REGULAR SEASON NBA, TRA IMPREVISTI, INFORTUNI ED EXPLOIT

La regular season NBA, ormai è risaputo, è un completo casino.

30 squadre che ad inizio stagione sono in cerca più o meno dello stesso obiettivo: arrivare più in alto degli altri.
Ciò nonostante, già ai blocchi di partenza si possono stilare power ranking sulla stagione che verrà, il più delle volte però entrano nel mezzo fattori che si possono prevedere ma non indovinare, andiamo quindi a vedere qualche caso nel dettaglio:

INFORTUNI:

quello che tutti i giocatori ed appassionati non vogliono che accada sono proprio gli infortuni, ma in 82 partite racchiuse in poco più di 6 mesi sono inevitabili e spesso una franchigia che fa all-in in estate vede sfumare il loro progetto in poco più di 5 minuti.

Delle statistiche mostrano come negli ultimi anni si sia verificato un enorme incremento di infortuni a causa di vari fattori.

Il basket fu originariamente pensato per essere uno sport di non-contatto, e le regole del gioco erano basate su un pensiero di “ se l’attacco non ha l’opportunità di correre con la palla, non c’è bisogno di entrare in affronto e noi volevano cosi eliminare la ruvidezza del gioco.” Nel tempo però il basket si evoluto in gioco fisico dove i contatti erano permessi e dovuti.

Dal 1982 uno studio attuato da Henry JH ha testimoniato un incremento degli infortuni del 12.4%, dovuto ad un incremento di scontri/contatto durante le partite. La crescita dovuta alla taglia e alla velocità dei giocatori, cosi come il miglioramento nella diagnosi del “tools” ha portato ad un aumento degli infortuni.

L’aumento del ritmo di gioco, il cambiamento del gameplan stesso, dalla necessità costante di dover passare fisicamente sui blocchi alla ricerca di disperati closeouts in angolo, dove neanche dei role players sono battezzabili, e soprattutto la mancata possibilità di potersi allenare con frequenza e regolarità a causa degli stop per COVID-19 ha costato ai giocatori 2909 partite perse per leggeri acciacchi nella scorsa regular, in accordo con il preparatore atletico Jeff Stotts, che mantiene “the most authoritative public injury-tracking database” sulla NBA. È il secondo dato più alto da quando ne tiene conto dal 2005-2006. Questo ha ovviamente portato le superstar ad accumulare un Load offensivo molto notevole, e i tempi di recupero tra una regular season e l’altra non hanno aiutato certamente le cose. Nella stagione 2020-2021 gli All Star hanno saltato 370 partite su 1944 partite possibili (19%), è la più alta percentuale di sempre in una singola stagione, (una media di 13.7 partite ciascuno) e il trend sembra ripetersi.

E le lamentele degli addetti ai lavori non si sono fatte aspettare:

Credo questa sia stata la stagione più dura dei miei 20 anni in NBA. Per lo stress mentale, per lo stress fisico, per lo stress psicologico.

~Mike Malone

I protocolli COVID, la mancanza di connessione emotiva. Non essere possibilitati a vedere amici o famiglia nelle trasferte, uscire a cena fuori, tutte le normali cose che rendono il bicchiere mezzo pieno e completano la vita sociale. Non hai nulla, quindi questa stagione è stata drenante.

~Steve Kerr

Quando non puoi allenarti, ottieni dei piccoli acciacchi, e questo è un dato di fatto

~Jeff Stotts, custode del più autoritario database pubblico sugli infortuni

Quali sono stati questi infortuni? Andiamo con ordine a vederli nel dettaglio:

  • Draymond Green

È ormai risaputo da tutti ma con qualche perplessità per alcuni prima dell’ infortunio: l’orso ballerino è il metronomo sia offensivo che difensivo di Golden State, voce corale in difesa e il primo playmaker in attacco; al momento dell’ infortunio i Warriors erano ad un solidissimo 29-8, (27-6 invece se si considera le effettive partite giocate)da quel momento in poi, il record degli Warriors è crollato e in questo momento si attende solo il sorpasso di Memphis. La squadra di S. Francisco comunque senza Green ha racimolato un bottino di 14-12 e in questo momento è in una striscia di 3 sconfitte consecutive. In quanti ad inizio stagione l’avrebbero pronosticato?

  • Anthony Davis

Il lungo dei Lakers è ormai risaputo, soffre di fragilità, anche se per lui, a differenza di Green, si poteva pronosticare che avesse dei problemi fisici, soprattutto anche dopo l’episodio delle finals nella bolla, dove in un momento della partita apparentemente normale lo vediamo accasciarsi a terra tenendosi la caviglia.

Anche quest’anno alla fine i problemi fisici non hanno risparmiato Davis che si è visto fermo ai box un po’ troppo spesso, per ora le partite giocate in totale sono 37, i Lakers sembrano ormai condannati a giocarsi l’accesso ai play-in in un finale rovente con protagoniste i Pelicans, Portland e S. Antonio.

Già ai blocchi di partenza per i Lakers non si presentava una scenario facile: il roster riempito con veterani e giocatori tutt’altro che affidabili faceva storcere il naso a molti dei tifosi. Il risultato fino a questo momento sembra addirittura peggiore, complice qualche dolorino fisico soprattutto per il già citato Davis.

I lakers comunque con Davis in campo fino al primo infortunio arrivato dopo 19 partite recitava un record di 9-10.
Dopo 37 partite il record di squadra è 17-20, sicuramente non ottimo ma non tragico come l’attuale 27-35 solo a due vittorie di distanza da portland situata all’11esimo posto.

  • Kawhi Leonard e Paul George

Il primo, ormai out dalla scorsa stagione durante i playoff contro Utah, fermo ai box e mai debuttante nella stagione 21-22, metteva già ai blocchi di partenza i Clippers in una posizione non troppo alta.

L’infortunio di Paul George invece, avvenuto il 22 dicembre dopo 26 partite, ha messo i Clippers in una posizione scomoda, dovendo scegliere tra il tanking selvaggio o il salvare la stagione, raggiungendo dei playoff sperando nella ripresa delle due stelle. Una stagione tutt’altro che felice e sicuramente fuori dalle previsioni dei tifosi dei Clippers. Fortunatamente per loro hanno trovato una squadra pronta a salvare la stagione ad ogni costo, attualmente sono ottavi e con i Lakers in caduta libera e Portland non troppo convinta la stagione, per quel che potevano fare, è stata ripresa per i capelli.

  • Damian Lillard

Ultimo ma non per importanza (forse si), Lillard non sta affatto brillando come le scorse stagioni, già ha dovuto sopportare un inizio di stagione triste, tirando un mattone dopo l’altro e subendo una sconfitta dopo l’altra.
Subito dopo è stato accostato a voci di mercato, le quali lo vedevano lontano dalla sua Portland. Dopo aver dichiarato più volte di non volersi muovere, alla fine è arrivato anche un “abdominal injury” che lo vede lontano dai campi NBA dal 31 dicembre 2021.
Per lui quest’anno non è arrivato il consueto “Dame Time” che si teneva come un orologio svizzero tra Gennaio e febbraio e per Portland sembrava almeno durante i primi di gennaio stagione finita.
Anferee Simmons però non sembra della stessa idea portando a Portland qualche vittoria che ha sapore di un disperato Play-in da Decimi.
Ad inizio stagione per la città dell’ Oregon ci si aspettava ben altro.

IMPREVISTI:

Dall’ 8 Marzo 2020 l’imprevisto più comune che possa capitare a tutte le squadre della lega è proprio avere giocatori positivi al Covid-19.
Oltre a questo ci sono anche tanti altri imprevisti, come una striscia di partite dove la palla non vuole entrare, problemi personali (nascita di figli o malauguratamente perdite in famiglia)

Partiamo quindi dal primo esempio il Covid.

  • Health and safety protocols

Aggiunto ormai ad inizio stagione per aggirare il problema positivi, la NBA ha deciso (giustamente) di creare una lista nella quale i giocatori contagiati venivano aggiunti. Un grosso imprevisto per le franchigie che si ritrovano ovviamente senza preavviso i giocatori per un minimo di 2 settimane fermi e in isolamento. Abbiamo visto infatti come alcune squadre abbiano avuto delle vere e proprie mancanze sistematiche e con partite spesso perse per questo motivo.

  • Kyrie Irving

È ormai ben noto a tutti, Irving non si vuole vaccinare, ed è quindi costretto per le leggi di New York a saltare tutte le partite in casa. Scherzosamente il sindaco di New York ha detto di volersi mobilitare nel cambiare la legge permettendo a Kyrie di giocare le partite in casa, perché essendo anche lui un tifoso dei Nets vuole quell’anello, ma (per fortuna) si è subito corretto specificando che nessuna legge sarà mai cambiata a causa di una sola persona e per Kyrie sarà solo rimosso il divieto di entrare nel Barclays Center anche come spettatore. I Nets sembrano ottimisti nel poterlo avere a disposizione nei Playoffs, vedendo una luce in fondo al tunnel per la situazione pandemica.

Per questo è per altri motivi la corazzata dei Nets che ad inizio stagione vedeva tra le proprie fila Durant, Harden e Irving si è vista in grave difficoltà nel mantenere il primo posto ad est, ed ora Durant appena rientrato deve affaticarsi più del previsto per far uscire i Nets dalla zona Play-In.

  • Ben Simmons

C’è poco da aggiungere, Ben Simmons si è rifiutato di scendere in campo con Philadelphia dopo gli attacchi mediatici subiti in estate. L’Australiano ha perso per questa sua scellerata decisione circa 20 milioni di dollari (oltre che la forma fisica ottimale). È stato però coinvolto nella Trade che ha portato James Harden a Philadelphia e quindi è sbarcato a Brooklyn, sperando di dare ritmo difensivo ad un colabrodo come i Nets. Il rientro si avvicina, ma le indiscrezioni non sono rassicuranti.

  • Stephen Curry

Lasciamo perdere i vaccini e addentriamoci in imprevisti che riguardano più le prestazioni in campo.

Curry dopo l’ottima stagione che lo aveva visto protagonista in un’ottima Run per il Most Valuable Player(MVP), era secondo le previsioni estive uno dei favoriti per il tanto ambito premio e anche perché no, l’anello finale.
Dopo un inizio di stagione favoloso, la PG della baia si è visto travolto in una striscia negativa al tiro che ha buttato giù molte delle sue statistiche personali (punti, % dal campo, % da tre, % al ferro), finendo per avere la sua peggior stagione da dietro l’arco (attualmente 37.8%).

Striscia negativa da tre che vede l’inizio il 30 novembre 2021 contro i Suns; da lì oltre a qualche eccezione ha sempre fatto troppa fatica (attenendoci ai suoi standard). Il suo apice lo ha raggiunto il 3 e il 5 gennaio quando in due partite di fila ha tirato 1/10 e 1/9 contro Miami e Dallas, venendo finalmente allo scoperto anche ai fan più casual che la NBA possa avere.

  • Luka Doncic

Dopo vaccini e strisce negative al tiro vediamo un altro imprevisto, La forma fisica.
Non un buonissimo inizio di stagione per l’europeo: durante l’estate abbiamo visto molti video e scatti dove era per cosi dire rilassato. È tornato quindi non proprio in forma risultando spesso inefficace, molto irascibile ad ogni contatto ed intento a lamentarsi con il mondo intero per ogni singolo problema. I Mavs trascinati in proiezioni Play-in vedevano ancora per un altro anno il primo MVP per Doncic rimandato. Durante la trade deadline Porzingis vola in direzione Washington e da lì complice anche un Luka rimesso quasi a lucido è iniziato il dominio. Dal 10 gennaio lo sloveno viaggia ad una media di 36.1 punti 6.9 assist e 10.6 rimbalzi, 39.5% da tre ed un record di 6-2.

EXPLOIT:

Passiamo dunque a quei giocatori che non solo hanno superato le loro previsioni ma stanno addirittura lasciando a bocca aperta molti fan della lega

  • Demar Derozan

Al momento del suo acquisto in molti erano perplessi non aspettandosi ormai nulla da lui. Demar sta invece giocando la miglior stagione della sua carriera.
In questo momento i Bulls sono terzi nella loro conference dopo alcune settimane passate in testa alla classifica. Il #10, riconosciuto come giocatore simbolo di questi nuovi bulls viaggia a medie di 28.1 punti 5.1 assist e 5.3 rimbalzi di media dopo 59 partite.
Ormai comodamente tra i top della lega per il discorso MVP, sta giocando il suo solito basket ma con una squadra e una società che finalmente sembra avere un progetto: le acquisizione di Ball, Caruso e lo stesso Derozan hanno reso in un solo anno la franchigia una vera e propria contender, infilandosi nella mischia tra le squadre già affermate (Bucks, 76ers, Nets, Heat).
La guardia dei Bulls si è mostrato al pubblico con più di un buzzer beater quest’anno (a conti fatti il modo più veloce per affermarsi tra i favoriti dei fan) che oltre al buon piazzamento di Chicago e le tante giocate gli è valso un posto per l’All Star Game.

  • Minnesota Twolves

Quante volte avrete sentito o letto in giro il meme “okkio a Minnesota!”, in origine un grido dei tifosi che volevano solo un po’ di rispetto perché il potenziale di Minnie era evidente e prima o poi sarebbero esplosi. Negli ultimi due anni invece divenuto sfottò dal resto dei tifosi visto che la franchigia oltre al fare schifo poco altro faceva.

Finalmente però complice una buona tenuta fisica di Towns ed Edwards pronto a sbocciare, oltre al sempre utile Russell, Minnesota vola verso una probabile post season che manca dal 2018. Towns viaggia a delle medie di 24.5 punti 9.6 rimbalzi e 3.9 assist mentre Edwards è secondo per punti prodotti (21.4), D’angelo oltre ad essere il terzo scorer della squadra è il primo per assist prodotti (6.9) e nonostante le sue personali pecche in difesa, si sta dimostrando utilissimo anche in quella meta campo, coordinando i movimenti dei compagni come vocal leader. Attualmente settimi e in zona Play-in temono l’arrivo dei lanciatissimi Clippers, complici le vittorie contro i Lakers.

  • Cleveland Cavaliers

Anche qui prendiamo in considerazione direttamente tutta la squadra. La Franchigia, complice l’ottima pescata al Draft, riesce ad accaparrarsi Evan Mobley, lungo dall’infinito potenziale, e grazie alla sorprendente crescita di Garland stanno letteralmente volando rispetto a quali potevano essere le iniziali aspettative.

Il lungo dei Cavs soprattutto ad inizio stagione ha avuto un impatto già da uno dei migliori difensori della lega, entrando di prepotenza nel discorso DPOY. Garland invece dopo una passata stagione piene di difficoltà ha avuto un exploit insensato, complice anche l’infortunio di Sexton, ritrovandosi come PG titolare inamovibile e primo scorer della squadra. Complice anche alcuni azzardi nel mercato si sono ritrovati un solidissimo supporting cast. È una delle poche squadre che non solo riesce a far convivere due lunghi, ma addirittura ne schiera quasi sempre tre.

CONCLUSIONI:

Questa lega è un vero casino.

Spesso il famoso detto “sulla carta li battiamo” non vale: troppi fattori esterni che condizionano le stagioni di ogni singola franchigia, tra infortuni, problemi personali e mille altri fattori.

Figuriamoci parlare di vittoria finale quanto possa essere azzardato!