Untankable?

Roma non è stata costruita in un giorno, è un detto che ci sentiamo ripetere spesso, ma può una franchigia Nba essere (ri)costruita in un’estate? E’ sicuramente quello che si è chiesto Sam Presti, general manager degli Oklahoma City Thunder, nel luglio del 2019. Dopo la richiesta di trade da parte di Paul George, orientato a raggiungere Kawhi Leonard ai Los Angeles Clippers, la franchigia dell’Oklahoma ha dovuto infatti compiere una scelta difficile e per certi versi molto dolorosa: accettare di scambiare anche Russell Westbrook e cominciare quel processo, talvolta lungo e infruttuoso, che in gergo Nba si definisce “rebuilding”. La scelta era dovuta anche ad altre ragioni, dal momento che il monte salari della squadra, ampiamente al di sopra del salary cap, aveva portato la proprietà a pagare un ingente ammontare di luxury tax nelle precedenti tre stagioni a fronte di tre deludenti eliminazioni al primo turno. Questa situazione è difficilmente sostenibile, soprattutto per una franchigia relativamente giovane e che si trova in un mercato minore come Oklahoma City, ma non è di questo che vogliamo parlare oggi.
Come detto in precedenza, il processo di “rebuilding” richiede spesso tanti anni di attesa prima di essere ultimato e presuppone numerosi rischi ed incertezze lungo il percorso che ne possono minare l’efficacia. Al contrario, il motivo per cui è giusto evidenziare la bravura di Presti è il fatto di essersi fatto trovare pronto nel momento in cui sono cambiati gli obiettivi della franchigia, non solo ottenendo innumerevoli scelte future dagli scambi con gli Houston Rockets e i Los Angeles Clippers, ma anche per essere riuscito in pochissimo tempo a creare un nucleo di giovani (il famigerato “young core”) per il presente. I 3 ragazzi che compongono lo zoccolo duro di questo nucleo sono naturalmente Shai Gilgeous-Alexander, Darius Bazley e Luguentz Dort, arrivati a Okc tutti nella stessa estate ma con percorsi completamente diversi. Dopo una prima stagione decisamente oltre le aspettative che ha ritardato, nei piani di Presti, il piano di ricostruzione, ma che è anche servita ai giocatori più giovani per maturare esperienza ai playoff, ecco che siamo finalmente giunti all’anno zero.
All’inizio di quest’anno c’era davvero poco hype intorno agli Oklahoma City Thunder, come è giusto che sia quando si parla di squadre che cominciano progetti a lungo termine, ma si possono comunque segnalare alcuni elementi interessanti. Innanzitutto bisogna considerare la scelta dell’allenatore: Mark Daigneault, ex coach degli Oklahoma City Blue (squadra di G League affiliata ai Thunder), è un coach giovane ma con una notevole esperienza nella lega di sviluppo. E’ molto apprezzato dai giocatori e il modo con cui è riuscito a dare immediatamente una forte identità alla squadra sembra esserne la prova. L’obiettivo è parso subito quello di creare un sistema offensivo basato sul ritmo alto cercando la transizione primaria, e su un gioco a metà campo che vede grande condivisione delle responsabilità, tanto movimento di uomini e palla con frequenti tagli dal lato debole (per fare un paragone, simile a quello dei primi Celtics di Brad Stevens), limitando al minimo i pick and roll centrali e gli isolamenti. Le statistiche dicono che Okc è penultima per offensive rating (114.8), numero sicuramente migliorabile, tuttavia non sono i dati di questa stagione che devono far giudicare la bontà del progetto. Al contrario, bisogna soffermarsi sulla capacità di creare un sistema offensivo e difensivo in cui sia facile far inserire giocatori giovani e permettergli anche di sbagliare per poter far emergere le proprie caratteristiche. In questo senso, oltre ai 3 già citati, mi riferisco ad esempio al rookie Theo Maledon, scelto alla 34 nell’ultimo draft, cui fin da subito sono state date grandi responsabilità come handler principale nella second unit, e che nelle ultime partite si è comportato bene anche come partner di Shai, al posto dell’infortunato George Hill. Il playmaker francese ha impiegato qualche partita a prendere fiducia nel suo tiro, ma in generale ha dimostrato già ottimi flash da passatore (contro gli Hawks ha messo a referto 12 assist, il massimo per un rookie in questa stagione) e una notevole gestione anche nei finali di partita. Allo stesso tempo, la speranza di Presti è di massimizzare il rendimento di alcuni giocatori che per certi versi erano stati “dimenticati” dalla lega al fine di far crescere il loro valore di mercato e scambiarli, magari per qualche altra scelta futura. Parliamo ad esempio di Kenrich Williams, Mike Muscala e anche dello stesso Al Horford che, al di là del contratto, sta dimostrando di meritarsi ancora uno spazio in una contender, cosa che sembrava impensabile al termine della scorsa stagione. Ma come detto in precedenza, gli elementi più intriganti di questa stagione dei Thunder li ritroviamo senza dubbio nei costanti miglioramenti dei 3 nuovi pilastri della franchigia, che ora andremo ad analizzare nel dettaglio.

SHAI GILGEOUS-ALEXANDER
Shai è senza ombra di dubbio la stella più luminosa nella nuova galassia degli Oklahoma City Thunder, il giocatore che sembra destinato ad essere la guida verso il futuro, sia dentro sia fuori dal campo. La guardia canadese è arrivata nell’Oklahoma tramite la trade con i Los Angeles Clippers che ha coinvolto Paul George, dopo una stagione da rookie in cui aveva dimostrato buoni sprazzi, anche ai playoff nella serie contro i Warriors. Shai era entrato in Nba più come specialista difensivo, soprattutto per via della taglia notevole per una guardia, ma da quando veste la maglia dei Thunder è letteralmente esploso nella metà campo offensiva. Nella passata stagione ha sorpreso per la sua capacità realizzativa e la varietà di soluzioni in 1 contro 1, concludendo la stagione con 19 punti di media, quasi il doppio rispetto all’anno da rookie. Inoltre l’annata passata al fianco di Chris Paul gli ha permesso di migliorare non solo e non tanto nel fornire assist ai compagni (aspetto già presente tra le sue caratteristiche), quanto più nella lettura dei momenti della partita e nelle conseguenti scelte di tiro. A tal proposito, il grande salto di qualità che Shai ha dimostrato quest’anno, nonostante abbia molto più spesso la palla in mano (27,5% di USG%, contro il 23% dello scorso anno), è che sembra potersi prendere sempre il tiro che vuole, senza apparentemente mai forzare. Riesce a trovare una linea diretta verso il canestro, pur non avendo la velocità di Westbrook o il ball handling di Irving, grazie alla capacità di accelerare o rallentare il ritmo della penetrazione a seconda della posizione del difensore, a cui è abbinato un ottimo finishing. Infatti, oltre ad essere dotato di un ottimo tocco, utilizza molto bene le finte e spesso cambia abilmente il tempo del tiro, riuscendo a chiudere al ferro anche contro avversari più grossi e a guadagnarsi falli. Non disdegna tuttavia il tiro da fuori, la cui efficienza è migliorata notevolmente in questa stagione (41,2 % da 3 dopo il 34,7% dell’anno scorso), anche, se non soprattutto, per il miglioramento delle scelte di tiro. Paradossalmente, i margini di miglioramento più ampi nel gioco di Shai sono nella metà campo difensiva, proprio quella che sembrava il suo punto forte in uscita da Kentucky.
Si può dire che chi si aspettava una grande crescita dal punto vista statistico in questa stagione potrebbe essere rimasto deluso (23 punti, 5 rimbalzi e 6 assist di media sono comunque ottimi numeri), e ciò è dovuto sì al sistema portato da coach Daigneault di cui già si è parlato, ma anche al fatto che Shai non è e non sarà mai un giocatore di volume. Questo ruolo di “primo violino” lo ricopre a modo suo, è sicuramente meno appariscente rispetto alle altre star della lega, difficilmente farà giocate da highlights, ma forse proprio il suo stile e il basso profilo con cui sta emergendo è ciò che lo rende ancora più interessante, più affascinante, in un certo senso seducente.
Sono sicuro che Presti sia estremamente soddisfatto dello sviluppo di Shai che ha dimostrato di poter rendere al meglio con compagni di squadra dalle caratteristiche diverse, ma che soprattutto quest’anno sta contribuendo, con la sua leadership, allo sviluppo di questo nuovo progetto.

DARIUS BAZLEY
Darius Bazley è stato scelto dai Thunder alla 23 nel draft della ormai famosa estate 2019, dopo aver deciso di trascorrere l’anno in preparazione al draft in maniera abbastanza particolare, di sicuro non convenzionale. Bazley infatti, prospetto 5 stelle in uscita dall’High School, aveva in un primo momento accettato la proposta di Syracuse, per poi declinarla e scegliere di svolgere un internship (molto ben pagato) da New Balance, allenandosi quindi da solo in vista del draft. C’erano molte perplessità su di lui all’inizio della scorsa stagione, proprio per via di questa strana scelta che non ha permesso agli addetti ai lavori di vederlo all’opera a livello collegiale. Dubbi che sono sicuramente rimasti almeno fino all’interruzione della regular season a causa della pandemia, dal momento che Bazley aveva mostrato più luci che ombre. A fronte di un frame molto interessante e di un notevole atletismo, i primi mesi in Nba avevano messo in mostra tutti i limiti del suo gioco. Innanzitutto la poca fiducia nel tiro da fuori, ma soprattutto la scarsa attenzione nella metà campo difensiva che lo rendeva spesso inaffidabile nei minuti in cui era chiamato a sostituire Danilo Gallinari. Ma nella bolla di Orlando la musica è cambiata: Darius ha mostrato grande continuità nelle prestazioni e i suoi minuti in campo sono aumentati nell’avvicinamento ai Playoff. Finalmente ha preso fiducia nel tiro da fuori (47% da 3 nella bolla, con 4,2 triple tentate a partita), e ciò gli ha permesso di guadagnarsi tanto spazio anche nella serie contro i Rockets. Qui ha cominciato a far vedere i primi veri sprazzi del suo enorme potenziale. In difesa ha colpito per la capacità di marcare quasi 4 ruoli grazie alla rapidità laterale che gli permette di tenere anche due o tre scivolamenti contro le guardie, e grazie alla incredibile wingspan che lo rende un notevole rim protector per il ruolo. Sarebbe stato interessante vederlo anche più spesso in campo come “small 5” in un quintetto piccolo, considerando anche le scelte di Houston, ma così non è stato. Tuttavia questo è un ruolo che potrebbe senza dubbio ricoprire anche in futuro.
I margini di miglioramento sono sicuramente più ampi in attacco, dove prende spesso decisioni sbagliate e pecca ancora di “tunnel vision” (attacca troppo a testa bassa). Quest’anno, con un posto in quintetto, sta abilmente sfruttando la possibilità di mettersi in mostra e di aumentare le soluzioni nel gioco, anche se continua ad alternare grandi partite sui due lati del campo, ad altre in cui appare smarrito in difesa e rinunciatario in attacco. Come detto, il potenziale di crescita è quasi illimitato e questi Thunder sembrano esattamente la squadra giusta dove poterlo raggiungere.

LUGUENTZ DORT
Lu Dort è stata sicuramente la più grande sorpresa della scorsa stagione dei Thunder. Dopo non essere stato scelto al draft 2019, il prodotto di Arizona State ha firmato un two-way contract con Okc e nella prima parte di stagione è stato assegnato agli Oklahoma City Blue, dove ha giocato 13 partite. Ben presto Billy Donovan e il suo staff hanno intuito le enormi qualità della guardia canadese che ha quindi debuttato in Nba nel dicembre 2019. Dort è poi entrato stabilmente nelle rotazioni dei Thunder a fine gennaio 2020 e i suoi minuti sono costantemente cresciuti, a dimostrazione dell’importanza cruciale che ha acquisito in pochissimo tempo. La sua forza è senza ombra di dubbio la metà campo difensiva, ma forse nessuno si aspettava che potesse marcare già dal primo anno le migliori star della lega e soprattutto con quei risultati. E’ nella serie di primo turno contro i Rockets che tutto il mondo ha finalmente conosciuto il suo nome: impressionante è stata la sua capacità di marcare Harden in single coverage, riuscendo a mettergli sempre il corpo davanti per togliere la linea di penetrazione diretta ma senza mai sbilanciarsi con i piedi. La componente fisica è sicuramente preponderante in lui, ma non bisogna sottovalutare la conoscenza che ha dei giocatori che si trova a marcare in 1 contro 1, e ciò lo sta mettendo in mostra in questa stagione. E’ sempre Dort l’incaricato a marcare la super star avversaria e sembra potersi adattare perfettamente anche contro giocatori più potenti o più veloci, riuscendo a mettere una pressione asfissiante a chiunque si trovi davanti.
I playoff dell’anno scorso avevano mostrato tutti i suoi pregi nella metà campo difensiva, ma anche tutti i grandi limiti in quella offensiva, soprattutto al tiro da 3, anche per via della difesa estrema dei Rockets che spesso lo lasciava tirare libero in angolo, scelta che poteva costare cara in gara 7 quando Dort, in stato di grazia, mise a segno il suo career high di 30 punti. I tifosi dei Thunder rivedevano quindi in lui un nuovo Andre Roberson, con gli stessi lati positivi e negativi. Tuttavia, in questa stagione si sono già visti enormi passi in avanti da questo punto di vista. La meccanica di tiro è stata leggermente corretta e la percentuale è diventata accettabile (32,5%), dopo aver addirittura iniziato la stagione con una striscia di 14 partite consecutive con almeno una tripla a segno. Ma il tiro non è l’unica notizia positiva, infatti Dort sembra essere cresciuto molto nel decision making quando ha la palla in mano, è diventato molto più rapido e scaltro nell’attaccare i close out (anche perché non può più essere battezzato) e riesce spesso a finire bene al ferro anche con la mano debole. Tutte queste caratteristiche non erano assolutamente presenti nel suo gioco fino a pochi mesi fa, dunque la velocità con cui cresce e riconosce i suoi limiti fa davvero ben sperare per un’ulteriore crescita futura.

Queste sono, dunque, le ottime basi da cui comincia il processo di rebuilding degli Oklahoma City Thunder. La vera forza di questo nucleo che si è venuto a formare è che pare estremamente adattabile alla presenza di giocatori dalle caratteristiche molto diverse, come è stato dimostrato in queste due stagioni. I tifosi di Okc se lo augurano, ma è molto probabile che nessuno dei tre citati potrà mai essere il giocatore che conduce una squadra al titolo, ma l’aver creato una base così solida può essere ancora più utile per integrare un’eventuale top pick dei prossimi draft o, più difficile, per attirare free agent in futuro. Quel che è certo è che non essendoci la necessità di perdere partite per avere una scelta in lottery, data la mole di scelte future a disposizione, la priorità sembra essere quella di (ri)creare immediatamente una cultura vincente, basandosi sulla personalità e sulla voglia di migliorare di questi ragazzi.

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