La storia del basket in foto. Parte 8

Il 2003 è un anno speciale per l’NBA: Michael Jordan si ritira dal basket per l’ultima volta dopo aver passato due stagioni ai Washington Wizards. In quell’anno giocò anche il suo ultimo, storico All Star Game, che fu visto definitivamente come un passaggio di testimone.

La torca di MJ passava infatti a Kobe Bryant, un giocatore che considerava la pallacanestro la sua intera vita. Un uomo ossessionato dalla perfezione, e la perfezione a cui aspirare, si chiamava ovviamente Michael Jeffrey Jordan. Con Bryant la creatività nei vari modi di fare canestro ha raggiunto il proprio apice, e il giocatore dei Lakers fu l’icona di una nuova, grandissima generazione di Scoring guards, che fece letteralmente impazzire i fan da tutto il mondo. Tra essi figuravano anche Tracy McGrady, Vince Carter, Allen Iverson, Gilbert Arenas e tantissimi altri.

Bryant era uno dei più grandi studiosi del Gioco, e conosceva perfettamente come sfruttare ogni singola situazione che la difesa gli concedesse per sfruttarla a proprio vantaggio. Arriva a Los Angeles nel 1996 e la prima cosa che tutti notano è una capacità di galleggiare in aria scioccante, verrebbe da dire Jordanesca.

Ogni mia schiacciata è un messaggio per tutti i difensori che vogliono frapporsi tra me e il canestro

~ Kobe Bryant

Con il tempo il bagaglio offensivo di Kobe si ampliò e nei suoi primi anni a Los Angeles con il giocatore più dominante al mondo Shaquille O’Neal, e il super blasonato coach Phil Jackson, fondò la dinastia più dominante di inizio millennio. Dopo 3 titoli di fila, però i Lakers caddero proprio nel 2003 per mano dei San Antonio Spurs di Tim Duncan e di coach Gregg Popovich, poi campioni NBA con il successo sui New Jersey Nets.

Nonostante si fosse a lungo ripetuto che dal ritiro di Michael Jordan la lega non sarebbe più stata la stessa, l’NBA è piena di superstar, e ognuna punta ad accrescere la propria legacy e ad affermarsi come nuovo miglior giocatore del pianeta nell’era post Michael Jordan. Dai già citati Shaquille O’Neal e Kobe Bryant a Tim Duncan, che guiderà gli Spurs a 5 titoli in 3 decadi diverse, dai grandi playmaker come Jason Kidd, ad una nuova generazione di lunghi, capaci di mettere palla per terra, tirare da fuori, passare la palla e comunque dominare il pitturato, come il rivoluzionario Kevin Garnett. La rivoluzione avvenne già nel 1995, quando Garnett diventò il primo giocatore in 20 anni a saltare il college e passare direttamente dall’High School alla NBA. E quella NBA mostra decisamente di meritarla. A 19 anni, un 2.11 così capace di giocare in così tante maniere non si era mai visto. Garnett si impone subito come il giocatore più versatile della NBA.

Raggiunge il suo apice nel 2004, quando vince il titolo di MVP, dopo essere finito per due anni al secondo posto dietro il solito Tim Duncan.

La NBA è quanto mai globale, e anche fuori dal territorio Statunitense arriva in NBA chi è pronto a lasciare il proprio segno e dominare; tra questi c’è un ragazzo nato in Sudafrica, ma cresciuto in Canada, figlio di immigrati inglesi e fisicamente piuttosto gracile. Il ragazzo si approccia alla pallacanestro molto tardi, tocca il suo primo pallone a 13 anni, non essendoci in famiglia una cultura per uno sport che non fosse inglese. Questo ragazzo è Steven John Nash, che nonostante venga preso da una passione folgorante per la pallacanestro in adolescenza, continuerà a coltivare la passione per il calcio anche in età adulta. Nash dopo la fine del liceo si iscrive all’unico college che gli offrì una borsa di studio, Santa Clara. Per lui l’NBA sembra davvero molto lontana, ma dopo 4 anni di college ad altissimo livello, il canadese sbarca in NBA, venendo selezionato nello stesso Draft di Kobe Bryant, il 1996, alla quarta scelta assoluta, dai Phoenix Suns.

Da ancora più lontano, precisamente da Wurstburg in Germania, viene un suo futuro compagno di squadra, Dirk Nowitzki, anche lui con un approccio alla pallacanestro piuttosto tardivo.

Avevo 16 anni e non sapevo nemmeno tirare, ero solo alto e non sapevo fare alcun movimento, però mi piaceva quel gioco, mi ci appassionai.

~ Dirk Nowitzki

Un giorno viene notato da Holger Geschwindner, ex cestista tedesco, che decise di far lavorare personalmente il ragazzo apparentemente senza talento, trasformandolo in un diamante tutt’altro che grezzo che dominava ogni campo da basket in Germania. Dirk viene notato dai Dallas Mavericks, e sbarca in NBA nel 1998. L’inizio non è affatto semplice, ma lo skillset unico di Nowitzki fa capire al mondo che il tedesco è un talento da preservare. Dirk arriva a Dallas proprio insieme a Steve Nash e i due sviluppano subito in grande legame. Nash e Dirk diventano All Star e trasformano gli scadenti Mavericks dal vincere 20 partite l’anno al vincerne 60, con annessa una finale di Western Conference. I Mavs però lasciano libero Nash poco dopo, e il Canadese torna in Arizona, dove prenderà in mano i Suns che lo avevano selezionato al Draft e vincerà con loro due MVP NBA consecutivi, nel 2005 e nel 2006, entrando per ben 4 volte nel club 50-40-90, un dato impressionante, ma forse lo è ancora di più quello del suo amico Nowitzki, che riesce ad entrarci nonostante i 2.13 di altezza. Anche lui vincerà un MVP NBA, precisamente l’anno seguente.

Dallas e Phoenix si incontreranno ai playoffs proprio in quei due anni, nel 2006, con vittoria dei Mavs e nel 2005 con la vittoria dei Suns, poi sconfitti in finale da un altro team multinazionale, i San Antonio Spurs del già citato Duncan, dell’Argentino di Bahia Blanca Manu Ginobili, e del francese Tony Parker.

A proposito di lega globale non si può non citare il Cinese Yao Ming, un gigante di 229 cm con movenze inimmaginabili per un giocatore di quella stazza, prima scelta assoluta al draft 2002 e pioniere della pallacanestro in Asia.

Ma torniamo a quel 2003, precisamente al 26 Giugno. Siamo al Madison Square Garden e la storia della pallacanestro sta per cambiare per sempre. È la notte del Draft, e un ragazzone di appena 18 anni si presenta alla cerimonia vestito di bianco. Quel ragazzo ha dietro la schiena un tatuaggio, con la scritta “The Chosen 1″, “Il Prescelto”, come recitava la prima pagina di Sporst Illustrated di pochi mesi prima, con non a caso, lui in copertina. Possibile che un ragazzo non ancora professionista facesse tanto scalpore? E soprattutto che anche lui avesse una tale considerazione di sé stesso? La presunzione in NBA paga. Ma non era presunzione, bensì consapevolezza dei propri mezzi. Quel ragazzo era LeBron Raymone James.

La sua mentalità era differente da qualsiasi altro uomo sul pianeta, lo si capisce da subito.

James ha vissuto un’infanzia tutt’altro che facile: nato a Akron, Ohio, e cresciuto da solo con la madre Gloria, senza aver mai conosciuto suo padre, figura ancora oggi ignota; la situazione economica, come facilmente prevedibile, era poco prospera, ma nonostante tutto, Lebron poco più di un mese prima del Draft aveva rifiutato un contratto da 28 milioni di dollari propostogli dalla Reebok, poiché sapeva che ci sarebbe stato sempre un offerente pronto a dargli di più. L’immensa intelligenza e fiducia in sé stesso di James, ha ovviamente pagato, basti pensare che la Nike poco dopo gli offrì un contratto a vita dal valore di un miliardo di dollari.

Si nota già da subito, Lebron è diverso.

Anche lui, come Garnett e Kobe, salta il college, ed entra in NBA direttamente dall’High School. Le partite di High School di Lebron James a Saint Vincent Saint Mary, però, sono già andate più volte in TV nazionale, e il motivo è proprio la curiosità di veder giocare il giovane Prescelto.

Non serve neanche dirlo, James è la prima scelta assoluta del Draft 2003, e a fine anno fu eletto Rookie of the Year.

Già dai suoi primi anni, James è dotato di un fisico impressionante anche per gli standard NBA, di un atletismo forse mai visto e di una capacità di evolvere il proprio gioco nel tempo sicuramente mai vista. Per quanto lunga e dominante sia la carriera di LeBron, arrivato oggi alla 18esima stagione, prima di veder alzato il suo primo anello NBA dovrannl passare ben 9 anni. Si perché King James è chiamato a risollevare le sorti di una franchigia, i Cavaliers, che non ha mai nemmeno sfiorato le Finals negli anni antecedenti al suo arrivo. James porta Cleveland ai Playoffs nel 2006 per la prima volta dopo 8 anni, ma cede in 7 gare al secondo turno contro i Detroit Pistons, la squadra in assoluto più dominante della Eastern Conference nei 2 anni precedenti, incluso un titolo NBA, vinto nel 2004 contro gli apparentemente imbattibili Lakers.

In quello stesso 2006 però, i Pistons non riuscirono a vincere la Eastern Conference, perché furono fermati da una squadra guidata da un’altra stella di quel Draft 2003, la quinta scelta Dwyane Wade, che con Shaquille O’Neal, ormai non più dei Lakers, formava ai Miami Heat il Dynamic duo più divertente della lega. Gli Heat erano stati anche loro eliminati dai Pistons l’anno prima, e dopo essersi presi una rivincita enorme riuscirono anche a vincere il titolo NBA contro quella Dallas di Dirk Nowitzki.

Wade fu proclamato MVP delle Finals, e James non voleva essere da meno.

L’anno dopo i Cavs guadagnarono di nuovo l’accesso ai playoffs, e come da copione trovarono ancora una volta i Pistons. James questa volta fu letteralmente leggendario, e caricandosi i Cavs sulle sue gigantesche spalle superò i Pistons e approdò alle Finals NBA. I Cavs però furono letteralmente demoliti, perdendo 4-0 nelle Finals contro i soliti San Antonio Spurs, al loro quarto titolo NBA in otto anni.

James dominò le tre Regular Season successive, giocando a livelli letteralmente inumani e fu eletto MVP NBA nel 2009 e nel 2010. I Cavs però fallirono l’accesso alle finals per tutti e tre gli anni, venendo eliminati in ogni stagione dalla futura campionessa della Eastern Conference, i Boston Celtics nel 2008, poi campioni NBA, un superteam che ruotava attorno al capitano dei Celtics Paul Pierce, MVP delle finals quell’anno, e a due nuovi formidabili acquisti come Ray Allen, miglior tiratore della lega, e il già citato Kevin Garnett, gli Orlando Magic di Dwight Howard nel 2009, e di nuovo i Celtics nel 2010.

Queste due squadre, come detto, vinsero la Eastern Conference dal 2008 al 2010 e in finale si scontrarono contro i Lakers di Kobe Bryant, che persero contro i Big 3 dei Celtics nel 2008, vinsero contro i Magic nel 2009, e si presero la loro rivincita nel 2010 in un superclassico Lakers-Celtics durato 7 gare. Una serie for the Ages. Bryant fu eletto miglior giocatore di entrambe le finals vinte.

Nel frattempo le franchigie, come spesso successo nella storia della lega americana, non restano immobili ed immutate ma tendono a cambiare veste e luogo: nel 2008 i Seattle SuperSonics del giovane Kevin Durant si muovo ad Oklahoma City, diventando i Thunder. Seguono i New Jersey Nets che si spostano a Brooklyn e, dalla stagione 2012-13 i New Orleans Hornets diventano Pelicans, permettendo così agli Charlotte Bobcats di tornare all’originale Charlotte Hornets. David Stern intanto continua la sua apertura alle novità e l’11 ottobre 2008 si gioca all’Indian Wells Tennis Garden in California, tra Phoenix Suns e Denver Nuggets, la prima e finora unica partita outdoor mai giocata nella storia NBA. Sempre Stern inoltre, prima di passare il testimone ad Adam Silver, inaugura la tradizione di giocare delle partite durante la stagione all’estero, spesso oltreoceano in Europa (Londra tra tutte), più tardi anche in Messico.

L’estate del 2010 fu una delle più calde di sempre. I rumors sull’addio di LeBron James a Cleveland si facevano sempre più insistenti. Un tifoso dei Detroit Pistons proveniente da Columbus, capitale dell’Ohio, tale Drew Wagner, inviò una e-mail a ESPN proponendo di creare uno Show televisivo di una puntata interamente dedicato alla comunicazione della scelta della nuova squadra di LeBron James. Quella trasmissione si fece, l’8 luglio 2010, e venne denominata “The Decision”

In this fall I’m going to take my talent to South Beach and join the Miami Heat.

~Lebron James

Il programma fu letteralmente seguito da mezzo mondo e la scelta di Lebron lasciò scioccato l’intero panorama sportivo globale. I tifosi dei Cavs reagirono in maniera tutt’altro che pacata all’abbandono di James, bruciando le sue magliette e condannandolo ad una damnatio memoriae che sarebbe però durata ben poco. James raggiunse così l’amico fraterno Dwyane Wade, compagno di Draft, e suo migliore amico (insieme a Chris Paul e Carmelo Anthony, altra superstar proveniente dal Draft 2003).

Quella classe Draft ha davvero prodotto un innumerevole quantità di talento, e tra questi, la quarta scelta assoluta, Chris Bosh, superstar dei Toronto Raptors, anch’egli pronto a dire addio al suo vecchio team per unirsi a Lebron e Wade e formare un trio che potesse finalmente fronteggiare gli ormai “anziani” Allen, Pierce e Garnett.

Miami attirò subito grande disprezzo da parte dei fan, che non accettarono che dei giocatori con un tale talento si fossero accordati per formare una super squadra che, sulla carta, poteva solo vincere, ma si sa, “it’s a men’s game“.

Alla conferenza stampa di presentazione del nuovo trio, quando fu posta a James la domanda “Quanti titoli vuoi vincere qui a Miami?”, in un misto di orgoglio e gioia il nuovo arrivato rispose:

Not one, not two, not three, not four, not five, not six…

La spocchia di Miami fece sempre più storcere il naso ai tifosi, ma Miami a Est vinceva, vinceva e vinceva. Gli Heat raggiunsero le Finals nel 2011, dopo aver eliminato sia i Celtics che i Bulls dell’mvp in carica Derrick Rose, ma forse proprio l’estrema sicurezza di vincere li condannò in finale, facendoli uscire sconfitti per mano degli attempati Dallas Mavericks, guidati ancora dallo storico Nowitzki, e autori di un’altrettanto storica run da playoffs che prima di Miami aveva visto il superamento dei campioni in carica, i Lakers di Bryant, e dei Big 3 di Oklahoma City, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. La sconfitta degli Heat fu condannata mediaticamente come uno dei più clamorosi flop sportivi della storia, mentre Dallas fu esaltata come paladina della competitività, vincitrice contro i “cattivi” della NBA. Miami si era attirata l’odio e lo scherno di gran parte dei fan della lega e la figura di Lebron James era pesantemente assalita da critiche, vista la pessima prestazione nelle Finals appena trascorse.

Intanto il 1° luglio 2011 scadde il contratto collettivo che regolava i rapporti tra giocatori e franchigie e la mancanza di un accordo tra le parti fu la causa di un blocco imposto dai proprietari delle franchigie all’inizio della stagione NBA. Il blocco cessò solo l’8 dicembre 2011. La stagione cominciò molto in ritardo, il Giorno di Natale per la precisione, con partite, come di consueto, spettacolari. Miami si promise di tornare più forte di prima e nel 2012, sul punto di essere nuovamente sconfitta dagli acerrimi rivali, i Big 3 di Boston, James sfoderò una prestazione for the ages da 45 punti, 15 rimbalzi e 5 assist e Miami forzò gara 7 per poi vincere. In finale gli Heat superarono in 5 partite i sovracitati Thunder e James vinse così il suo primo titolo, venendo eletto MVP delle Finals NBA.

È il primo tassello della immensa legacy che James costruirà (e continua a costruire) intorno a sé.

L’anno dopo gli Heat sfidarono in finale un altro acerrimo avversario di James e non solo: i San Antonio Spurs, dominatori assoluti della NBA dei precedenti 15 anni e mai usciti sconfitti da una serie finale. Miami uscì vincitrice da 7 leggendarie partite, anche (o soprattutto) grazie al prodigio di Ray Allen, ora passato dalla parte di Miami, in gara 6, una tripla sensa senso che condannò gli Spurs ai supplementari quando sulla panchina i festeggiamenti per il titolo sembravano già avviati. James fu eletto il miglior giocatore delle finals per il secondo anno consecutivo, dopo aver vinto anche il suo secondo MVP della regular season consecutivo, il quarto in cinque anni.

Gli Heat e gli Spurs si ritrovarono l’anno successivo in Finale, questa volta con sorti opposte. La dinastia di Popovich continuava a brillare per un ultima volta, ben 15 anni dopo il primo successo, e James, che abbandonava il campo questa volta da sconfitto, venne inquadrato dalle telecamere mentre camminava a testa bassa fino agli spogliatoi. Qui il mondo capì che ormai un ciclo era giunto al termine e che l’estate successiva avrebbe segnato le storti della lega almeno quanto quella del 2010.

James aveva concluso il suo contratto con gli Heat e la sua permanenza in Florida era ormai data per conclusa.

I’m coming home

Con questo annuncio James lascia Miami e torna nella sua Cleveland, formando una nuova super squadra e un nuovo super trio composto inoltre da Kyrie Irving, Rookie of the Year 2012 e superstar in the making e Kevin Love, ormai ex bandiera dei Timberwolves. Il ritorno del Re fu accolto con grande calore dai tifosi di Cleveland, che di colpo rimossero tutto l’odio che James si era attirato su in quel famoso 2010.

Intanto ad ovest non si sta a guardare quello che fa il Re, e si costruiscono squadre vogliose di diventare dinastie, con giocatori intenzionati a strappare la corona al nativo di Akron, ormai 31enne: i Thunder, forti del duo Durant-Westbrook da una parte e i Golden State Warriors di Stephen Curry, Klay Thompson e Draymond Green dall’altra; con in mezzo i soliti San Antonio Spurs leggermente rinnovati e gli Houston Rockets, che avevano trovato in James Harden, ormai via da OKC, una superstar di livello assoluto su cui costruire una dinastia.

I Warriors in particolare sono la squadra che più di tutte ha segnato il decennio appena trascorso. Stephen Curry ha vinto il titolo di Miglior giocatore della lega per due anni consecutivi, nel 2015 e nel 2016, e nella sua seconda stagione da MVP fu eletto miglior giocatore all’unanimità, riscrivendo record su record. Nel 2015 va in scena il primo atto di quella che sarà la serie di Finals più giocata consecutivamente tra le stesse squadre: per ben 4 volte di fila infatti vedremo il superteam dei GSW affrontare i Cavs di James. Questi anni sono stati un costante scontro tra la squadra più forte e il giocatore più forte.

I Warriors vinsero il primo episodio della sfida quadriennale, battendo dei Cavs decimati in 6 gare nonostante un eroico Lebron James e portando a San Francisco il primo titolo NBA dal 1975. La stagione 2015-16 è forse una delle più avvincenti ed emozionante di tutta la storia nba: dopo 20 anni di onorata carriera, il leggendario Kobe Bryant decide di ritirarsi dal basket giocato e lo fa a modo suo, in grande stile, mettendo 60 punti a referto nell’ultimo match da lui giocato contro gli Utah Jazz. Inoltre i Golden State Warriors, grazie alla vittoria sui Memphis Grizzlies nell’ultima giornata di campionato, registrano il nuovo record di vittorie di squadra in una singola stagione: 73 vittorie e solo 9 sconfitte. Ai playoff assistiamo a 2 clamorose rimonte: la prima nelle finali di western conference quando gli OKC Thunder perdono nonostante un vantaggio di 3 vittorie a 1 contro i Warriors dei record, apparentemente per la prima volta in seria difficoltà; la seconda nelle Finals quando i Cavs ribaltano sempre da 3-1 proprio i Golden State Warriors, riuscendo così a portare il primo titolo della loro storia in Ohio.

Cleveland compie un’impresa eroica, nessuno aveva mai ribaltato uno svantaggio di 3-1 nelle NBA Finals, e i Big 3 performano al loro meglio. Lebron James è ancora una volta eletto MVP delle Finals e la sua legacy è ora alle stelle.

L’estate successiva però, Kevin Durant diventa Free Agent, ovvero ha la facoltà di firmare con chi vuole il proprio nuovo contratto, e dopo lunghi corteggiamenti da parte di numerose squadre, lo fa clamorosamente per quei Warriors che pochi mesi prima l’avevano battuto nella post-season. Kd diventerà probabilmente il giocatore più odiato dell’intera lega, ma da questa mossa nascerà forse la squadra più forte mai vista su un campo da basket. Per due volte in questo ciclo Kevin Durant verrà eletto MVP delle Finals NBA (2017 e 2018)

I Warriors con KD dominarono in lungo e in largo e furono sconfitti solo da gravi infortuni che compromisero la serie di finale del 2019 contro i Toronto Raptors, guidati da uno straordinario Kawhi Leonard, già mvp delle finals 2014 quando giocava per gli Spurs. Il team di Toronto diventò così la prima squadra non statunitense a vincere un titolo NBA.

L’estate del 2020 è una delle più pazze di sempre, Lebron James è approdato ai Los Angeles Lakers già da un anno e dopo una prima stagione sfortunata è voglioso di rifarsi e dimostrare che l’età è solo un numero. A Los Angeles arriva in supporto anche Anthony Davis, ex stella dei Pelicans, ormai stanco di mettere su solo grandi numeri e voglioso di vincere. A Brooklyn sbarcano Kyrie Irving e Kevin Durant, i Milwaukee Bucks hanno il due volte MVP Giannis Antetokounmpo, gli Houston Rockets il duo James Harden-Russell Westbrook, ricomposto dopo OKC e Kawhi Leonard compie una mossa del tutto inaspettata, cambiando squadra fresco di vittoria a Toronto e approdando ai Los Angeles Clippers insieme a Paul George. La stagione 2019-2020 si prospetta come una delle più spettacolari di sempre, ma purtroppo qualcosa di più potente della pallacanestro costringe il mondo a fermarsi. Ovviamente stiamo parlando della pandemia di Covid-19. Il 12 marzo 2020, Rudy Gobert, centro degli Utah Jazz, non prendendo sul serio la questione pandemica toccò volontariamente tutti i microfoni della stanza della conferenza stampa e risultò positivo al virus due giorni dopo. La NBA fu costretta ad un’interruzione immediata, ma il lavoro compiuto dalla lega in collaborazione con l’associazione giocatori (NBPA) presenziata da Chris Paul, riuscì a compiere un miracolo sportivo nel vero senso del termine, creando una bolla covid free nel Disney Park di Orlando. La stagione riparti il 31 luglio con le squadre NBA che lottavano per i playoffs chiuse all’interno di un'”isola” lontana dal resto del mondo. Lo sforzo compiuto da organizzazioni e giocatori fu enorme, e la NBA inviò al mondo un forte messaggio di capacità di organizzazione, ma non solo. Anche un forte messaggio sociale ed egualitario, perché i giocatori dietro le loro maglie avevano scritti degli slogan che supportassero il movimento Black Lives Matter. La più pazza stagione NBA della storia si concluse così molto in ritardo, l’11 ottobre 2020, con i Lakers campioni NBA per la 17esima volta, e com’è giusto che sia, con ancora una volta Lebron James sul tetto del mondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *