Black Lives in Basketball

Racism is real, and is everywhere

Mai come in quest ultimo anno il tema delle discriminazioni è stato il fulcro delle più accese conversazioni politiche, intendendo la parola “politica” nel senso più primigenio del termine, come affare riguardante i πολίτες (polìtes) , i cittadini, abitanti di un mondo che ostenta uguaglianza ed equità, ma che in realtà è dilaniato da convinzioni sociali e culturali profondamente discriminatorie radicate (più o meno consapevolmente) nella mente di moltissimi di noi.

Il 25 maggio 2020, a Minneapolis, l’agente di polizia Derek Chauvin, dopo aver immobilizzato in posizione prona George Perry Floyd, pressa il suo ginocchio sul collo dell’uomo per 8 minuti e 46 secondi. Il succube fu dichiarato morto pochi minuti dopo. L’omicidio di George Floyd è stato ripreso e divulgato in rete ed è subito diventato virale. Prima di perdere conoscenza l’uomo aveva mormorato una serie di suppliche all’ufficiale di polizia tra cui la celebre “Please, I can’t breathe”, frase già usata sei anni prima da un altro afroamericano, Eric Garner, anche lui soffocato da un agente di polizia di New York.

Nei mesi successivi “I CAN’T BREATHE” è diventato lo slogan del movimento Black Lives Matter, che per mezzo di manifestazioni nelle varie piazze prima d’America e poi del mondo intero, protesta contro la questione del razzismo che opprime la comunità nera mondiale da ormai secoli. Tra i partecipanti più attivi alle proteste pubbliche abbiamo ritrovato anche numerosi atleti NBA, che nel corso degli anni hanno dovuto lottare per potersi ritagliare uno spazio, via via sempre più preponderante nel nostro amato sport.

Gli inizi

Oggi ci fa quasi strano vedere come la presenza europea e in generale non afroamericana stia lentamente entrando a far parte di un mondo, quello NBA, fino a poco tempo fa dominato solo ed esclusivamente dai James, dai Durant, dai Jordan e dai Bryant. Eppure quando il signor Naismith inventò il gioco che noi tanto amiamo, aveva in mente uno sport quasi esclusivamente ad appannaggio dei bianchi.

Nel 1876, in seguito ai movimenti per l’emancipazione della popolazione nera che seguirono alla guerra di secessione, i Democratici allora al potere negli stati del Sud iniziarono ad emanare le cosiddette “Leggi di Jim Crow“, il cui nome deriva da Jump Jim Crow, un personaggio goliardico di una nota coon song ottocentesca, e che sancivano il principio del “separati, ma uguali”.

Conseguenza delle leggi fu la separazione in ogni servizio pubblico dei bianchi dai cosiddetti “Colored“, cioè tutti coloro che non fossero bianchi (principalmente neri o di origine mista). Questo ovviamente valeva anche per lo sport. Le proteste della comunità afroamericana contro le leggi furono molteplici, ma lo sport probabilmente era l’arma di protesta più pacifica ed efficace del periodo.

È il 1902 quando il manager di una squadra della New England Basketball League, il Pawtuckerville Athletic Club di Lowell, in Massachusetts, visti gli eccessivi infortuni nel suo roster, decide di mettere sotto contratto per ben $5 a gara (nessun errore) un diciottenne afroamericano locale di 173 cm, tale Harry “Bucky” Lew. Dai reportage che si hanno dell’epoca, si fa fatica anche a considerare quello sport pallacanestro. Come riporta a proposito Flavio Tranquillo nel suo libro Basketball R-Evolution:

Intanto siamo in un basket leggermente primordiale, che non prevede il tiro al tabellone per l’elememtare ragione che il tabellone non c’è. Non ci sono neppure le rimesse, stante l’assenza di linee laterali. Dopo ogni tiro invece di un rimbalzo va in scena una rissa di strada e i giocatori mettono un piede in area con la stessa frequenza con cui i pontefici passano a miglior vita, perché i falli sono di durezza inusitata. Come nell’hockey la palla è sempre in gioco grazie a una recinzione in stile pollaio che circonda in campo la famigerata “cage“. L’idea originale pare fosse quella di non far finire la sfera in mezzo agli spettatori, ma qualcuno sostiene che invece si voleva favorire lo spettacolo (ehm). Sia come sia la gabbia c’è, ed è il motivo per cui “cagers” diventerà sinonimo di cestisti. E almeno la recinzione servisse a proteggere i malcapitati al suo interno! I giocatori neri vengono invece puniti con gli spilli e bruciacchiati con le sigarette quando incautamente si avvicinano agli spettatori, sigari e bottiglie finiscono in campo con una certa frequenza e qualche contropiedista viene fermato da un ombrello di uno sportivissimo fan che lo aggancia alla caviglia. Chi controlla la sfera è a proprio rischio e pericolo, perché una muta di difensori si mette sulle sue piste con intenzioni bellicose e gli arbitri non fischiano finché il sangue non scorre copioso. Dopo ogni (raro) canestro ci si ferma per alzare una palla a due che da il via a una nuova e violenta canea.

~Flavio Tranquillo

Il nostro Lew è in ogni caso costretto a guardare i bianchi che si azzuffano dalla panchina, e il copione resta invariato anche per le partite successive. Un infortunio di un titolare però cambia le carte in tavola (ai tempi non si poteva rientrare dopo essere usciti) e, dopo un tentativo dell’ allenatore di giocare 4 vs 5, in seguito ai fischi del pubblico, Bucky scende in campo e dal quintetto titolare non uscirà più fino a fine stagione grazie ai suoi meriti cestistici.Lew è il primo grande pioniere di una storia che porterà la pallacanestro a diventare uno sport dominato dagli afroamericani.

I New York Reinassance

Da Bucky Lew in poi, sempre più neri iniziano ad affacciarsi alla pallacanestro non solo più dilettantistica, e mentre nel Sud le leggi razziali erano tali da impedire ancora tali consuetudini, nell’Est e nel Midwest, rappresentative dilettantistiche di soli bianchi sfidavano regolarmente le corrispettive nere.

Per vedere però una squadra professionistica di pallacanestro di soli afroamericani, bisogna aspettare il 1922, quando il grande Bob Douglas fondò i New York Renaissance da Harlem. La squadra competeva nella NBL (National Basketball League) e nella sua storia il bilancio vittorie sconfitte fu leggendario: 2588-539, con un picco di 112-7 nella stagione 1938-1939. Un biografo nativo di Harlem, che si impegnò a narrare la storia dei “Rens”, li definì “La più grande squadra di cui non avete mai sentito parlare”. Quel biografo è considerato da alcuni come il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi, tale Kareem Abdul-Jabbar. Una squadra del genere però non sarebbe mai riuscita a sfondare senza il genio di Douglas, un dicty, come dicevano a New York, ovvero un aristocratico snob, in poche parole, un Caraibico. L’avveristà dei Newyorkesi verso gli abitanti delle Indie Occidentali era da sempre nota, causa preferenze di questi ultimi nel mondo del lavoro anche a parità di curriculum. L’astio però venne messo da parte in favore di una compartecipazione ad un movimento che fu denominato il Rinascimento di Harlem, che aveva nello sport (seppur giovanissimo) e nella musica i due cardini della black culture. Non è un caso se per chi gioca a pallacanestro o per chi suona, il verbo da utilizzare è sempre lo stesso “TO PLAY”. La pallacanestro dei Rens, dal poco che si evince dai filmati, attrae a sé tutte le cadenze gospel, jazz e blues di Harlem, in cui, secondo il principio del call-and-respond, una voce (o uno strumento) chiama la successiva e di lì parte un dialogo eccezionale che si rispecchia perfettamente nel giro palla rivoluzionario dei Rens, un Dribble Hand Off a tutti gli effetti, un penetra e scarica costante che crea armonia e spaziature. Il basket è ora a tutti gli effetti rientrato nel campo delle arti figurative che l’America tanto apprezzava nella prima metà del Novecento. E poi si sa, come diceva John Salley “Il colore dei soldi è verde, non bianco o nero“, ed escludere lo spettacolo immenso dei Rens dalle competizioni sarebbe stato un rimorso troppo grande.L’idea di Douglas, però non era solo quella di formare una squadra di soli afroamericani, ma che fosse anche la più forte squadra di pallacanestro in circolazione. Già nel 1908, solo trentaseienne fondò con due colleghi (George Abbott e J. Foster Phillips) lo Spartan Field Club, e lui militava nella squadra di basket dell’organizzazione, gli Spartan Braves. Ritiratosi dal basket guidò i Braves come allenatore e dirigente alla vittoria dell’Eastern Championship del 1921 per dilettanti. i Braves giocavano nella MBA (Metropolitan Basketball Association) e furono superati per ben due volte dai Loendi Big Five, fondati da Cumberland Posey. La MBA era un grosso ostacolo al progresso della squadra, dato che considerava il professionismo (cioè essere pagati per giocare) come”vendere l’anima al diavolo”, facendosi portatori dell’idea di Luther Gulick (si, il preside di Naismith) secondo la quale il professionismo fosse rovina dello sport. Douglas, da buon imprenditore incurante di queste norme vigenti, reclutò al rialzo il suo peggior avversario, James Sessoms, che fu multato (e poi squalificato) dalla MBA per professionismo. Douglas capì che lo sport era spettacolo e che un bello spettacolo poteva far pagare per essere visto, così, in un accordo con il ricco William H. Roach, proprietario dell’Harlem Reinassance Casinò, stabilì che la sua squadra avrebbe giocato lì e che ogni spettatore avrebbe dovuto pagare 55 centesimi di biglietto, e a Douglas sarebbe andata una (non troppo ridotta) percentuale degli introiti. Roach accettò a patto di un cambio di nome, così gli Spartan Braves diventarono Reinassance Big Five. Douglas presentò la neonata squadra il 24 ottobre 1923 con a roster Leon Monde, Frank “Stangler” Forbes (entrambi squalificati dalla MBA), Hilton “Kid” Slocum, Zack Anderson, Hy Monte, Harold Myers, Tucker Wardell e Harold Jenkins. Due sabati dopo ci fu il primo match di esibizione contro i Collegiate All Stars, vinta dai Big Five per 28-22. Il basket fece da intermezzo alle feste, ai balli e alla musica, il campo era più piccolo del normale e molto scivoloso, anche se ben illuminato poiché aveva ospitato già artisti come Ella Fitzgerald e Duke Ellington. Alle 23 i canestri portatili vennero rimossi e si tornò a danzare a ritmo della Theatre Orchestra di Vernon Andrades. Nello stesso anno il Reinassance Casino ospitò una manifestazione contro il linciaggio della NAACP (National Association of Colored People) e da allora le componenti progressiste nell’intero Est e Midwest si fecero più accese. Douglas sfruttò l’occasione organizzando match tra i Rens (tutti neri) e ogni altra squadra della nazione (tutti bianchi), spostandosi sul bus soprannominato dagli stessi giocatori “Blue Goose” per 38 mila miglia l’anno (la media di una squadra NBA, ma senza jet privato). Memorabili furono i numerosissimi scontri dei Rens contro il loro esatto speculare corrispettivo, gli Original Celtics, corazzata tutta bianca e con un promoter geniale come Douglas, James Furey. I Celtics come i Rens viaggiavano molto e vincevano quasi sempre, ma gli stipendi e le comodità erano di gran lunga superiori. Le due squadre simboleggiavano per i tifosi uno scontro di razza, in cui chi vinceva dimostrava la propria superiorità, ma tra allenatori e dirigenti regnava un rispetto profondo.

Nel 1938 fu istituito il primo World Professional Tournament di Chicago in cui venivano radunate le dodici migliori squadre della East Coast e del Midwest, tra cui i Globetrotters, i Celtics (non più Original, ma Kate Smith, in quanto acquisiti dalla cantante) e i Rens , guidati dal primo grande centro dominante della storia, Chuck Cooper detto Tarzan (perchè essendo più grosso e forte, decideva lui su qualsiasi argomento).Trotters e Rens si trovavano nella stessa parte del tabellone onde evitare una finale tutta nera e si affrontarono con vittoria dei Rens grazie al canestro finale di Tarzan. La finale era Rens vs Oshkosh All Stars, che avevano vinto contro la squadra di Douglas in 7 dei 10 incontri precedenti, l’ultima volta di 22. I pronostici erano contro i Rens, che però decisero di giocare perché in palio c’era qualcosa in più dei mille dollari del premio. Tutte le speranze della comunità afroamericana erano sulle loro spalle e i Rens sovvertirono il pronostico vincendo 34-25 grazie ai 12 punti di “Pop” Gates e a “Puggy” Bells, MVP della gara. I Rens ricevettero la giacca di campioni (non si usavano gli anelli) e dietro c’era scritto COLORED WORLD CHAMPIONS. Joh Isaacs, giocatore dei Rens prese delle forbici e ritagliò la prima parola delle tre, lasciando cadere le lettere per terra e dicendo a Douglas “Non le sto rovinando, le sto migliorando“. Più che un’evoluzione quella che andò in scena fu una vera e propria rivoluzione sociale, e forse non è un caso, che il primo giocatore nero della storia NBA, fu draftato proprio dai bianchissimi Celtics (non gli Originals, ma i Boston), e per uno stranissimo caso di omonimia si chiamava esattamente come Tarzan, ovvero Chuck Cooper, ma di questo parleremo in seguito.

I Rens sono stati pionieri che parlavano tramite il basket a persone che spesso non gradivano quel che avevano da dire

~Richard Lapchick

Harlem Globetrotters

Tornando agli anni 20, come già detto, anche un’altra squadra aveva nel nome la parola HARLEM, ma non proveniva da Harlem, bensì da Chicago.Una squadra dilettantistica di ragazzi tutti della Welder Phillips Highschool gioca per divertirsi e fa divertire. Un giorno un loro compagno di squadra, tale Abe Saperstein, polacco di origine ebrea nativo di Londra e unico bianco del team, decide che quella squadra avrebbe fatto la storia del nostro sport.Il nome Harlem attira, e quindi si decide di inserirlo anche se con Chicago c’entra poco. Difatti l’idea non è affatto di rimanere chiusi nell’Illinois, ma di girovagare, e se vuoi viaggiare per il mondo, Harlem crea hype. La seconda parola, neanche a dirlo, è Globetrotters. Staperspean si autoesclude dal gioco, eleggendosi a manager, perché basso (155 cm), scarso e bianco. Sono nati i Globetrotters, la seconda squadra professionistica di soli afroamericani, probabilmente la squadra più famosa di sempre. I Globetrotters iniziano a giocare nella Bronzville Savoy Ballroom, un’enorme sala da ballo di un Hotel di Chicago. Questi ragazzi vogliono dimostrare che i neri possono fare altro oltre che cantare, possono venire a contatto col mondo bianco, divertirlo e prenderlo in giro giocando e inventando gioco.

Nel 1948 è già nata la NBA ed è composta di soli bianchi. I Globetrotters li sfidano proprio a Chicago. Dalla parte opposta ci sono i campioni NBA, i Minneapolis Lakers di George Mikan, squadra dominante come poche. Ora i Globetrotters giocano per davvero, per dimostrare che sono giocolieri, ma che se vogliono a pallacanestro ci sanno anche giocare. Per due anni consecutivi, i Minneapolis Lakers, tutti bianchi, perdono contro gli Harlem Globetrotters che dimostrano che in realtà il Gioco era il loro.

Da allora i Globetrotters si sono dedicati più alla clownerie che alla vera e propria pallacanestro competitiva e nel 1952 un ex giocatore dei Philadelphia SPHAs (South Philadelphia Hebrew Association), squadra semi-professionistica militante nella ABL (American Basketball League), tale Louis Herman Klotz, detto “Red“, già creatore dei Baltimore Bullets nella stagione inaugurale della NBA, decise di fondare una squadra di pallacanestro, gli Washington Generals, su richiesta dello stesso Staperspean. La squadra non è di Washington, bensì di Atlantic City, New Jersey, e il loro nome non è che un omaggio al presidente degli USA in carica, il generale Dwight Eisenhower, ovviamente residente a Washington. Questa squadra, di cui Red è giocatore, presidente e allenatore è pensata per essere lo sparring partner degli Harlem Globetrotters, e quindi, pensata per perdere. Spesso questa squadra era costretta a cambiare nome (Boston Shamrocks, New Jersey Reds, ovviamente in onore del loro storico fondatore, Baltimore Rockets, Atlantic City Seagulls, New York Nationals) per far capire che gli Harlem in realtà non affrontavano sempre lo stesso avversario. Per ben sei volte però i Generals sono riusciti a battere gli Harlem, per l’ultima volta nel 1971, interrompendo una striscia di 2499 sconfitte consecutive, perché gli Harlem giochicchiando come al solito con i loro trucchi da circo, non si accorgono che a fine quarto periodo erano sotto di 12, e negli ultimi minuti iniziano a giocare per davvero, perdendo però di uno, a causa del canestro finale sbagliato da uno dei più grandi Globetrotters della storia, Meadowlark Lemon. La gente è indignata, i bambini piangono e l’arena è sommersa dai fischi, gli stessi Globetrotters si arrabbiano con i Generals in quanto non avevano il diritto di vincere. Per fortuna (…) quell’episodio resta unico… Forse sul personaggio di Lemon occorrerebbe soffermarsi un po’ dato che grazie alle sue oltre sedicimila gare in novantaquattro paesi in ventinove anni di militanza ai Globetrotters, esibendosi al cospetto di regnanti, Capi di Stato, celebrità… Si è meritato l’onore di entrare nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, di avere il suo leggendario #36 ritirato dai Globetrotters (unico insieme a Wilt Chamberlain, Marques Haynes e Goose Tatum dei quali avremo modo di parlare in seguito) e soprattutto di ricevere nel 2000 il preziosissimo John W. Bunn Lifetime Achievement Award, onoreficenza più alta della Naismith Hall of Fame, consegnata ogni anno come premio “alla carriera” per chi si è più distinto come contribuente nella disciplina cestistica (vi figurano nomi come Red Auerbach, Danny Biasone, Bob Cousy, Larry O’Brien, Tex Winter…).

Seattle Basketball

Gli Harlem Globetrotters, a parte questo breve intermezzo rappresentavano la perfezione dell’imbattibilità. Una squadra che vince contro le più forti e che vince anche scherzando. In realtà un “upset” clamoroso almeno quanto quello dei Generals, ma storicamente ben più importante avvenne a Seattle, il 21 Gennaio 1952, di lunedì.

Ma facciamo un breve salto negli anni precedenti. Seattle, come sappiamo, è una città fiera della propria autoctonia, e come tutte le città autoctone del mondo…ama il basket. Si gioca basket semi-professionistico con numerose squadre locali nella PCPBL (Pacific Coast Professional Basketball League), e la squadra di Seattle città si chiama Athletics il primo anno e Blue Devils il secondo. Purtroppo la lega non ha un futuro radioso, dato che gli Spokanes Orphans, dopo aver giocato 18 partite e averne perse 17 si ritirano, creando un pessimo effetto domino su squadre e campionato che però non intaccò la cultura cestistica locale. Il basket piace e negli anni 50, Seattle University diventò una delle maggiori attrazioni sportive della città. A Seattle University giocano I Goldust Twins, i gemelli O’Brian, John e Eddie.Il loro nome derivava dalla polvere d’oro importata dall’Alaska a Seattle durante il periodo della Corsa all’oro del Klondike. John è il primo giocatore della storia del basket a segnare 1000 punti in una stagione universitaria. Ma questo cosa c’entra con i Globetrotters e la pallacanestro nera? Tornando a quel 21 gennaio, l’università di Seattle sta raccogliendo dei fondi per mandare gli atleti di ogni sport alle Olimpiadi di Helsinki e quale modo migliore se non una partita dimostrativa contro la squadra più famosa del mondo. Si gioca a Washington perché il campo dell’università di Seattle è troppo piccolo. Lo stadio conta 12000 posti, tutti occupati. Nello spettacolo pre-gara suona… Louis Armstrong e la palla a due viene alzata dall’attrice Joan Caulfield. Dopo un po’ di problemi con la palla a due (nessuno dei due salta perché “impegnati a guardare Joan”), la partita si gioca e i Globetrotters sono guidati da Reece “Goose” Tatum, e Marquese Haynes di cui abbiamo già parlato per quanto riguarda le quattro maglie ritirate. I due sono stati in seguito anche fondatori di un’altra squadra di pallacanestro, gli Harlem Magicans, con i quali giocò anche il grande pugile Sugar Ray Robinson. Haynes veniva da un rifiuto di 35k dollari offertigli dai Philadelphia Warriors (per l’epoca un’enormità, tanto che sarebbe stato il secondo giocatore più pagato della ancora giovane NBA). Goose invece fu il primo Clown Prince della storia, giocatore altissimo per l’epoca (210 cm) e capace di toccarsi le ginocchia con le mani senza doversi chinare. A lui è attribuita l’invenzione dell’Hook Shot, di cui il sovracitato Lemon raccolse l’eredità, inventando gags riguardanti la sua capacità di segnare in gancio ripetutamente da centrocampo. Il movimento fu poi raffinato e portato ai massimi livelli in NBA da Kareem Abdul-Jabbar.La partita termina con un risultato scioccante: i Globetrotters perdono contro i gemelli 84-81 con trentasei di Johnny. La fama dell’Università di Seattle è alle stelle e la partita è super apprezzata dai fan, tanto che l’idea di far giocare sistematicamente i Globetrotters fu presa in considerazione. La telefonata di Staperspean a Red per fondare i Washington Generals avvenne proprio quel giorno. I gemelli furono chiamati a New York per giocare al Madison Squadre Garden contro NYU (New York University), e dopo un’ennesima spettacolare prestazione sembravano destinati ai Boston Celtics, ma stranamente la loro scelta fu… la MLB, Major League Baseball.

La cultura cestistica a Seattle, nonostante tutto, era al suo massimo e l’eredità dei gemelli verrà coltivata e fatta splendere da un ragazzo nero, proveniente da Washington D.C., in particolare dalla Spingarn High School, una delle cinque scuole in cui i neri avevano accesso. Quel ragazzo è figlio di un grande appassionato di basket e di orologi: Il signor Baylor, che chiamerà suo figlio Elgin, come la famosa casa di produzione di orologi statunitense. I risultati cestistici della scuola non sono ottimi e Baylor non troverà posto in nessun college a Washington e quindi sarà costretto a trasferirsi in Idhao, perché l’Albertston College era l’unico che gli aveva offerto una borsa di studio. Già, ma per il football… Dopo essersi rifiutato di giocare, però, Baylor volle a tutti i costi tenere un allenamento con la squadra di basket, che però era tecnicamente al completo. Poco da dire, convince e parte titolare per tutta la stagione: 31 e 19 rimbalzi di media. Un proprietario di una concessionaria di Seattle lo nota, lo mette su un Piper 4 posti e i due volano a Washington (ironia della sorte), ma nello Stato di Washington, quello ad Ovest, con capitale Olympia. Gioca una partita per la selezione AAU di Seattle (ironia della sorte lo allena uno dei gemelli) e poi passa a Seattle University. Le sue due stagioni saranno probabilmente le migliori della storia del basket collegiale. Baylor fu miglior rimbalzista e secondo miglior cannoniere dell’intera NCAA (dietro Oscar Robertson) a 31 punti e 20 rimbalzi di media. Leggenda narra che Baylor giocò con 39 di febbre una gara contro Portland segnando e 53, e due settimane dopo, prima del rematch, l’allenatore di SU aveva fatto appendere un cartello sulla porta degli spogliatoi degli ospiti con su scritto:

Se siete venuti a vedere Elgin giocare, dovete pagare il biglietto.

Ma la partita si gioca e per Baylor sono 60.Baylor aveva portato il gioco da playground della pallacanestro nera dell’Est nell’Ovest America, dove le segregazioni razziali erano ancora abbastanza attive e una cosa del genere, mai si era vista. Baylor aveva inventato l’hang time, ovvero la capacità di rimanere sospeso nell’aria e fare in quei secondi in volo letteralmente ciò che si vuole. Questa caratteristica verrà ereditata da Julius Erving, a proposito di Playgrounds dell’est.

Di ciò che Baylor farà in NBA ne siamo tutti a conoscenza, ma dopo di lui la cultura cestistica locale non accennò a diminuire.Nel 1967 a Seattle succedono tre cose che avrebbero per sempre cambiato il destino della NBA, se non dell’umanità. Bruce Lee arriva nello stato di Washington e inventa il suo Jeet Kune Do, Sam Schulman fonda i Seattle Supersonics e, negli studi di registrazione di Seattle, la Jimi Hendrix Experience registra “Are You Experienced”. Ancora una volta, come ad Harlem con i Rens, la musica e la pallacanestro sono i due cardini principali della black culture e a Seattle resteranno indissolubilmente legati.

Nel 1988, tre icone della Seattle dell’arte, Jeff Ament Stone Gossard e soprattutto il leggendario Andrew Wood fondarono i Mother Love Bone. Dopo la morte per overdose di eroina di Wood, però il gruppo si sciolse, ma poco dopo Gossard iniziò a suonare con un nuovo chitarrista, Mike McCready che dopo aver convinto Ament a tornare, con l’aiuto di Jack Irons, ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, si mise alla ricerca di un cantante per la band che sarebbe nata di lì a poco. Dopo delle registrazioni, Irons inviò il nastro a un benzinaio di San Diego, che nel giro di una settimana divenne il cantante della band. Quel benzinaio si chiamava Eddie Vadder. Ora serve un nome! Ament, grande appassionato di basket faceva la raccolta delle figurine dei giocatori NBA, e mentre pensavano a un nome si trovò nella tasca la miniatura di Mookie Baylock dei New Jersey Nets. Per una serie di problemi legati alla popolarità e agli interessi del nome, la band fu costretta a lasciare da parte la vecchia denominazione, ribattezzandosi come “Pearl Jam”, ma l’apprezzamento di Ament per Baylock era tale che il primo album della nuova band (forse il più bello) fosse un omaggio al cestista. Baylock vestiva la maglia #10 e l’album in suo onore fu chiamato “Ten“.

La National Basketball Association

E la NBA?

Per i suoi primi tre anni la neonata lega vide affrontarsi sui suoi parquet solo giocatori bianchi. L’anno della svolta fu il 1950 quando Earl Lloyd, Chuck Cooper, Nat “Sweetheart” Clifton e Hank DeZonie, quattro giocatori dalla pelle nera, esordirono quasi contemporaneamente in NBA.

Earl fu scelto al nono giro con la scelta #100 dagli Washington Capitals e scese in campo la notte di Halloween per giocare la sua prima partita da professionista. Questo fece di lui il primo giocatore nero a calcare un parquet NBA e concludendo la gara con sei punti a referto fu anche il primo giocatore nero a segnare un punto in NBA.Earl si avvicina al mondo del basket dimostrando grandi doti atletiche e negli anni del college si dimostra uno dei migliori difensori in circolazione. Questa caratteristica gli valse il soprannome di “The Big Cat”. Dopo una prima esperienza a Washington, gioca per sei stagioni nei Syracuse Nationals (i futuri Philadelphia 76ers).Il problema del razzismo a Washington non era molto sentito, e in generale non ebbe trattamenti poco ragguardevoli né dai compagni né dagli avversari ma, specialmente durante le trasferte, Lloyd era costretto a sopportare numerosi fischi da parte dei tifosi. Ci racconta lui stesso che un giorno durante una partita nell’Indiana un tifoso sputò sua sua testa mentre lui era seduto in panchina, ma parlando dell’episodio espose la sua filosofia secondo cui:

Se non ti insultano chiamandoti specificamente per nome, non stai facendo nulla. Se ti insultano chiamandoti per nome stai dando loro filo da torcere.

~Earl Lloyd

Lloyd concluse la sua decennale carriera ritirandosi nel 1961, dopo aver vinto anche un campionato NBA nel 1955 con i Syracuse Nationals. Nel 2003 venne eletto nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.

Nello stesso draft però, fu scelto un altro afroamericano ancor prima di Lloyd, con la dodicesima chiamata al secondo giro. Il suo nome è Charles Henry Cooper, detto “Chuck” allora un talentuoso 24enne, figlio di un postino e un’insegnante da Pittsburgh, Pennsylvania.Dopo una breve parentesi agli Harlem Globetrotters, Cooper viene scelto dai Boston Celtics dal proprietario Walter A. Brown, che rispose alle critiche provenienti dal resto della NBA per averlo draftato con un celebre

I don’t give a damn if he’s striped, plaid or polka dot. Boston takes Charles Cooper of Duquesne.

Cooper gioca 406 partite dal 1950 al 1956 senza prestazioni particolarmente entusiasmanti ma la sua importanza storica per la lega, nel 2019 gli consegna di diritto un posto nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.

Già però il 26 aprile dello stesso anno, Harold Hunter, coach dei New York Knicks, rimase piacevolmente sorpreso dal training camp di un altro giocatore Afroamericano, Nathaniel Clifton, detto Sweathart, che diventò il primo nero a firmare un contratto per la NBA. Clifton entrò in NBA a 27 anni e giocò anche una finale NBA nella sua stagione da debuttante, ma soprattutto fu selezionato nel 1957 per giocare l’All Star Game alla veneranda età di 34 anni diventando il primo giocatore nero ad essere selezionato ad una partita delle stelle e anche il più anziano della storia NBA. È stato introdotto nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame nel. 2014.Nello stesso anno entrò in NBA anche un altro giocatore Afroamericano, Hank DeZonie, che giocò con i Tri-Cities Blackhawks la sua prima partita NBA il 3 dicembre sempre del 1950. La carriera di DeZonie fu però più breve delle altre tre anche a causa dei dissapori e della discriminazione che lui ha dichiarato di subire da parte del coach. DeZonie lasciò la pallacanestro colmo di frustrazione rilasciando in seguito le seguenti dichiarazioni:

“The coach didn’t know basketball, and I couldn’t bother with segregation. They put me up with an old woman who chewed tobacco and the snow was up to the ceiling. I was past that”

È l’unico dei quattro pionieri a non far (ancora) parte della Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.

Il Martin Luther King Day

Certo, la NBA ha avuto tanto a che fare ancora con la lotta al razzismo, come lo sport e la società nera in generale. Bene o male qualsiasi appassionato di questo Gioco, come dello sport in generale, conosce le lotte razziali che uomini come Kareem Abdul-Jabbar hanno dovuto affrontare. Per la NBA, la data chiave è il 5 aprile 1968, si gioca gara 1 delle finali di Conference tra Boston e Philadelphia, ma soprattutto tra Bill Russell e Wilt Chamberlain, anche loro due simboli dello sport nero nel mondo (sui quali non ci soffermeremo in questo articolo per evitare di diventare ancor più prolissi, ma di cui avremo intenzione di parlare in altre occasioni), ma andiamo per ordine…Quali sono le prime cose che ci vengono in mente se parliamo di lotta al razzismo e sport? Facile: Muhammad ali e le Olimpiadi di Città del Messico del 1968, quando Smith e Carlos, primo e terzo classificati alla finale del 200 metri alzarono il pugno al cielo sul podio con barba lunga e sciarpa nera (simbolo dei linciaggi), scalzi (simbolo della povertà) e con un guanto nero in una mano e ramoscello d’ulivo nell’altra.

Ed era proprio alle Olimpiadi, quelle se possibile ancor più storiche per la storia culturale nera, quelle di Berlino 1936, quelle di Jessie Owens, quando l’allora ancora Michael King, che si trovava lì non solo per le Olimpiadi, ma piuttosto per una cerimonia religiosa, fu talmente folgorato dal personaggio di Martin Lutero che decise di prenderne il nome.

Un certo Willard, il 3 Aprile a Memphis chiede a tutti i costi una stanza in una piccola pensione che affacciava sul Lorraine Motel.

Pochi giorni prima era morto lì un sedicenne nero, Robert Payne e si era svolta una marcia (non andata bene) organizzata proprio da Martin Luther King Jr.

King torna a Memphis il 3 aprile e pernotta al Lorraine Motel, insieme a Ralph Abernathy, il suo compagno di sempre nelle lotte civili e a Jesse Jackson, ancora oggi un riferimento per la comunità afroamericana. Oltre a loro c’è un pianista e King gli chiede di suonare il suo pezzo gospel preferito: “Take my hand, Precious lord” di Mahalia Jackson. Alle 18:06 Willard spara dalla sua finestra con un fucile ad alta precisione e King è dichiarato morto. Il tale Willard si chiamava Earl Ray James e fu arrestato a Londra sotto passaporto falso e condannato a 99 anni.

Il 5 aprile al Boston Garden, James Brown organizza un concerto in onore di King per impedire sommosse cittadine per tutta America. Il 9 aprile , Mahalia Jackson ricanterà Take My Hand, Precious Lord. L’America si ferma, e il presidente Lyndon Johnson non sa come reagire alla notizia. Il baseball si ferma, ma in NBA ci sono i Playoffs, proprio quel Philadelphia-Boston. Bill e Wilt si sentono al telefono e nessuno dei due vuole giocare. Gli spettatori affluiscono al palazzetto e Wilt propone ai suoi di non giocare, ma viene seguito solo dal compagno Wail Jones, mentre Chet Walker si astiene. Gli altri vogliono giocare. Anche nello spogliatoio di Boston si vota per giocare e si gioca. 127-118, vincono i Celtics trascinati dai 35 di Havlicek. La parita dopo viene rinviata perché Wilt e Bill devono per forza andare al funerale di King. Si giocherà mercoledì gara 2 e la serie andrà avanti per 7 partite, con Wilt che nel quarto quarto dell’atto finale smette letteralmente di giocare e condanna i suoi alla vittoria dei Celtics.

Dopo la vittoria del repubblicano Regan alle presidenziali del 1980, gli USA decidono di istituite il Martin Luther King Day, ogni terzo lunedì di gennaio, perché vicino alla data del suo compleanno. In un’America molto repubblicana molti cercano di evitare la cosa spacciando quel giorno per La giornata dei diritti civili, ma l’America non ci sta e dal 1993 tutti gli Stati Americani chiudono gli uffici pubblici. La NBA però gioca, il pomeriggio, e onora Martin Luther King ogni anno con frasi stampate sulle magliette del pre gara per dimostrare che quello è si un giorno di festa, ma che ha alla base una lotta che è durata secoli e dura ancora molto. La scelta della NBA è stata analoga nel 2020, quando il Black Lives Matter è stato lo slogan principale dei Playoffs della bolla e la NBA ha deciso di giocare per lanciare il messaggio, salvo astenersi, come allora, il 26 agosto del 2020 dopo i sette colpi sparati a Jacob Blake dalla polizia Statunitense.

Perché per i giocatori NBA, sin dai tempi di Bill, non esiste lo SHUT UP AND DRIBBLE.

Black Lives Matter

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