Age. Tutti i ragazzi vogliono essere come Mike, che sul campo non ha rivali e inaugura la sponsorizzazione con il brand Nike del marchio di scarpe Jordan, che passeranno alla storia, ma non passeranno mai di moda.
Le medie dell’annata da rookie di MJ sono da MVP: 28 punti, 6,5 rimbalzi, 6 assist e 2,5 rubate a partita; niente male per un ragazzo di 21 anni appena uscito dalla University of North Carolina.
L’anno successivo all’ingresso di Jordan in NBA, David Stern viene nominato NBA commissioner e durante la sua trentennale carriera segnerà indelebilmente il basket americano.

Infatti è proprio sotto la guida Stern che l’NBA cresce e si da quel carattere internazionale di cui oggi gode ampiamente. Fra le prime mosse del neo commissario c’è l’espansione e apertura della NBA a nuove città americane. Così tra il 1988 e ‘89 vengono aggiunte 4 nuove franchigie: Charlotte Hornets, Miami Heat, Orlando Magic e Minnesota Timberwolves.

La decade è stata segnata come detto da Magic a Bird e il loro ultimo duello è stato nel 1987, con i Lakers che erano probabilmente la squadra più in forma di tutti i tempi e un eroico Bird provava a mantenere a galla i Celtics, ma dovette capitolare in sei gare. Poco prima però, nelle Eastern Conference Finals, una genialata di Larry Bird, una palla recuperata su rimessa di Isiah Thomas (ancora oggi uno dei più grandi highlight della sua carriera e non solo), blocca, almeno temporaneamente l’ascesa dei Pistons nell’assoluta elite della NBA. Thomas era il leader di quella squadra ed era terribilmente scosso dopo l’errore su rimessa. I Pistons avevano il morale sotto terra, ma il loro leader era a dir poco distrutto. Come riconquistare la fiducia nei compagni dopo un evento così traumatico? Thomas, grande amico di Magic e Bird, rimase affascinato dal loro modo di collezionare trofei, e provò ad imitarli a modo suo.

Un anno dopo si ripresentò lo stesso match-up, Celtics vs Pistons. Questa volta però, la vittoria andò a Isiah e compagni. In finale NBA i Pistons si scontrarono contro i Lakers e un Thomas gravemente infortunato si battè come un leone per 7 gare, giocando letteralmente su una gamba. Nonostante la sconfitta i Pistons erano ottimisti per il futuro e sotto la guida di “Zeke”, così si faceva chiamare il piccolo Isiah, vinsero i due titoli successivi, sopperendo alla mancanza di talento rispetto a Lakers e Celtics con la loro colossale forza di volontà.

1990, i Pistons sono campioni NBA, è l’ultimo capitolo prima dell’era Michael Jordan.

To be continued…

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