La storia del basket in foto. Parte 7

Gli anni ‘90 della pallacanestro americana rappresentano forse la vetta più alta di successi per la NBA, in cui questa lega riesce a raggiungere una notorietà planetaria.

Fino al decennio precedente i fan si emozionavano per ciò che due giocatori in particolare riuscivano a fare sul campo, negli anni ’90 invece un giocatore in particolare fece emozionare milioni di persone per quello che faceva in aria. È ovvio che il soggetto in questione è “Air” Jordan.

L’era MJ si contraddistingue innanzitutto per ciò che la figura di Michael Jordan ha portato nella cultura Pop Americana. Ormai il marchio Jordan era diventato più famoso della stessa NBA, lui stesso era un brand, fu uno dei primi atleti a rasarsi la testa, il primo in NBA a proporre la moda dei pantaloncini lunghi fino al ginocchio e gli dobbiamo gran parte del merito se il marchio Nike oggi è così famoso. Già perché negli anni ’90 il 50% dei ricavi da calzature sportive era sponsorizzato Adidas, mente le calzature preferite dagli atleti NBA erano le Converse.

La prima scarpa firmata Michael Jordan-Nike fu bandita dall’Nba, perché non soddisfaceva gli standard di colore della lega. L’azienda, quindi, pagò la multa e approfittò dell’occasione per dare vita nel 1984 a uno spot molto iconico:

Il 15 ottobre Nike ha creato una scarpa da basket rivoluzionaria

…Raccontava una voce mentre Jordan dribblava un pallone da basket…

Il 18 ottobre, l’NBA le ha messe fuori dal gioco. Fortunatamente, l’NBA non può impedirti di indossarle.

Il successo extra campo, però, non era accompagnato da un successo sul parquet. Nel 1988 e nel 1989 i Chicago Bulls arrivarono in finale di Conference e per due anni consecutivi dovettero arrendersi ai Detroit Pistons, unica squadra che poteva permettersi di dire : “Ehi Michael, vedi che non sei così speciale, possiamo fermarti quando vogliamo”.

Le cocenti sconfitte dei Bulls, però, non avevano fatto altro che accrescere la popolarità di MJ.

In autobus dopo il ritorno un frustrato Michael viene consolato e incoraggiato da suo padre, Jakes Jordan, la figura sicuramente più importante della sua vita, a trasformare tutta quella frustrazione in determinazione per poterci riprovare l’anno successivo.

La stagione 1990-91 è l’inizio del ciclo Chicago Bulls: la compagine dell’Illinois trascinata da Michael Jordan e Scottie Pippen porta per la prima volta i Chicago Bulls a vincere un titolo di Conference, battendo i tanto odiati Pistons per 4-0, giocandosi così il titolo NBA in finale contro la dinastia più vincente degli ultimi anni: I Los Angeles Lakers di Magic Johnson. Con una netta vittoria per 4-1, Jordan portò il primo titolo NBA nella Windy City, fino ad allora non abituata a certi palcoscenici.

A quel titolo ne seguirono altri due, nei due anni successivi, prima contro i Portland Trail Blazers, e poi contro la figura del “cattivo” della NBA, Charles Barkley con i suoi Phoenix Suns, giocatore spiritoso e spregiudicato, amatissimo in Arizona e odiatissimo al di fuori, e ogni singolo fan di Jordan aspetto quelle finals come uno scontro tra buoni e cattivi, dove MJ doveva far abbassare la testa all’esuberante Chuck.

La caccia al titolo iniziata su quell’autobus con suo padre era ormai completata, ma non era minimamente rallentata la sua ascesa verso la popolarità, che raggiunse in quegli anni altezze mai viste. Michael però non era da solo…

Nelle Olimpiadi di Barcellona 1992 per la prima volta, la neonata USA Men’s Basketball Team, decide di presentarsi con i giocatori professionisti e non universitari, così a Barcellona il mondo ammira quello che viene ricordato come il “Dream Team”. La squadra distrusse ogni avversario e portò a casa un’oro olimpico che contribuì ad accrescere la popolarità di tanti altri fenomeni sulla cresta dell’onda.

Le nuove stelle NBA erano popolarissime, ed erano passate da semplici campioni sportivi a icone di una cultura. Neanche politici, attori e Rockstar dovevano affrontare vagamente quello a cui i giocatori NBA erano sottoposti fuori dal campo. I fan e i giornalisti li cercavano ovunque, nei negozi, nei ristoranti, a volte toccava persino concedere loro spazio nello spogliatoio dopo la partita. Ovviamente il più popolare di queste icone Pop era Michael Jordan, ma nel 1993 un fulmine a ciel sereno paralizzò la NBA. Jordan era stanco, sapeva che mentalmente non poteva farcela più, ormai anche semplicemente per mangiare aveva necessità di isolarsi in una stanzina appartata lontana dai fan, e sapeva che quella partita a Phoenix sarebbe stata per lui l’ultima.

A soli 30 anni Michael Jordan si ritira dal basket professionistico.

La NBA poteva aver appena perso la sua figura guida, ma altri giocatori di grande livello e popolarità furono pronti a raccogliere l’eredità di MJ, da David Robinson, il popolarissimo ex ammiraglio della marina militare, allo stesso Barkley, ad una nuova e amatissima stella che rispondeva a nome di Shaquille O’Neal, a un Nigeriano naturalizzato statunitense che era stata la prima scelta nel draft di Michael Jordan, Hakeem “The Dream” Olajuwon”. Quest’ultimo con i suoi Houston Rockets vinse due titoli NBA consecutivi prima contro Robinson e poi contro O’Neal, ma il lavoro di Jordan non era finito.

Una persona pronunci una semplice frase e il mondo intero esplode. Non una frase qualsiasi però, pronunciata non da una persona qualsiasi

I’m back

~ Michael Jordan

La lega NBA in quegli anni non accenna a fermare la propria espansione e nel 1995, il presidente Stern decide che è il momento di aggiungere due nuove franchigie, aprendosi contemporaneamente al mercato canadese. Infatti vengono fondati i Toronto Raptors e i Vancouver Grizzlies. L’anno successivo, inoltre, si da il via alla WNBA, la massima associazione di pallacanestro femminile negli Stati Uniti, vista la grande diffusione che la pallacanestro aveva avuto in quegli anni fra le ragazze e le donne nordamericane.

Il basket però, dopo il ritorno di MJ, ritorna ad essere il regno di MJ, e dopo il successo anche nel mondo del cinema con il film d’animazione di fama mondiale Space Jam, in cui erano coinvolte anche altre numerose superstar, vincerà il suo secondo three peat con i titoli NBA del 1996, 1997 e 1998, stabilendo anche nel 1996 il record di vittorie in una stagione regolare (ben 72 su 82 partite).

La figura di Jordan aveva ormai assunto un’aura mitica, leggendaria, che probabilmente non poteva raggiungere un picco più alto, e lo stesso Jordan dopo le finali del 1998, terminate con un memorabile canestro allo scadere, decise di ritirarsi per la seconda volta.

Dagli scomodi viaggi in treno ai palazzetti scalcinati di una volta, la NBA aveva compiuto un cammino lunghissimo, ma la luce che guida attraverso tutte le difficoltà che stanno attorno e protagonisti, rimane quella di una volta. Attorno al basket circolavano soldi, sponsor e impegni, ed è da considerare a tutti gli effetti un lavoro, ma è inutile negare che sia il lavoro più bello del mondo.

Nel 1997, durante l’all-Star Weekend NBA di Cleveland, la NBA premiò i migliori 50 giocatori dei primi 50 anni della sua storia e furono richiamate leggende del passato che salirono sul piedistallo insieme ai campioni del presente in un momento che difficilmente verrà dimenticato.

Con il secondo ritiro di MJ, avvenuto dopo aver vinto il sesto titolo in maglia Bulls, due nuove dinastie fanno capolino, pronte a prendersi ciò che resta del vecchio millennio, e ad affacciarsi come assolute dominatrici del nuovo: i San Antonio Spurs, guidati da un ormai attempato ammiraglio David Robinson e un giovane al secondo anno già a dir poco incredibile, Tim Duncan e ancora una volta i Los Angeles Lakers, guidati dal formidabile duo di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal.

Gli Spurs vinceranno nel 1999, i Lakers nel 2000 nel 2001 e nel 2002, gli Spurs di nuovo nel 2003 e prepareranno il palcoscenico per l’ingresso nella lega di una nuova, formidabile classe draft, quella dell’anno 2003, con alla prima scelta un ragazzino diciottenne che si presentò alla serata di gala vestito di bianco, un ragazzino già abbastanza piazzato, che aveva saltato il College e che pochi mesi prima, (il 18 dicembre 2002) mentre era ancora all’High School, aveva creato un tale hype attorno alla sua figura che una partita della sua scuola fu mandata in diretta TV nazionale. Questo ragazzino, definito “The Chosen One“, “Il Prescelto“, si chiamava LeBron Raymone James, ed era già pronto a raccogliere l’immensa eredità che Michael Jordan aveva appena lasciato.

To be continued…

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