Chris Bosh, l’innovazione sotto i nostri occhi.

Il ritmo di sviluppo della pallacanestro NBA è forse oggi più serrato che mai: i ruoli classici, secondo il parere di molti, non sono più adatti per descrivere le abilità ed i compiti dei giocatori sul parquet,
gli specialisti dall’arco vanno poi a ruba, la ricerca del mid-range va dissolvendosi e ai lunghi viene richiesta una versatilità mai vista prima.

A volte non ci accorgiamo che l’innovazione, sotto quest’ultimo aspetto, è giunta ai nostri occhi – pur in una versione parziale – molto prima del previsto. Il merito di questo cambiamento va a Chris Bosh, che oggi compie 38 anni.

È certo quasi fin da subito che Christopher Wesson Bosh nasca per convivere con lo sport: a Hutchins, sobborgo di Dallas in cui cresce coi genitori ed il fratello Joel, Chris sfrutta la propria superiorità fisica in discipline che vanno dalla ginnastica artistica al baseball, fino ad approdare ovviamente al basket. La versatilità, evidentemente, è nel DNA, ed il rapporto con la palla a spicchi è di livello superiore: Bosh domina letteralmente ogni partita giocata alla Lincoln High School, portandola fino al primo posto del ranking cestistico nazionale dei licei americani con una stagione da 40 vittorie e… zero sconfitte.

Chris ha fretta, come se la voglia di arrivare prima degli altri fosse in lui davvero innata. Entra a Georgia Tech e si mette sui libri di management e design, con il basket che resta tuttavia un pallino fisso nella sua mente: al college, infatti, resta un solo anno – la struttura è ben più nota per il football, si chieda a Calvin Johnson e Darren Waller per conferma – ma trova comunque il modo di lasciare un segno profondo, con splendide medie di 15.6 punti, 9.0 rimbalzi e 2.2 stoppate di media in 31 apparizioni. La stagione non è comunque quella delle migliori per la squadra di coach Paul Hewitt, che con un record di 16 successi e 15 sconfitte non si qualifica per il torneo NCAA.

One and done, dunque: un anno di college e subito addio per il nuovo, grande salto: quello in NBA.

Il Draft 2003 è uno di quelli che porta con sé un talento ancora oggi inferiore forse solo a quello del 1996 – dove sono stati scelti Iverson, Allen, Nash e Bryant, per intenderci. Bosh, in ogni caso, trova spazio già alla quarta chiamata assoluta, dopo LeBron James, Darko Milicic e Carmelo Anthony: sono i Toronto Raptors a voler credere in lui.

La decisione di sceglierlo si rivela più che mai azzeccata – e quando si parla di ragazzi a malapena ventenni non è mai scontato – con Bosh che mostra immediatamente il suo talento: gioca 33.5 minuti a partita conditi da 11.5 punti 7.4 rimbalzi di media; tuttavia, nonostante il supporto offerto a Vince Carter, i Raptors non si qualificano ai Playoffs, terminando con un brutto record di 33-49.

La squadra cambia aria a partire dalla stagione successiva: Carter, ancora oggi considerato l’icona più rappresentativa della franchigia canadese, lascia – e non in buoni rapporti – la squadra, approdando ai New Jersey Nets tramite trade.
Ciononostante, la situazione rimane sempre la stessa per i Raptors: record uguale al 2003/04, che si trasforma in un pessimo 27-55 nel 2005/06.

Ciò permette a Toronto di pescare Andrea Bargnani con la prima scelta assoluta nel 2006, per affiancarlo ad un Bosh fresco di rinnovo quadriennale. La musica, finalmente, cambia davvero: per la prima volta dall’arrivo di Bosh, nel frattempo già due volte consecutive presente all’All-Star Game, i Raptors si qualificano ai Playoffs.

Ironia della sorte, ad eliminarli è proprio l’ex Carter, che con i Nets fa fuori i canadesi in 6 gare al primo turno. Nel 2007/08, poi, ci pensano Dwight Howard e i suoi Orlando Magic, che presenzieranno alle Finals nella stagione successiva.

Il destino di Toronto, nel frattempo, sembra segnato: la squadra fluttua sempre tra il discreto ed il buon livello, senza però mai essere realmente pericolosa per la lotta al titolo nonostante alcune pesanti aggiunte come quella di Jermaine O’Neal nell’estate del 2008. La squadra, con Bosh ancora al centro del progetto e ancora All-Star, non raggiunge più i Playoffs, lasciando il lungo di Dallas in scadenza.

L’estate 2010 resta saldamente nella memoria degli appassionati NBA: “The Decision” di LeBron James, in diretta dalle TV americane, lascia tutti a bocca aperta, con il figlio di Cleveland che dichiara di volersi unire a Dwyane Wade e ai suoi Miami Heat, già campioni NBA nel 2006. A completare l’opera è proprio Bosh, che, pochi anni dopo l’esperimento avvenuto con successo a Boston, mette la sua firma nella creazione del nuovo Big 3 NBA.

Le aspettative della squadra sono giustamente parecchio alte, e quella che si confermerà poi una grande dinastia parte forte: subito alle Finals, dopo un solido 4-1 alla Chicago dell’MVP Derrick Rose.
Contro i Dallas Mavericks, che Miami ha già incontrato in Finale nel 2006, la musica è però diversa: dopo la vittoria di Miami in Gara 1 Nowitzki & Co. vincono una bellissima Gara 2, col tedesco che segna il layup decisivo proprio contro Bosh e completa un’incredibile rimonta:

Gli Heat non sembrano cedere, con Bosh che decide le sorti di Gara 3, questa volta in positivo:

Miami si trova avanti, ma il clamoroso e inaspettato scivolone non perdona: Dallas vince le tre gare successive, portando a casa il primo titolo nella storia della franchigia. Ha trionfato la squadra più affiatata, quella più fiduciosa nei propri mezzi, in un modo che lascia l’organizzazione Heat con molte domande da porsi sul futuro.

Nonostante l’enorme delusione, affiancata da una altrettanto rilevante pressione, la squadra ritenta la cavalcata: James vince il terzo MVP in carriera, e un Bosh versione centro puro – non scordiamo il tema dell’innovazione nel corso di questa storia – guida Miami a rimbalzo con 7.9 a partita. Ai Playoffs Bosh è vittima di un brutto problema addominale che lo tiene ai box da Gara 2 contro Indiana, alle semifinali di Conference, a Gara 4 contro Boston, in Finale ad Est. La leggendaria serie si chiude positivamente per gli Heat, che vincono in Gara 7 e tornano in Finale.

Contro gli Oklahoma City Thunder Miami non fa più sconti: Bosh va in doppia cifra in tutte le 5 gare disputate, che bastano a riportare il Larry O’Brien Trophy in Florida dopo 6 anni. Bosh – così come James – ce l’ha fatta: dopo tante delusioni e cambi di rotta, è finalmente campione NBA.

La squadra ha ora ripagato la grande delusione dell’anno precedente, grazie ad un’intesa via via più solida e una consapevolezza ben più marcata. L’impatto di Bosh non si limita a quello di terzo violino offensivo, tanto che nel novembre del 2012 coach Erik Spoelstra arriva a definirlo così:
“È il nostro giocatore più importante, fa sembrare tutto facile e ha un impatto enorme sul nostro gioco, sotto canestro e anche in difesa.”

L’ambiente in Florida è carico, la squadra – che nel frattempo ha aggiunto due come Ray Allen e Chris Andersen al roster – ne è pienamente consapevole e nel 2012/13, in cerca del back-to-back nonché delle terze Finals consecutive, conclude la Regular Season – nuovamente da 82 partite, dopo le 66 disputate l’anno prima a causa del lockout – con ben 66 vittorie e 16 sconfitte, conquistando il primo seed a Est mai realmente in discussione.

Miami supera agevolmente Milwaukee (4-0) e Chicago (4-1), con un Bosh da 13.2 punti e un ottimo 51.6% dal campo. Alle Eastern Conference Finals fatica decisamente di più al tiro (conclude la serie con il 37.7% dal campo), complici anche le grandi difese Pacers di David West e Roy Hibbert, ma Miami riesce comunque a spuntarla su Indiana in Gara 7, con il già citato Andersen che sbaglia solamente 2 tiri su 18 tentativi in tutte e 6 le gare da lui giocate.

Terze Finals di fila, terzo avversario diverso con cui contendersi il titolo: questa volta ci sono i San Antonio Spurs, sconfitti priprio da OKC l’anno prima, ad attendere gli Heat.
Raccontare la serie richiederebbe un articolo a parte; il momento più importante, però, lo ricordiamo tutti, e Chris Bosh vi ha pienamente partecipato nel ruolo di co-protagonista.
Triple A Arena, Gara 6, Heat sotto di 3 con pochi secondi sul cronometro e palla in mano. Se non segnano una tripla, San Antonio ha vinto.
Mi faccio da parte: per l’ennesima volta, lasciamoci trasportare dal commento di Mike Breen per vedere com’è andata a finire.

Allen segna ed entra nella leggenda, ma le attenzioni ricevute da Bosh per questo mostruoso rimbalzo offensivo catturato – e per lo scarico quasi a memoria, rapido e perfettamente misurato – non saranno mai abbastanza.

“Chiudo gli occhi e riesco ancora a vederlo. Quel rimbalzo e gli eventi correlati non andranno mai via dalla mia mente” ha dichiarato pochi giorni fa Danny Green, al tempo a San Antonio, a riguardo.

Overtime e ciliegina sulla torta. 1.9 secondi sul cronometro, 103-100 Miami, rimessa direttamente in angolo per una tripla Danny Green, ma Bosh con un closeout clamoroso stoppa sull’ultimo disperato tentativo degli Spurs di pareggiare e Miami forza la settima.

Rispetto a questo momento Gara 7 è quasi superflua, anche se è quella in cui una Miami più solida nel corso dei 48 minuti vince per il secondo anno consecutivo. Bosh segna addirittura 0 punti e gioca poco, meno di 28 minuti, consapevole però che, senza il suo rimbalzo di qualche giorno prima, in quel momento sarebbe già in vacanza.

È il picco della sua carriera, che dopo la netta sconfitta in finale nel 2014, ancora contro una San Antonio rediviva e meravigliosa, cala drasticamente. A provocare ciò è soprattutto un terribile problema fisico: gli viene trovato un coagulo di sangue – inizialmente originatosi in un polpaccio – in un polmone, che gli provoca un’embolia capace di mettere in serie condizioni la sua salute. Bosh sospende ovviamente ogni attività fisica, ma dopo un lungo periodo di recupero ritorna addirittura in campo.

Il problema, tuttavia, ritorna, e anche se scoperto in tempi molto più brevi rispetto alla prima volta Miami decide che il trattamento a cui dovrà sottoporsi il giocatore sarà lo stesso già affrontato.
Game over, nonostante le battaglie e la forza di volontà del futuro Hall of Famer – e nonostante la posizione mai chiara ed esplicita di Miami nel corso del recupero – non c’è più niente da fare: Bosh deve ritirarsi dal basket giocato.

Il lascito è immenso: Miami ritira la maglia numero #1, e il 12 settembre 2021 – seppur dopo un iniziale “rifiuto” – Bosh entra nella Naismith Hall of Fame di Springfield.
Non solo: Bosh si ritira come miglior rimbalzista (4.776), miglior stoppatore (600) e miglior scorer (10.275 punti, poi superato da Kyle Lowry e DeMar DeRozan) di sempre di Toronto. In più, due splendidi titoli NBA, ben 11 convocazioni all’All-Star Game e, soprattutto uno stile di gioco che ha parzialmente anticipato quello dei lunghi che oggi chiamiamo moderni.

Questo, e tanto altro, è stato ed è Chris Bosh, a cui auguriamo il meglio in occasione del suo 38esimo compleanno.