Once upon a time in Houston

Sono James Harden, risolvo problemi

Cosa ha in comune un intervallo di 8 stagioni e mezza dei Rockets di Harden con il noto regista Quentin Tarantino? Andiamo a discernere i punti d’incontro di questi due – seppur diversi – artisti.

Nel bene e nel male James Edward Harden Jr è stato uno dei protagonisti degli anni ’10 Nba, già all’età di 31 anni – nel pieno della sua carriera – è considerabile come uno dei giocatori più influenti di sempre. Le sue gesta agli Houston Rockets hanno riportato ad alti livelli una franchigia che non viveva momenti simili dagli anni di Hakeem Olajuwon. Tuttavia l’arco narrativo di Harden ha alle spalle due importanti fautori: Daryl Morey, personaggio insolito che è entrato nella lega a gamba tesa e Mike D’Antoni, coach dalle convinte idee offensive. Questo “periodo Harden” (2012-2021) si è concluso il 14 Gennaio 2021 con la trade dello stesso ai Brooklyn Nets, anche se le avvisaglie erano già presenti in estate quando sia Morey – al tempo GM dei Rockets – che coach D’Antoni lasciarono la città texana.

James Harden nasce nell’estate del 1989 a Compton, Los Angeles, California e lì passa buona parte della sua gioventù, portando la Artesia High School al titolo di stato. Mentre Quentin Tarantino nasce a piu di 3000 kilometri di distanza (in pratica dall’altra parte degli states), a Knoxville, Tennessee, ma all’età di 3 anni si trasferisce nella città degli angeli. Ovviamente per un ragazzo che inizia ad amare il cinema non c’è luogo migliore per perseguire il suo sogno, e proprio quando James compie 3 anni esce il primo film scritto e diretto da Quentin: Reservoir Dogs (1992), un neo-noir che anche a distanza di quasi 30 anni tiene ancora bene lo schermo. Già dalla scena iniziale della filmografia di Tarantino si può vedere il tipico stile barocco nei dialoghi e l’importanza della sceneggiatura nelle sue opere.

1) Non è oro tutto ciò che luccica, ma magari sono diamanti

Sia la guardia che il cineasta hanno avuto un arco narrativo che li ha fatti vedere sotto luci diverse, entrambi hanno qualità fuori dal comune che li fanno rendere in ogni aspetto del proprio campo. Ad esempio Harden entrava nel Draft 2009 come una guardia tiratrice di 196 per 99, considerato solido in ogni aspetto: scoring, passing, difesa e leadership. Tuttavia nel primo anno ad Okc si ritaglia un ruolo da sesto uomo con importanti compiti difensivi. Similarmente Tarantino già in tenera età è un avido consumatore di film (in particolare gli spaghetti western) ed appena compiuti 15 anni lascia la scuola per lavori nel mondo del cinema: la maschera di un cinema a luci rosse e successivamente il commesso in un videonoleggio. Ed anche lui inizialmente si mantiene scrivendo sceneggiature, vende “True Romance” (1993) a Tony Scott, poi “Natural Born Killers” (1994) ad Oliver Stone e “From Dusk till Dawn” (1995) a Robert Rodríguez.

Entrambi sono destinati ad un futuro da protagonisti totali del loro ambiente: Harden come stella assoluta e mega-creator ad Houston, Tarantino come regista e sceneggiatore in ogni sua opera. Il passaggio da “specialisti” a centro del sistema è propiziato da due personaggi di spicco che hanno intravisto qualcosa di speciale in due giovani James e Quentin. Per quanto riguarda Harden, Daryl Morey è colui che indirizza i Rockets ad usare buona parte dei loro assets (Lamb, Martin, 2 first rounders ed una second) per puntare a lui come stella negli anni successivi. Per quanto in data odierna sembri un prezzo irrisorio, ai tempi non tutti erano convinti del fatto che il natio di Los Angeles avrebbe potuto raggiungere lo status di top-10 Nba, Morey ha vinto la scommessa pienamente. Mentre per Tarantino la figura chiave è stata nientepopodimeno che Harvey Keitel, infatti prima della sua entrata come produttore “Reservoir Dogs” nei piani del regista avrebbe avuto un budget di 30.000 dollari. Con la partecipazione di Keitel verrà raccolto un budget di 1,5 milioni di dollari e verrà svolto un casting a New York, dove saranno reclutati Tim Roth e Steve Buscemi, che con la prima opera di Tarantino iniziano il percorso che li porterà allo status di mostri sacri della settima arte.

Queste storie insegnano che in ogni circostanza per far sì che qualcuno sfondi, non basta avere talento e mentalità vincente. Ma serve anche un acuto osservatore che ne faciliti l’ascesa al successo, e non tutti vedono le stesse cose in determinate persone, che si parli di sport, cinema, ricerca o qualsiasi ambito. I momenti in cui Keitel e Morey scommettono su Tarantino e Harden sono snodi importanti delle loro carriere, sicuramente non l’unico motivo per la loro realizzazione come fuoriclasse, ma ne hanno senza dubbio velocizzato il processo.

2) Nel segno del 9, o del 10?

Il 9 è un numero che fa da ponte tra i due mondi, infatti nove sono le stagioni passate da Harden a Houston (contando anche la prima meta di quella attuale) e nove sono i film diretti da Quentin, tra i quali non vengono conteggiati ne Four Rooms (1995), film antologico di cui ha diretto un episodio, ne Death Proof (2007), opera che compone insieme a Grindhouse un tributo agli slasher ’70 co-diretto insieme a Robert Rodriguez (consigliato per una serata con gli amici).

Le nove stagioni trascorse ai Rockets hanno un filo conduttore: nove apparizioni consecutive di Harden tra gli All-Stars e medie surreali, 29.6 punti, 7.7 assist e 2.4 stocks. Questi punti sono prodotti con un 61.2% di TS, una media di 10.4 liberi tentati a partita convertita con l’86.2%, 9 triple tentate con una media del 36.2%, numero ottimo considerando che le triple prese dal nativo losangelino erano spesso in step-back e quasi mai open. Lo strapotere offensivo è certificato dall’Offensive Box Plus Minus tenuto sulle nove stagioni: 8.1.

Anche se in ambito cinematografico non esiste una selezione di All-Stars o statistiche con cui misurare una pellicola, è innegabile che i nove lungometraggi creati da Tarantino abbiano sempre tenuto un livello alto. È difficile trovare un film scadente, ogni film è un prodotto di qualità e sicuramente originale e mai ripetitivo rispetto ai precedenti. Poi ogni opera – come ogni annata di Harden ai Rockets – può incontrare o meno i gusti di chi la guarda, ma non si può negare l’attenzione dietro ad ogni dettaglio della realizzazione di quest’ultima, come non si può negare la costanza nel produrre numeri fuori dal normale di James Harden.

Tuttavia il regista del Tennessee ha dichiarato di voler lasciare ai posteri 10 lungometraggi, quindi fortunatamente potremo assistere al suo canto del cigno nei prossimi anni, che questo ultimo film ipotetico sia avvicinabile alla stagione e mezza di Harden che prende la corrente e la prossima? Magari con titolo annesso? Solo il futuro potrà dirlo, nel frattempo possiamo goderci i nove figli partoriti dai due artisti che rimarranno comunque scolpiti nel tempo.

3) A devil in a new dress

“Io considero Harden un incapace! Lo considero il classico esempio di instabilità cestistica, abbia pazienza! È uno che formava un duo, falliva la title run e passava ad un altro compagno. Come lo vogliamo chiamare? Eh?”

~ Stanis La Rochelle

Diceva un noto attore di una fiction romana. Questa considerazione può essere relata anche a Tarantino, il quale come Harden ha cambiato progressivamente i suoi secondi violini e parte del supporting cast, il regista ha cambiato il genere dei propri film e gli interpreti, tutto ciò mantenendo pero qualcosa di più profondo di attori e tipologia di racconto: la filosofia di base che pervade le sue opere.

Chris Paul, Russell Westbrook, Chandler Parsons, PJ Tucker, Dwight Howard, sesto uomo Eric Gordon, back up center Clint Capela. Questo è il quintetto che si può creare con tutti i compagni che si sono avvicendati accanto a James Harden, unico punto fermo in quel mare in tempesta che è stata Houston per 9 anni. C’è chi è rimasto per molto tempo (Tucker, Gordon) e chi invece si è dato il cambio come secondo violino su stint di 1-3 anni: Howard, Paul, Westbrook. Questa continua ricerca di dare ad Harden una squadra competitiva ad ogni costo è stata propugnata ovviamente da Daryl Morey, il quale non si è mai risparmiato in termini di investimenti societari. Per Dwight Howard – in uscita da un anno deludente ai Lakers – impiega un quadriennale da 88 milioni, per i Chris Paul – all’ultimo anno di contratto, che poi verrà rinnovato al massimo – da ai Clippers Beverley, Harrell, Lou Williams ed una prima, infine l’all-in per una stagione di Russell Westbrook corrisponderà a CP3, con annesse 2 prime future e 2 swap per addolcire la pillola del contratto.

Anche se nel cinema non ci sono contratti e monte salari, Tarantino nei suoi molteplici anni di attività ha avuto la fortuna – ed il merito – di lavorare con interpreti straordinari che lo hanno aiutato a dare vita alle sue idee. Se vediamo il suo “supporting cast” [https://en.wikipedia.org/wiki/Quentin_Tarantino#Recurring_collaborators] si vede subito che come nel caso di James Harden si è sempre circondato di comprimari di assoluto livello e che questo è necessario se si vuole raggiungere buoni risultati: Samuel L. Jackson, Michael Madsen ed Uma Thurman i suoi scudieri immortali, in tempi più recenti alcuni volti ricorrenti nelle sue pellicole sono Leonardo Di Caprio e Christoph Waltz. Anche nel cinema non basta il talento del singolo, come il basket è uno sport di squadra ha bisogno di chimica e persone che lavorano bene insieme mettendo le proprie abilità al servizio di qualcuno che dirige la “bigger picture”.

Dei 9 film diretti da Quentin non se ne possono trovare due dello stesso genere, tuttavia ogni volta che si guarda uno di essi non si può non notare che lo stile ti rimanda subito al regista di Knoxville. Come vedere una partita dei Rockets del 2015 o del 2019 può avere diversi interpreti o diversi set d’attacco, ma sempre si può ridurre a The Beard che condiziona tutto con il suo inconfondibile stile di gioco.

4) Because it’s so much efficient Jan!

Così Tarantino rispondeva ad una giornalista che gli chiedeva: “Perché c’è bisogno di questa violenza cruda?”, semplicemente con: “Perché è molto divertente!”. Spesso sono state mosse ai suoi film critiche sulla “troppa violenza” ed addirittura “abuso di termini razzisti” – in un film che parla di schiavismo – e queste mi ricordano molto i non rari rimproveri al basket giocato da Houston nell’era di Harden. La critica più gettonata è: “che noia, è solo isolamenti e tiro da 3”, l’affermazione precedente è veritiera, infatti il gioco proposto da Houston negli anni ha sempre tolto le parti inessenziali fino a ridursi a due concetti base: Harden gioca un isolamento, tutti gli altri giocatori stanno più lontano possibile dal pitturato ed aspettano un possibile scarico per un tiro da 3. Ovviamente parlando così si può sminuire quasi ogni filosofia offensiva, anche perché sotto la superficie il gioco offensivo dei Rockets non è banale come si vuol far credere.

Innanzi tutto bisogna comprendere il reale valore offensivo di James Harden, il quale durante la sua permanenza a Houston ha avuto una media di Usage Rate del 33.3% – media che tocca il 37.7% nelle ultime 3 stagioni – questo dato significa che tendenzialmente ha preso parte attiva ad 1 possesso su 3 in tutta la sua permanenza e come citato prima i punti prodotti arrivavano con un’efficienza élite. Questa immensa mole di lavoro offensivo è giustificata dalla sua pericolosità in situazioni di 1 contro 1, di base non c’è un’arma offensiva che non appartiene a The Beard, come si può apprezzare nel video tutto parte dall’ottimo ball handling. Dal palleggio può sia attaccare il ferro – andando spesso a punti o fallo subito, oppure leggere l’aiuto e scaricare – sia concludere con la tripla in step-back, che potremmo definire la sua “signature move”. In parole povere, difendere su quest’uomo non è un divertimento per nessuno.

Tuttavia le sue abilità offensive possono essere sfruttate in vario modo, ed in un certo senso il suo sviluppo sui 9 anni – e quello dei Rockets – ha portato sempre più all’estremo lo sfruttamento dell’uno contro uno di Harden. Nella stagione 2015/16 – l’ultima con coach McHale prima dell’arrivo di D’Antoni – gli isolamenti giocati a partita erano 7, dato più altro tra tutti i giocatori ma comunque non esagerato e l’efficienza nel 74esimo percentile, alla pari i possessi da handler di pick and roll a partita, ma con una produzione molto migliore: 91esimo percentile. Nella stagione successiva c’è un cambio sulla panchina: arriva Mike D’Antoni, coach che si può definire non ortodosso e con enfasi sulla fase offensiva. Il cambio di rotta per Harden risalta nella stagione 2018/19, i possessi in iso raggiungono un numero record di 16.4 a partita – fun facts: il secondo era John Wall con 5.6, il quarto Chris Paul (compagno di Harden) con 4.7 – questo mantenendo un a produzione di 1.11 punti per possesso, meglio del 93% dei giocatori Nba.

Il gioco offensivo dei Rockets non è stato una linea retta, anche se a prima vista possono sembrare 9 anni di Harden e contorno, ogni comprimario aveva le sue caratteristiche e veniva sfruttato di conseguenza. Come si può vedere nel video, nella stagione 2016/17 si creavano spesso situazioni di pick and roll – vista la presenza di rollanti come Capela e Nenê – oppure un pop di Ryan Anderson. Anche se dalla stagione successiva la tendenza cambia ed iniziano ad abbondare gli isolamenti, le variabili che rimangono invariate sono 2: Harden che riesce a punire ogni disattenzione difensiva e la presenza di almeno 3 tiratori sui 4 che lo accompagnano. Questi due elementi ormai sono parte integrante dell’idea moderna di basket, che consiglia buone spaziature per facilitare appunto l’uno contro uno.

Questa tendenza viene spinta al limite nella stagione 2019/20, infatti prima della deadline di quella che sarà l’ultima stagione di The Beard a Houston, Clint Capela viene scambiato per Robert Covington, rendendo di fatto i Rockets privi di centri, nel senso più tradizionale del termine. Infatti i minuti nella posizione di 5 nei playoffs sono stati spartiti tra PJ Tucker ed appunto Covington, anche se la scelta non si è rivelata vincente ha sicuramente mostrato lati interessanti, come si nota nel video difendere una lineup formata di fatto da 5 tiratori – di cui due creator – rende gli accoppiamenti difficili da formare, poi ovviamente avere Harden e Westbrook giocare un pick and roll contro il lungo avversario trasforma ogni attacco in un rischio.

La sperimentazione è fondamentale in ogni campo, il progetto di quei Rockets non ha vinto ma ci ha fatto vedere qualcosa di nuovo, bello e brutto che sia è importante per non far sì che l’inventiva stagni. Come i Rockets anche Tarantino nei suoi 9 film ha cambiato di volta in volta, mettendo la sua filosofia di base sotto varie forme, un esempio di estremo raggiunto dal regista è sicuramente Kill Bill. Di fatto il regista crea un prodotto molto personale, dove i concetti di violenza e vendetta sono parte integrante, se non unica del film – parlo di Kill Bill come unico film e non come due volumi perché Tarantino lo aveva pensato in tal modo, ovviamente è stato smezzato per necessità di produzione – e come la l’ultima annata di Harden a Houston è il momento in cui tutto il contorno viene messo al servizio di una sola cosa.

Sicuramente i (non) risultati ottenuti da The Beard in queste nove stagioni non rendono facile accostarlo ai grandi delle ultime decadi, tuttavia lo strapotere offensivo – ma soprattutto la costanza fuori da ogni logica – che ha fatto vedere lo rende sicuramente uno dei giocatori che ricorderemo negli anni a venire. La sua carriera è stata contemporanea ad un giocatore top 2 all-time ed ha intersecato anche gli anni di una delle squadre più forti di sempre, il più grande what-if rimarranno sicuramente i playoffs 2017/18 con l’infortunio di Paul, picco massimo raggiunto dai Rockets di Harden sui 9 anni.

Nel basket come nel cinema, non conta solo vincere trofei, ma anche – soprattutto – vedere qualcosa di piacevole, e se qualcuno non trova piacevole un certo tipo di spettacolo, violenza o isolamenti ad oltranza che sia, almeno non hai lasciato nessuno indifferente.

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