“D” come Dallas: come mai questo inizio?

L’inizio di stagione di Dallas si è rivelato, fin qui, al di sotto delle aspettative. I Texani hanno perso sette delle ultime nove partite, sprofondando nelle ultime posizioni della Western Conference e rivelandosi uno dei team più in crisi dell’intera lega. Non c’è da stupirsi, visti i risultati recenti, nel trovarli all’interno del “quadrante della vergogna”(traduzione non letterale ma che rende l’idea) della tabella di Kirk Goldsberry riguardante l’efficienza delle trenta squadre della lega. Dallas, come si nota dall’immagine, sta affrontando un periodo negativo sia dal punto di vista difensivo
che da quello offensivo.

Prendiamo in esame alcuni fattori partendo da tutte le “D” di Dallas.

DISPONIBILITÀ LIMITATA

In questo inizio di stagione molte squadre sono state penalizzate a causa dell’emergenza
Covid-19 e dei protocolli di sicurezza istituiti a riguardo dall’NBA: Dallas è una di queste.
L’otto gennaio 2020, infatti, vengono dichiarati indisponibili tre giocatori chiave dei Mavs: i due
titolari Josh Richardson e Dorian Finney-Smith e uno dei pezzi più importanti della rotazione,
Jalen Brunson. Pochi giorni dopo anche Dwight Powell e Maxi Kleber vengono inseriti nella lista degli indisponibili in base ai protocolli di sicurezza. Inoltre, considerando il fatto che Porzingis, reduce dall’infortunio al menisco del ginocchio destro nei PlayOff estivi di Orlando, sia potuto rientrare solo il tredici gennaio, coach Carlisle ha avuto a disposizione la squadra al completo solamente nelle ultime sette partite. Una delle conseguenze di non aver potuto lavorare con il team a pieno organico, oltre al record negativo, risiede nel peggioramento delle prestazioni individuali di uno dei nuovi innesti: J-Rich. Quest’ultimo, se escludiamo l’ultima vittoria contro Golden State, sta affrontando il peggior momento delle ultime quattro stagioni a livello di percentuali e produzione ( fino a ieri notte, 12,5 punti a partita e 2 soli assist di media, con il 27,3% da tre), ma ha avuto un peggioramento particolare dopo il rientro: 38,7% dal campo, 18,5% dall’arco per 10,8 punti di media. Numeri poco significativi se presi in sé, ma che dimostrano l’involuzione di un giocatore arrivato in off-season per dare maggior equilibrio difensivo e che ha dovuto rallentare il
suo processo di integrazione in un sistema nuovo.

DUE DIMENSIONI

La nota dolente dei Mavericks è stata in passato, ed è tutt’ora, la metà campo difensiva. Questo fattore poteva avere meno impatto in un contesto come quello della scorsa stagione, in cui i Texani viaggiavano con una produzione offensiva di 117 punti per partita ed erano primi per offensive rating (116,7, il quinto All-time). Quest’anno, però, l’attacco fa più fatica: Dallas segna 110,6 punti di media, una bella differenza rispetto alla passata stagione, che li rende i 23esimi in questa voce.
Quello che preoccupa molto è la percentuale da tre punti: su una cifra corposa come 37 tiri dal perimetro a gara, Dallas ne converte solo 12,5, con un misero 33,8% (ultimi nella Lega). A questi problemi si aggiungono, come detto inizialmente, quelli sulla metà campo difensiva.
I Mavericks concedono 13,6 punti a partita al secondo tentativo (22°) e nelle dodici gare in cui gli avversari hanno catturato più di dieci rimbalzi offensivi, la squadra texana ha vinto solo tre volte.
Contro Jazz e Lakers sono stati ben 17 gli offensive rebounds concessi. Alla base di entrambe le clip si nota una eccessiva facilità nell’arrivare al ferro. Specialmente contro Utah, il close-out di Doncic non è dei migliori e l’aiuto di Powell su Clarkson lascia un facile rimbalzo a Gobert.

Inoltre, Dallas fatica a trovare il giusto equilibrio negli accoppiamenti in transizione. Non solo concede 13,9 punti a gara da contropiede (26°), ma la sensazione in generale è che la difesa non sia in grado di organizzarsi al meglio in casi di tiro sbagliato o di attacco avversario nei primi secondi.
In questo caso, contro Golden State, una palla persa genera un tiro non contestato di Toscano-Anderson.

Nel secondo caso, sempre contro Golden State, un tiro sbagliato di Doncic provoca ancora una tripla wide-open, stavolta per Oubre.

Uno dei casi più eclatanti della scarsa propensione difensiva della squadra di Carlisle è rappresentato da Doncic e Porzingis. Il secondo in particolare, esaminando un paio di casi nell’ultima sconfitta contro i Warriors, sembra fare molta fatica in situazioni di Close-out, in cui è costretto ad uscire dalla comfort zone del pitturato.

DONCIC

Se parliamo di “D” e di Mavericks, è impossibile non tirare in ballo lo sloveno. La stagione dell’ex Real Madrid non è certo di basso livello: escludendo i problemi al tiro pesante (29,6%, in linea con le medie di squadra e delle stagioni precedenti), la PG di Dallas sta rispettando i consueti livelli di produzione offensiva, con più di 27 punti e 9 assist a partita. Luka si è caricato sulle spalle l’attacco della propria squadra, con uno Usage% di 35,6 (2°) per un Player efficiency rating da top ten, ma anche lui non è esente da colpe nella propria metà campo.
Doncic fa fatica a difendere sugli accoppiamenti, soprattutto sul tiro perimetrale(https://go.nba.com/hk31). Basti pensare che nelle ultime due partite contro i Warriors, nei matchup ha lasciato tirare Lee (3/3 FG) e Bazemore (4/4 FG) con il 100% dall’arco, mentre Oubre e Wiggins non sono scesi sotto il 50% dal campo. Qui uno dei casi più nitidi in cui perde l’uomo, stavolta Oubre in angolo.

Invece, in tale situazione contro Lee, arriva a chiudere la penetrazione al ferro ma, sul più bello, si fa infilare sbagliando angolo e causando anche l’and one.

Nella metà campo offensiva, invece, si sta sempre più dimostrando un abile creatore dal palleggio e uno scorer efficace in uno contro uno. Il fatto che, però, prenda il 52,4% dei suoi tiri dopo sette o più palleggi può essere un po’ limitante per l’attacco di squadra, che rischia di diventare un po’ troppo Luka-dipendente e, in serate no, collassare su sé stesso. Se gioca così, però, non c’è nulla da contestare.

DOMANI

I problemi difensivi sembrano ancora lontani dal trovare una risoluzione. Un’eventuale risalita dipende dall’attacco e dalla produzione di tutti coloro che non si chiamano Doncic. Porzingis su tutti è, ad ora, il principale indiziato per dare una scossa alla stagione dei Texani, in attesa del pieno recupero di un giocatore fondamentale come Powell e del completo adattamento di un pezzo importante come Richardson. I Mavericks, nonostante l’inizio, restano una delle candidate
ai PlayOff nel selvaggio Ovest, ma ancora con troppi guai per poter ambire a qualcosa di più di un primo turno.
Per chiudere con un’ultima “D”, di domanda: dove può arrivare Dallas?

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