LA VERA FORZA DEI GOLDEN STATE WARRIORS

La stagione NBA è ormai cominciata da due settimane e una delle squadre che sembra finalmente essere tornata uno dei punti di riferimento per questa lega è la franchigia di San Francisco. Da quando gli Warriors si sono trasferiti da Oakland e hanno lasciato la baia si sono susseguite una serie di sfortune che hanno impedito ai Californiani l’approdo ai Playoffs nelle scorse due stagioni.

Ora possiamo dirlo, i Warriors sono tornati.

Nelle prime 7 partite la squadra ha totalizzato ben 6 vittorie e solo una sconfitta. A chi va il merito di questa grande ripresa? Ovviamente a Stephen Curry, che sembra con l’andare dell’età un giocatore estremamente maturo, specialmente dal punto di vista delle scelte, capendo quando non è necessario mettersi in proprio, subordinando i suoi numeri al beneficio della squadra. L’inizio di Curry (come di molti) non è stato brillante per quanto riguarda il tiro. Il ragazzo da Akron sta totalizzando un career-low nelle percentuali dal campo e da tre punti, ma nonostante tutto la squadra gira a meraviglia, poiché Curry quest’anno sta dimostrando una reticenza nel forzare i tiri davvero notevole.

Gran parte del merito va anche a Draymond Green, che al contrario dell’amico, oltre al consueto impatto positivo sui due lati del campo, sta tirando anche sorprendentemente bene per i suoi standard.

In generale potremmo dilungarci sulla bellezza del gioco espresso dallo starting-5, o sulle più che pertinenti aggiunte di mercato di quest’estate, sul potenziale ritorno di Klay Thompson che potrà rendere questa squadra una contender per il titolo, sulla pazzesca esplosione di Jordan Poole, che ha fatto passi da gigante nel corso dell’ultimo anno (ne sono una testimonianza i 31 punti segnati nell’ultima giocata contro Charlotte).

Ma i Warriors sono tornati principalmente per un motivo:

In linea con quanto visto negli anni d’oro della franchigia, la forza della squadra di San Francisco sta tornando ad essere l’apporto positivo della panchina.
Con ciò non si intendono solamente i punti segnati (37.3 di media), ma anche la difesa, il playmaking e l’esperienza, conoscenza degli schemi e leadership che la panchina infonde alla squadra.

Se parliamo di esperienza e leadership non possiamo che riferirsi a un giocatore:

Andre Iguodala

Nemmeno a dirlo, il giocatore più anziano della lega sembra aver ripreso le forze appena dopo aver ri-indossato i colori che gli hanno portato tre titoli. Lui che ha dato una nuova concezione al ruolo di sesto uomo (titolo del suo libro), ha ripreso il suo lavoro esattamente dove l’aveva lasciato. 21 minuti di media, con esperienza, difesa e conoscenza del sistema, che gli valgono ancora la presenza nel quintetto che chiude le partite nel clutch time (situazione in cui ha contribuito a vincere tre volte su quattro)
Quando Iggy è in campo, gli Warriors subiscono 9.0 punti in meno ogni 100 possessi, e abbassano l’efficienza (eFG%) degli avversari del 6.4%.

Chi è però probabilmente il cardine principale della panchina di Golden state è:

Damion Lee

Il cognato di Stephen Curry, così come lo conoscono tutti, viene da un contratto non garantito e sembrava ai margini del roster. Eppure già durante la scorsa stagione si era mostrato affidabile, e in questo inizio sta andando oltre le più rosee aspettative: circa 26 minuti di media, 14.3 punti con il 48.3% dal campo e il 50% dall’arco. Cifre probabilmente insostenibili, ma che rimarrebbero preziosissime anche se dovessero scendere un po’, visto il contratto di Damion.

Il contributo di Lee, come quello di tutti i Warriors per altro, va ben oltre le statistiche.

In questa clip c’è la parte del bagaglio di Lee che prescinde dalle percentuali al tiro: conoscenza del sistema, abilità da tagliante, visione di gioco. Riconosce la dinamica dell’azione, taglia con i tempi giusti e vede Green per due punti facili.

Ecco un’altra dimostrazione di intelligenza offensiva; dopo il caos generale del possesso, in situazione di gioco rotto Porter Jr è in post e Lee riconosce l’inutilità della sua posizione e la disattenzione del suo marcatore. Opta dunque per la re-location e si procura una tripla smarcata dall’angolo.

Spesso Steve Kerr ha mostrato la sua fiducia verso Damion mettendolo nel quintetto che chiude le partite, “banalmente” perché la sua freddezza al tiro nei momenti decisivi è molto notevole. Già l’anno scorso aveva deciso due partite negli ultimi secondi, contro Chicago e Toronto. Qualche giorno fa contro Memphis ha segnati 11 degli ultimi 15 punti degli Warriors, tra tempi regolamentari e overtime.

Oltre loro due, nella panchina degli Warriors si trovano Nemanja Bjelica (l’eroe dell’opening night contro i Lakers), Juan Toscano Anderson (ormai affermato come giocatore solido), Otto Porter Jr (colpo di mercato al minimo salariale) e Gary Payton II (che nella gara di stanotte ha segnato 14 punti in soli 15 minuti). In più dopo il rientro di Klay Thompson, Jordan Poole potrebbe aggiungersi a questi nomi, rendendo Golden State una delle squadre meglio assortite per poter rendere ai massimi livelli anche dopo un numero di gare molto elevato.