La nuova dimensione di Andrew Wiggins

Andrew Wiggins è un giocatore molto utile.
Non certo quello che ci si aspettava quando venne scelto con la 1st pick nel draft nel 2014, allora veniva chiamato ”Maple Jordan”.
Probabilmente, però, quello che speravano Bob Myers e soci quando lo presero dai Minnesota Timberwolves poco meno di un anno fa, mentre i tifosi di quest’ultima franchigia stappavano lo spumante delle grandi occasioni.
Oggi ”Maple Jordan” è diventato “Two-way Wiggs” per i nuovi compagni, e il canadese ha finalmente trovato la sua identità: non è un eroe, non è un fenomeno e molto probabilmente non lo sarà mai, ma inserito in un sistema rodato insieme a leader vincenti sembra essere diventato molto consistente e efficiente sui due lati del campo.

  • ATTACCO

Nei piani iniziali, Wiggins avrebbe dovuto rappresentare la terza bocca di fuoco, ideale per sfruttare gli spazi creati da Curry e Thompson e allo stesso tempo togliere, sporadicamente, un po’ di carico offensivo dalle spalle degli splash brothers; l’infortunio di Klay ha però scompaginato tali premesse, e l’ex Timberwolves si è trovato a dover essere il secondo violino, protagonista talvolta di qualche set offensivo disegnato da coach Kerr (in post up o in uscita da un doppio blocco sia centrale che laterale).
Inizialmente utilizzato da leader della second unit, con risultati altalenanti, il suo spazio nelle rotazioni è stato poi quasi invertito con quello di Kelly Oubre Jr: l’intesa con Steph, insieme a cui dal cambio della rotazione gioca praticamente tutti i suoi minuti, è andata crescendo soprattutto nei movimenti off ball, punto cardine dell’attacco dei Warriors.
Oltre a essersi integrato molto bene nel sistema di Kerr, Wiggins non esita quando, negli ultimi secondi delle azioni dove non si è ancora creato nulla, si trova costretto a prendersi delle responsabilità in isolamento (1.32 punti per possesso in iso, quarto della lega per ppp tra quelli con almeno 2 possessi per partita).
Infine è stato fino a questo momento una garanzia dal punto di vista dello scoring: 17.9 ppg con il 47% dal campo e il 40% da 3 punti su circa 4 tentativi a partita (che diventa 47% nelle ultime 7 partite, dopo non essere mai andato oltre il 35% del 2016-17 in carriera), e dalla terza partita in poi è sceso solo una volta sotto i 15 punti e mai sotto il 40% dal campo.
Tutto ciò denota continuità, mentalità giusta, intelligenza cestistica: quello che gli era sempre mancato.

  • DIFESA

Qui si sono sicuramente visti i frutti migliori del suo lavoro; la nuova franchigia gli ha fatto capire che se aveva un modo per meritarsi una buona parte dei 29 milioni annuali che recepisce, era fare la differenza nella sua metacampo, e per il momento la sta facendo.
L’impegno da parte sua non sta mai mancando, e grazie ai piedi veloci abbinati al grande atletismo (29 stoppate totali, settimo della lega e primo tra i non lunghi) sta rendendo la vita complicata a chiunque debba marcare, infatti Kerr tende a metterlo contro la miglior arma offensiva avversaria.
Guardando i match up contro quelli affrontati 2 volte, ovvero Leonard, McCollum, Grant e Beasley, si nota come questi siano stati forzati da Wiggins a un complessivo 34% dal campo (15/44) e 28% dall’arco (6/21).

In definitiva, Andrew Wiggins aveva bisogno di un contesto vincente, di un coaching staff capace e di leader tecnici e emotivi che a San Francisco non mancano: una volta trovato tutto ciò, potrebbe essere diventato un giocatore molto utile per le ambizioni future dei Golden State Warriors.

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