Playoffs 2021: The Times They Are a-Changin’

Era il 1964 quando uscì The Times They Are a-Changin’. Pezzo immortale di Bob Dylan che divenne inno di una generazione ed accompagnò gli Usa – e tutto il mondo con loro – in anni che sono ad oggi ricordati come punto di svolta per i diritti civili che avranno il culmine nel Sessantotto. Sono passati più di 50 anni ed in Nba, non si può ancora sapere se in meglio od in peggio, sicuramente i tempi stanno cambiando. Gli equilibri della lega stanno cambiando in modo più rapido e netto e questa post-season ne è stata l’esempio, la vittoria dei Bucks di Giannis potrebbe sancire la prima grossa discontinuità dopo i primi due decenni del nuovo millennio, dominati in buona parte da dinastie come i Lakers del compianto Kobe, gli immortali Spurs di Popovich, il super team creato da Golden State e tutte le franchigie toccate dal Re (Mida) LeBron James. Inoltre una generazione di nuovi talenti sta iniziando a mostrare il suo valore, dopo che molti giocatori sono passati in secondo piano negli ultimi lustri, grazie anche alla longevità delle stelle entrate nella lega nel decennio 2000-2010. Questi playoffs hanno dato dei segnali di svolta, sia di grande che minore rilevanza.

Il trono vuoto

Ci sono quegli sportivi la cui carriera non sembra – e non vogliamo – che finisca mai, probabilmente perché sono stati talmente forti ed abbiamo impressa un immagine di loro che non può venire intaccata dal tempo, anche perché quell’immagine in molti casi è risultato di lustri se non decenni di onnipotenza. Ovviamente mi sto riferendo al giocatore di basket più importante degli ultimi 20 anni: LeBron Raymone James Sr. Che dopo aver aggiunto il quarto anello alla propria collezione nel 2020, arrivava coi suoi Lakers a questi playoffs da favorito a detta di molti. Ebbene, nella notte del 4 Giugno la sconfitta al primo turno in gara 6 contro i Phoenix Suns ha decretato la fine delle speranze di titolo per LeBron, interrompendo la sua striscia di secondi turni che durava da 14 anni. I motivi che hanno portato a questo esito sono molteplici e non riguardano solo il nativo di Akron, tuttavia colpiscono le immagini viste nei finali delle ultime due gare, in cui il linguaggio del corpo di LeBron sembra trasmettere rassegnazione: uno stato d’animo che non siamo abituati ad associare a chi come lui ha portato a termine imprese eroiche come il titolo del 2016. Allo stesso tempo viene naturale che se proprio lui si rassegna, probabilmente non c’era molto altro da fare, l’infortunio che ha colpito Anthony Davis in gara 4 è stato senza dubbio una piaga che ha colpito profondamente la stagione dei Lakers. Questa con ogni probabilità non è la fine della carriera del “chosen one”, ma il tempo scorre inesorabile per tutti e si può azzardare pensare che l’anno scorso possa divenire il canto del cigno di Bron.

La fine degli imperi

Anche alcune delle squadre che prima sono state citate come dominatrici degli ultimi decenni fanno parte del cambiamento che sta prendendo luogo. Sto parlando di Golden State Warriors, San Antonio Spurs ed anche gli Houston Rockets, anche se le prime due hanno effettivamente vinto ed i Rockets no, tutte e 3 le franchigie sono state presenza fissa ai playoffs, con run più o meno profonde negli ultimi anni. Addirittura per gli Spurs si parla di striscia dal 1997 al 2019, infatti questo è il secondo anno di fila in cui i texani non partecipano ai playoffs: che sia propizio ad un cambio di allenatore? Popovich ha vinto tutto, è una vera e propria istituzione ma il vento del cambiamento prima o poi soffierà anche a San Antonio. Per gli Warriors il grande rimpianto è la seconda annata di fila saltata per infortunio da Klay Thompson, questo li porta a perdere nuovamente i playoffs nell’anno successivo al doppio infortunio delle stelle, nel quale si poteva immaginare un ritorno in grande stile. Per Houston invece la causa è abbastanza ovvia, la partenza di Harden e la conseguente scelta di smembramento della squadra hanno portato all’inizio del rebuilding ed al piazzamento in ultima posizione della western conference. Altre assenze “minori” sono quelle di Pacers e Thunder, i primi erano ormai da anni in una specie di limbo del primo turno e quest’anno con l’introduzione dei play-in non hanno partecipato ai playoffs, mentre Oklahoma City che dopo l’era Westbrook era inaspettatamente arrivata quinta grazie a Chris Paul ha affrontato l’inizio del rebuilding piazzandosi appena sopra i Rockets. Anche al di fuori dei playoffs ci sono sempre più squadre giovani che potrebbero sbocciare da un momento all’altro, in generale siamo in un momento storico davvero bello della lega: la quantità di talento è alta e diffusa abbastanza equamente.

Once a Celtic, always a Celtic

Questa frase può di fatto essere applicata a qualsiasi squadra della lega, tuttavia Daniel Ray Ainge è la personificazione di essa, è un Celtic nel bene e nel male, e lo sarà sempre. Ex guardia che a Boston ha giocato e vinto due titoli, a fine carriera diventa prima allenatore a Phoenix e poi nel 2003 General Manager dei Celtics – anche in questa veste vince un titolo, nel 2008 – fino a pochi giorni fa, quando ha deciso di lasciare il suo posto a favore del coach dei Celtics Brad Stevens. Il cambiamento in questa post-season non è solo in campo ma anche fuori, infatti la decisione di Ainge di ritirarsi dopo 18 anni ha colto tutti impreparati, sia perché i Celtics non sono una franchigia nota per l’imprevedibilità, sia perché non è comune vedere un coach passare ad un ruolo manageriale (anche se Danny ha fatto lo stesso percorso). Il bilancio di Ainge ha a suo favore il titolo 2008 che avviene dopo un periodo buio della squadra del New England ed una gestione non perfetta dopo la trade di Garnett e Pierce a Brooklyn (che ha di fatto ottenuto in cambio Tatum e Brown), soprattutto negli ultimi 2 anni. Ainge all’età di 62 anni – e dopo 2 infarti negli ultimi 10 – potrebbe prendersi un po’ di meritato riposo, probabilmente ha capito che non era più il suo tempo e che per il bene suo e della squadra ha deciso di fare spazio al cambiamento. La prima mossa del neo GM è stata scambiare Kemba Walker e la sedicesima pick del Draft 2021 ad Oklahoma City per Al Horford e Moses Brown, una scelta sicuramente discutibile e difficile da valutare a priori, in quanto i due protagonisti della trade dovranno togliere dubbi nella prossima stagione, non tanto a livello tecnico quanto fisico: Kemba ha una storia di infortuni terribile che pesa sempre di più ed Horford ha giocato le ultime due stagioni semi parcheggiato. Il messaggio che si può cogliere è anche una discontinuità con Ainge, infatti per quanto sembri una trade marginale è comunque una mossa inaspettata ed in un certo margine rischiosa, aggettivi che non eravamo soliti – per valide ragioni – associare a Danny.

2018 Rookies Rising

Appena 3 anni fa a Brooklyn venivano selezionati con le scelte 1,3 e 5: DeAndre Ayton, Luka Doncic e Trae Young. Oggi sono stati – in modi diversi – protagonisti di questi playoffs, l’ex prima scelta da Arizona dopo due anni di ambientamento in cui è stata fatta pesare l’ombra di Doncic due scelte dopo, sembra aver trovato la sua dimensione da terzo violino (a completare il dinamico duo Paul-Booker) in quel di Phoenix: nei suoi primi playoffs ha girato a 16 punti e 12 rimbalzi, abbinandoci un impatto difensivo fondamentale per i Suns. Sicuramente nelle ultime gare delle Finals si è vista la mancanza di esperienza in situazioni del genere – sia sua sia di Booker – ed in alcuni momenti sembrava di rivedere il DeAndre timoroso dei primi tempi, tuttavia le basi per diventare una seconda o terza scelta di una squadra da titolo ci sono tutti, il limite è il cielo per questo ragazzone di Nassau. Mini menzione per la pick numero 10 allo stesso Draft che ha giocato al fianco di Ayton ricoprendo un ruolo fondamentale: Mikal Bridges. Gli altri due invece ricoprono ruoli centrali rispettivamente per Mavericks e Hawks, franchigie che non sono habitué ai playoffs negli ultimi anni ma grazie a questi due ragazzi potrebbero avere un roseo futuro. Nonostante l’uscita in gara 7 contro i Clippers, Doncic ha fornito prestazioni di livello e maturità assolute per un ’99, alcune cifre crude: 35.7 punti, 10 assist e 8 rimbalzi (l’unica altra serie playoff con almeno 35 punti e 10 assist di media nella storia appartiene a Westbrook nel 2017), con il 40.8% su 11 triple tentate a partita. A parte le statistiche il nazionale Sloveno colpisce anche visivamente, oltre alla solita dominanza in penetrazione (cambi di direzione e velocità senza batter ciglio) ed agli scarichi perfetti in questa serie ha segnato consistentemente anche la tripla in step-back, inutile dire che non è possibile limitarlo in queste condizioni. La prestazione fornita in gara 7 è di Iversoniana memoria, ovviamente con maggiore efficienza: 46 punti e 14 assist con il 66% di True Shooting, ha prodotto (segnato o assistito) 77 punti sui 111 della sua squadra. Gli Hawks hanno prima archiviato la pratica Knicks in 5 partite, Trae Young ai suoi primi playoffs si è già inimicato il Madison Square Garden stabilendo qualche genere di record, poi superato Philadelphia in 7 gare sbigottendo tutti e si sono fermati contro la squadra che poi avrebbe vinto il titolo, ovvero Milwaukee. L’11 di Atlanta ha dimostrato di non essere solo fumo, alla sua prima run ha prodotto in media 29 punti e quasi 10 assist di media con 7.3 liberi tentati, purtroppo un infortunio lo ha strappato alla serie contro i Bucks per 2 gare ma la prestazione da 48 punti in G1 è un messaggio chiaro al resto della lega: Trae ha battuto un colpo. Altre due mini menzioni con tema Draft 2018, sempre per Atlanta uno dei giocatori che più ha impressionato è stato scelto alla 19 del suddetto, Kevin Huerter ha fatto vedere lampi di quel che potrà essere e nel marasma degli Hawks di sicuro ha salito un paio di scalini su altri giovani. Un ultima menzione – che è più un rimpianto – va a Donte Di Vincenzo, la scelta numero 17 ha infatti abbandonato la squadra in seguito ad un infortunio rimediato in gara 3 del primo turno dopo una regular di altissimo livello che lo aveva consacrato a titolare della franchigia del midwest.

Back in black

A volte per andare avanti bisogna fare un paio di passi indietro, quei due passi hanno il nome rispettivamente di Kevin e Paul. Due redivivi che per motivi diversi ci hanno fatto ricordare la loro grandezza in questa post-season, alcune cose stanno cambiando ma forse torneranno ad uno stato precedente. Paul George termina la sua seconda stagione ai Los Angeles Clippers con un’altra uscita prematura ai Playoffs, tuttavia la storia che si è sviluppata è diametralmente opposta a quella scaturita dagli scorsi Playoffs, dove in modo ingeneroso al 7 volte All Stars era stato affibbiato il soprannome Pandemic P, figlio più di narrativa che di effettivo rendimento. In un certo senso PG13 è stato reso capro espiatorio del fallimento Clips degli scorsi PO, nato da molti più fattori in realtà, ad esempio una pessima gestione di Doc Rivers, al contrario questi Playoffs hanno mostrato incontrovertibilmente che George è ancora un giocatore che sposta gli equilibri nella lega. Dall’infortunio di Kawhi Leonard in gara 4 contro Utah ha preso le redini della squadra senza mostrare tentennamento e con una streak di 2 vittorie (partita da 45 punti inclusa nel prezzo) ha assicurato le finali di Conference per i Clippers, scrivendo la storia della franchigia che non vi era mai approdata. Per poi uscire in 6 gare contro i Suns, con una delle due vittorie fregiata da un’altra prestazione commovente da 41 punti, sicuramente senza the Klaw il cammino dei Clips è stato compromesso, tuttavia questi forti segnali di PG fanno capire che – se come si pensa avverra il rinnovo di Leonard – anche per il prossimo anno i cugini dei Lakers saranno una delle squadre da battere ai Playoffs.

Un ritorno in nero Nets per Kevin Durant, dopo due anni di assenza, periodo di lutto per gli amanti del basket e dell’estetica, torna sui parquet il cestista più pericoloso del mondo. La squadra più attesa dei Playoffs 2021 è uscita al secondo turno contro i Bucks – anche se vanno segnalate le mancanze di un big 3 e mezzo – ma l’entrare in questa linea temporale ha permesso a noi spettatori di godere di un KD formato Scott Pilgrim: “solo” contro il mondo. Ironicamente il destino ha lasciato il prodotto di Texas – additato come “snake” e capace solo di unirsi ad altri per vincere – privo di Kyrie e con un Harden che ha giocato solo 3 partite delle semifinali ed a mezzo servizio. Tuttavia Durant non ha mostrato alcun segno di rassegnazione, anzi ha accolto silenziosamente il suo nuovo ruolo nella serie contro i Bucks, ha mostrato al mondo cosa si può fare anche dopo un tendine d’achille saltato: decisamente qualcosa di alieno, che ancora dopo 13 anni di militanza non può non incantare gli amanti del gioco.

Nella serie contro i Bucks – dove lo Slim Reaper ha girato a 35 di media con il 59 di true shooting – sono state partorite due prestazioni da poco meno di 50 punti che rimarranno nella storia, quantomeno quella recente: la prima in G5, forse più scenica, in quanto porta una W ai Nets e segna 20 punti in ultimo quarto offensivamente onnipotente. Rimane più al buio – ma nemmeno troppo – la prestazione di G7 che pur essendo una gioia per gli occhi, è un paio di numeri di scarpa lontana dalle finali di conference.

Il periodo di cambiamento porterà in alto molti giovani che ormai sono pronti a spiccare il volo ma allo stesso tempo la “vecchia” generazione non ha ancora mollato la presa, per noi amanti del gioco si prospettano anni di grande competitività e spettacolo.

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