Vite parallele: Dame e Steph

Ci sono nomi, nella storia, destinati a stare insieme, ad essere contrapposti o comparati, iscritti sulla pietra e mai dimenticati. Poi c’è la pallacanestro. Anzi, meglio, quel mondo meraviglioso su cui puoi scrivere dando un titolo à-la-Plutarco per poi divagare su tutt’altra cosa in maniera informale.
La pallacanestro, in cui gli unici inscindibili binomi sono inaspettati, come un “bang!” dall’altra parte dell’oceano alle quattro di mattina e i Carabinieri fuori dalla porta che ti ammoniscono per schiamazzi.
La pallacanestro, che può unire, forse involontariamente, forse secondo una trama sottilissima, due persone che, in comune, hanno solo una città: Oakland. Con la differenza che uno ci è nato e ne porta (letteralmente) i segni sulla pelle; l’altro, invece, ne è divenuto figlio illegittimo e legittimo sovrano. Analizzandone le vite cestistiche, però, c’è un filo che unisce Dame e Steph, troppo sottile per essere visto ma non abbastanza da essere ignorato.
Ma partiamo con ordine.

Dame, figlio di Oakland
Damian Lillard nasce il 15 luglio nella città californiana. La sua carriera alla High School procede fra una scuola e l’altra, fino a che il genio cestistico di Dame non atterra alla Oakland High School, la quale ne ritirerà la maglia nel 2016. Qui si metterà in evidenza, venendo selezionato nel First Team All-league sia da junior che da senior, arrivando a segnare 22.4 punti di media con 5.2 assist nel suo ultimo anno. Non otterrà comunque borse di studio dai College maggiori, ma andrà a finire alla Weber State University, presso cui diventerà il secondo marcatore All-time e il quinto di sempre nella Big Sky Conference. Sarà selezionato come sesta scelta assoluta nell’NBA Draft 2012 dai Portland Trail Blazers, nonostante alcuni rumors che lo volevano accostato a Golden State, la squadra con sede a quella Oracle Arena, nei cui dintorni aveva trascorso l’infanzia. Della sua vita ad Oakland, Dame si porta comunque dietro segni indelebili. Segni fisici che esprimono, tramite l’inchiostro dei tatuaggi, l’attaccamento alla famiglia, con i nomi dei parenti, e alle sue radici, le stesse della quercia, simbolo della città natale, impressa sul proprio petto.

Segni, però, anche scalfiti nella memoria. È il 2008 quando, ad una fermata dell’autobus, Dame è avvicinato da tre figure che vogliono rapinarlo. Lillard oppone resistenza, ma uno degli individui gli punterà contro una pistola, costringendolo a cedere. La vicenda, narrata anche nella canzone “Roll Call”, all’interno del suo primo album da rapper (con lo pseudonimo di “Dame D.O.L.L.A) “The letter O”, uscito nel 2016, segna un punto di svolta nella vita del giocatore (e della persona). Il suo numero di maglia, lo “0”, è un ulteriore richiamo alle proprie origini, alla “O” di Oakland e, forse, a quel lontano 2008.

STEPH, FORTUNA NELLA SFORTUNA
Per parlare di Steph, partiamo dall’anno successivo alla rapina ai danni di Dame. È il 2009 e Curry viene scelto con la pick n.7 (un gradino sotto la 6 di Dame nel 2012) dai Golden State Warriors, dopo Johnny Flynn e Ricky Rubio (tra le PG). Il prodotto di Davidson è promettente, ma non sono anni facili per i Warriors. La trade che coinvolge Monta Ellis poco prima della dead-line del 2012 lascia l’amaro in bocca ai tifosi della baia. In più, sempre in quel marzo che sembra maledetto per Golden State, Curry abbandona la sua stagione da sophomore per i consueti problemi alla caviglia. A San Francisco si storce il naso ma, paradossalmente, sarà il 2012 (sì, lo stesso di Dame) uno dei primi anni che metteranno le basi per il “sistema Warriors”.
Non solo l’arrivo di Bogut in quello scambio con Milwuakee dà una forma differente, più equilibrata, alla squadra allenata da Mark Jackson, ma in quel Draft 2012, mentre Lillard approda nell’Oregon, i Warriors pescano un giocatore di sistema come Harrison Barnes e, sopratttutto, Draymond Green al secondo giro.
In più Steph, quel ragazzo tanto promettente quanto delicato a livello fisico, otterrà un rinnovo da 44 milioni di dollari in quattro anni. È un rischio, ma percorribile, dal momento che le caviglie non offrono garanzie, ma il talento sì. Inoltre, la “fortuna” dell’essere injury prone permette alla franchigia californiana di evitare un max contract. Mossa, apparentemente, non così rilevante ma decisiva, come sappiamo tutti, col senno di poi.
Ma torniamo a quel tanto importante 2012 e, infine, al vero, sottile incrocio fra Dame e Steph.

L’INIZIO DEL CONFRONTO
Partiamo da Dame. Il suo anno da rookie è eccezionale. All’esordio contro i Lakers segnerà 23 punti con 11 assist, unendosi ad Oscar Robertson e Isiah Thomas in quanto terzo giocatore nella storia con 20+ punti e 10+ assist al debutto. Entrerà anche in un altro club ristretto, con Robertson e Allen Iverson, di rookie ad aver concluso la stagione con almeno 1500 punti e 500 assist. Inutile dire che sarà eletto rookie of the year all’unanimità (il quarto nella storia).
Nella città natale di Dame, invece, Steph non fa pentire la dirigenza di quel rinnovo. Non solo giocherà la miglior stagione della sua carriera (fino a quel momento), ma tirerà fuori una partita da 54 punti al Madison Square Garden, segnando anche 11 triple, diventando il primo a con 50+ punti e 10+ triple in una singola partita. Sarà il momento della consacrazione del talento di Curry.

Due grandi stagioni, ma cosa hanno in comune? Il punto di contatto fra i due si nota proprio in quella che è la loro specialità: il tiro da tre. Dame supera lo stesso Steph per 3-point field goals messi a referto da un rookie in una singola stagione, battendo con 185 le 166 dello splash brother, risalenti al 2009-10. È anche interessante, però, come Curry, nel medesimo anno, imposti il record NBA di tiri dall’arco segnati in una singola stagione (272, il massimo fino ad allora). Un dato senza rilevanza pratica, ma che rende già l’idea di quale sarà il copione per gli anni successivi.
Nelle seguenti stagioni, infatti, la comparazione fra i due passa un po’ sotto traccia. L’esplosione di Steph e dei Warriors oscura l’intero panorama NBA e monopolizza le attenzioni dell’opinione pubblica, ottenendo tre titoli in cinque anni. Curry vince due MVP, battendo record su record e diventando il re indiscusso di Oakland.
A Portland, invece, Dame fa un po’ più fatica. L’impressione è che sia un leader eccezionale ma all’interno di squadre impreparate a competere per un anello. Quel talento incredibile, che già al suo primo anno stava dimostrando di potersela giocare con le migliori point-guard della lega, si trova nel ruolo sbagliato al momento sbagliato. Sia chiaro, Dame è perpetuamente preso in considerazione fra le migliori guardie della lega, un giocatore da All-NBA Teams perenne. Ma serve qualcosa che scuota, che lo consacri agli occhi del mondo come è stato, per Steph, il Madison Square Garden. Tutto questo arriva nei Play-Offs 2014.
È il 2 maggio, gara 6, contro i Rockets di Harden e Howard. A 0.9 secondi dalla fine, Portland è sotto 96-98. L’ultima palla, insieme alle speranze del Moda Center, passa per le mani di Dame. Il resto possono farlo le immagini.

Anche Dame adesso ha un momento iconico per cui può passare fra le voci di tutti, avversari e compagni. Nasce il mito del Dame Time e non c’è partita di Portland che possa finire punto a punto senza che qualcuno si soffermi almeno pensare a quella giocata. La sfida si accende.
NBA PLAYOFFS E L’APICE DEL 2019
Il primo confronto in post-season è nel 2016, Western Conference Semifinals, l’anno dei record per Golden State. La serie di Curry contro Lillard, della resa dei conti fra Dame e la sua Oakland, può cominciare. Ma manca uno dei protagonisti. L’MVP è infortunato, causa una distorsione all’altezza del ginocchio. La sfida dovrà aspettare gara 4. Lillard è appena riuscito a trascinare i suoi fino alla vittoria in gara 3, segnando 40 punti. Nella partita successiva Steph parte dalla panchina, ma questo non ostacola il talento dell’Ohio. Sono 40 anche i punti di Curry, 17 nell’overtime, che mandano al tappeto Portland, con un Dame da 36 punti. La serie finirà all’incontro successivo.
Nei successivi Play-Offs, ci sarà ancora meno competizione. L’arrivo di Durant a Golden State condanna Portland all’ennesima uscita anticipata. L’acme del duello si toccherà nel 2019.
Per la prima volta, Portland è riuscita a superare le insidie di primo e secondo turno, arrivando fino alle Western Conference Finals. Dame sta viaggiando sui 28 punti e 6 assist a partita, ma non è questo che impressiona. Il ragazzo di Oakland sta dimostrando di poter portare la sua squadra ad un livello successivo, sebbene non sia la favorita. In particolar modo, la serie con OKC al primo turno si è rivelata impressionante, culminando in una partita da 50 punti e un altro Game-winner strepitoso, il suo famoso “Bad Shot”.

Dall’altra parte, i Warriors sono orfani di Durant, che ha subito un infortunio al polpaccio in gara 5 delle semifinali. Senza l’ex OKC, Curry può tornare a fare la parte della prima bocca di fuoco (e lo farà, tenendo 36.5 punti di media). Le premesse sono spettacolari ma, ancora una volta, la stella di Dame è costretta ad eclissarsi dietro al bagliore di Steph. O, meglio, andando fuori tema, di un inaspettato antagonista.
La partita della staffa si gioca, stranamente, in gara 2. Qui Portland è riuscita a tenersi appena sotto gli avversari, e una vittoria alla Oracle Arena sarebbe un’iniezione di fiducia per i ragazzi allenati da Stotts. A pochi istanti dal termine, i Blazers inseguono di 3 soli punti, ma con il possesso decisivo fra le mani. Per Dame è l’opportunità della vita. La sua terra, il palazzetto vicino casa e il teatro in cui sogna di trovarsi da sempre lo attendono con il fiato sospeso. È Dame Time, nell’aria si respira già qualcosa di straordinario, l’ennesima giocata da tachicardia. 10 secondi sul cronometro. Palla a Lillard. Curry ne ha segnati 37, ma non spetta a lui l’incarico della difesa decisiva. Dame palleggia, aspetta, il difensore tiene, gli sporca anche il possesso. Ancora un palleggio, carica il tiro. 5, 4, gli sguardi in aria…ma la palla non è mai volata verso quel ferro della Oracle. È tra le mani di Andre Iguodala, uno “spin-off” nella trama, che la ruba passandola, ironia della sorte, proprio a Steph, il quale corre via lanciandola, solo adesso, in aria.
La serie finirà con uno sweep, ma il termine ultimo, il capitolo finale, appartiene a questo istante decisivo.

IL FINALE
L’ultimo punto di congiunzione fra i due si trova in un altro record individuale.
È il 20 gennaio 2020, e Portland affronta una Golden State devastata da infortuni e partenze. Lo stesso Steph è ai box. Dame, però, ha preso sul personale quell’eliminazione. A fine partita, dopo un overtime, saranno 61 i punti di Lillard, career-high, contro la squadra della sua città e del suo, per e da anni, diretto avversario, che guarda da fuori.

Ma i campioni non dimenticano. Torniamo al presente o, meglio, a poco tempo fa. Quasi un anno dopo la super prestazione di Dame, precisamente il 3 gennaio scorso, Curry torna ad affrontare Portland. La sensazione è che debba togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Fissa, anche lui, un nuovo career-high, e lo imposta ad una cifra che sa ancora più di beffa per Lillard: 62.

Ancora una volta, l’ennesima, l’incrocio fra Dame e Steph è memorabile, il duello nitido, ma restituisce una rigida gerarchia che sembra condannare la PG di Portland. Ma non è e non deve essere così.
Steph si è ormai immolato a game changer assoluto, uno di quei giocatori che segnano uno stacco generazionale, che lasciano nella storia del gioco un terminus ante e post quem.
Lillard non raggiunge questi livelli, ma è uno dei talenti più cristallini degli ultimi dieci anni. L’idea è che si cerchi sempre un confronto qualitativo ma non ci si soffermi mai abbastanza sulla variabile umana.
Curry è Curry, e ha trovato un sistema che ha saputo ancora di più valorizzare il suo essere il frutto di un particolare allineamento di stelle. Dame è Dame, un floor-raiser e un ottimo giocatore, appartenente però a contesti sì competitivi ma ben più modesti.
In poche parole, il “confronto” fra i due non vuole e, sebbene possa essere affermazione opinabile, non deve essere basato su una struttura verticale ma su un intreccio orizzontale. Le vite di Dame e Steph meritano di essere poste in parallelo perché sono riuscite a generare una dicotomia celata ai più, forse anche a loro stessi, ma incredibilmente significativa. Sono due vite cestistiche che trovano pochissimi punti in comune a livello di carriera ma moltissimi nascosti fra i sottili fili della competizione, dei record individuali, delle esistenze potenziali. Sono due vite parallele perché non si toccano direttamente eppure vanno nella stessa direzione, non si tangeranno mai in un punto ma non possono esimersi dall’essere inserite nello stesso piano, nello stesso contesto comune.
Dame e Steph, Steph e Dame: due vite legate ma senza punti d’incontro.

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