Il calcio italiano è ancora in crisi

Il brusco risveglio della Nazionale italiana dopo un sogno chiamato Europeo
Tutti gridano all’incubo, ma questa è solo la triste e amara realtà che il calcio italiano vive in questo momento storico. Ancora una volta, quattro anni e mezzo dopo la mancata qualificazione al Mondiale 2018, la Nazionale italiana non riesce ad avere la meglio negli spareggi che danno accesso agli ultimi posti disponibili per la Coppa del Mondo in Qatar. Un duro colpo per la FIGC, che proprio oggi festeggia il 124° anniversario dalla sua fondazione, e per il suo presidente Gabriele Gravina. Ma se l’eliminazione contro la Svezia nel 2017 era figlia di una generazione di fenomeni che stava per esaurirsi, con i soli Barzagli, De Rossi e Buffon tra i reduci della vittoriosa spedizione in Germania del 2006, la sconfitta in casa contro la Macedonia del Nord pesa come un macigno sul progetto di ricostruzione messo a punto dal CT Roberto Mancini, perché arrivata dopo la vittoria più che meritata degli Europei dell’estate scorsa, frutto di un rinnovamento generazionale e ideologico voluto dallo stesso allenatore jesino. Grazie a Mancini infatti il cammino nelle qualificazioni a Euro 2020 è stato costellato da ottime prestazioni sul piano del gioco, con i giocatori che venivano convocati a Coverciano per la prima volta inseriti perfettamente nel contesto azzurro e nello schema tattico del mister, ma anche sul piano dei risultati, viste le dieci vittorie su dieci partite, i 37 gol fatti e i soli 4 subiti. Insomma, gli indizi per un grande Europeo c’erano tutti, ma forse neanche il più irriducibile degli ottimisti avrebbe mai immaginato che saremmo arrivati ad alzare la coppa sotto il cielo di Wembley, ai danni dei padroni di casa dell’Inghilterra, la notte dell’11 luglio 2021. Così, dopo più di 30 anni, le “notti magiche” sono tornate ad essere intonate con gioia e commozione tra i salotti e le strade di tutto il Paese, grazie a una vittoria che ha rappresentato una vera e propria liberazione dopo mesi di restrizioni legate al Covid.

Quindi cosa è successo in questi mesi? Siamo diventati improvvisamente di nuovo mediocri? Ci siamo cullati sugli allori? Siamo stati troppo superficiali?Forse, più realisticamente, la forza del gruppo (la chiave del nostro successo l’estate scorsa) non ha saputo controbilanciare una condizione fisica e mentale rivedibile nelle partite disputate da settembre fino a quella contro la Nazionale macedone. E se questa affermazione è condivisibile, chi sono i maggiori responsabili di questa ennesima disfatta? I giocatori, mister Mancini o la FIGC? Possiamo veramente attribuire ai due rigori sbagliati da Jorginho contro la Svizzera tutti i mali del nostro calcio, considerando che avevamo un set point da giocare in casa contro un avversario tutt’altro che temibile, peraltro privo di Elmas, il suo giocatore migliore? Credo che ai fini di una risposta esaustiva l’analisi debba essere condotta andando indietro di qualche anno, scavando a fondo tra le solide radici alla base degli infiniti problemi del calcio italiano.

Gioventù bruciata

Il primo dato da cui partire è, molto semplicemente, quello dei risultati sportivi della Nazionale. Dal Mondiale 1970 fino a quello del 2006, in 10 partecipazioni, l’Italia si è laureata campione del mondo per 2 volte, è arrivata in finale altre 2 volte e in 2 occasioni si è fermata alle semifinali. Nel 2010 e nel 2014 invece non abbiamo superato il primo turno, buttati fuori rispettivamente dalla Slovacchia e dal Costa Rica, mentre in occasione delle ultime due manifestazioni non siamo riusciti nemmeno a qualificarci. Il cambio di rotta è evidente e sotto gli occhi di tutti, ma perché non riusciamo più a essere competitivi? Dando uno sguardo alle rose di quelle nazionali, ci si accorge che erano composte da giocatori che hanno fatto la storia del nostro calcio, campioni indiscussi come Zoff, Facchetti, Riva, Rivera, Scirea, Rossi, Baresi, Oriali, Conti, Maldini, Baggio, Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Del Piero e Totti.

La lista è lunghissima e si potrebbe continuare all’infinito, cosa che purtroppo non si può dire per l’ultimo decennio azzurro, nonostante in questi ultimi anni sia venuto fuori qualche giovane talento come Donnarumma, Bastoni, Barella, Pellegrini, Chiesa e Scamacca, forse i primi da cui ripartire, la cui età media si attesta a 23 anni e 6 mesi. Ma forse il problema sta proprio qui: considerarli giovani talenti equivale, secondo la nostra mentalità, a non ritenerli pronti per giocare ad alti livelli in Nazionale, allungando inevitabilmente il normale processo di ricambio generazionale. A livello internazionale i 3 giocatori più valutati al mondo, stando a Transfermarkt.it, sono Mbappé (23 anni), Haaland (21) e Vinicius (21), già destinati a raccogliere l’eredità di Messi e CR7, mentre l’età media dei primi 20 calciatori attualmente più forti al mondo è di 25 anni. Come è facile da intuire, quello che fa la differenza non è l’età anagrafica, ma il livello di esperienza acquisito grazie alla fiducia incondizionata dei propri club, che spesso si tramuta in vittorie e titoli a livello nazionale e internazionale. Tuttavia fino a qualche tempo fa eravamo noi a puntare per primi sui giovani, sfornando campioni in continuazione. Nel 1995 la Juventus decise di affidarsi completamente al talento di un ventenne Alessandro Del Piero, rinunciando a un’icona come Roberto Baggio, che per una decina di anni avrebbe giocato ancora ad alti livelli.


Mai scelta fu più azzeccata, visto che nei successivi 3 anni il club bianconero avrebbe vinto 1 Champions League (arrivando in finale altre 2 volte), 1 Coppa Intercontinentale, 2 Scudetti, 1 Supercoppa UEFA e 2 Supercoppe italiane. Restando in ambito Juventus, Filippo Inzaghi nel 1997 venne ingaggiato dalla famiglia Agnelli per fare coppia in attacco con lo stesso Del Piero, dopo che nella stagione precedente, all’età di 23 anni, si laureò capocannoniere con la maglia dell’Atalanta segnando 24 gol. Francesco Totti e Alessandro Nesta fecero il loro esordio in Serie A a 16 e 17 anni, divenendo nel giro di pochi anni capitani rispettivamente di Roma e Lazio. Antonio Cassano a 17 anni, nella sua prima partita da titolare col Bari, mise ko l’Inter con un gol incredibile che ancora oggi tutti ricordano. Alberto Gilardino a 22 anni, in due stagioni da titolare con il Parma, segnò 46 gol in Serie A tra il 2004 e il 2005. La qualità complessiva era così alta che Antonio Di Natale, il giocatore forse più sottovalutato degli ultimi 20 anni, capace di segnare 209 gol in Serie A con le maglie di Empoli e Udinese, fece il suo esordio in un torneo internazionale agli Europei del 2008, all’età di quasi 31 anni.

Eppure non abbiamo saputo mantenere viva la tradizione del nostro settore giovanile, preferendo affidarci esclusivamente alla generazione di fenomeni che ci ha condotto al titolo mondiale nel 2006, senza continuare a investire nei giovani più promettenti, come invece fatto da Spagna, Francia e Germania, ma andando a pescare all’estero giocatori spesso mediocri, assottigliando così al minimo lo spessore tecnico della nostra Serie A. Questo ha comportato una notevole riduzione nella qualità media dei giocatori che compongono le nostre squadre, che si è riversata a cascata anche sulle serie inferiori, spesso determinanti per la formazione dei nostri giovani (l’esempio più lampante è il Pescara di Zeman, che nella stagione 2011-12 dominò il campionato di Serie B potendo contare sui ventenni Verratti, Insigne e Immobile).


Così la competitività e di conseguenza anche l’appeal del nostro campionato ha iniziato ad abbassarsi, rendendolo meno godibile all’estero e meno attraente (e remunerativo) per le stelle straniere, che invece prima facevano a gara per venire a giocare da noi. Perciò i nostri ragazzi, anche se fatti giocare titolari, non hanno modo di confrontarsi costantemente con giocatori di livello internazionale che li facciano maturare, dando loro la possibilità di “rubare” e in un certo senso “mentalizzare” le loro movenze o i loro gesti tecnici per farli propri, cercando di sfruttarli a proprio vantaggio. Questo gap viene fuori palesemente quasi ogni volta che le nostre squadre giocano in Europa, mostrando una disabitudine a giocare a ritmi elevati e una difficoltà nell’imporre il proprio gioco. Ad esempio le ultime quattro eliminazioni della Juventus dalla Champions League sono avvenute per mano di avversari a prima vista abbordabili come Ajax, Lione, Porto e Villareal, ma andando a guardare più nel dettaglio ci si accorge che queste squadre scommettono sui loro giovani talenti, destinati a fare le fortune delle big del calcio europeo perché chiamati da giovanissimi a fare la differenza sia nel proprio campionato che nelle coppe europee. Invece nel nostro campionato capita di essere sbeffeggiati, seppur in modo indiretto, addirittura dal proprio mister, come successo a Barella e Sensi dopo una sconfitta in Champions League dell’Inter datata novembre 2019 contro il Borussia Dortmund, in cui l’allenatore nerazzurro si lamentava di non poter disporre di giocatori più esperti sul piano internazionale, rammaricandosi del fatto di non poter pretendere dai suddetti giocatori prestazioni di alto livello, visto che arrivavano da realtà calcistiche minori come Cagliari e Sassuolo.

La mania del risultatismo

A questo proposito, siamo sicuri che in un Paese letteralmente malato per il calcio i nostri ragazzi siano tutti così scarsi da avere bisogno di imparare dai più forti per poter ambire a certi traguardi? Oppure il fatto che non siano preparati ad affrontare determinati palcoscenici deriva da un’ansia da prestazione trasmessa loro dagli allenatori che li formano? Questa considerazione è figlia di una necessità di arrivare al risultato a tutti i costi anche in categorie che dovrebbero essere sfruttate esclusivamente per l’evoluzione di un giocatore piuttosto che per la sua standardizzazione. Sembra non esserci più spazio per la fantasia, per i dribbling, per i colpi di tacco, per le finte, per le scivolate. Chi si diverte nel provare tali colpi viene immediatamente richiamato e catechizzato dal proprio allenatore, distruggendone sul nascere il potenziale ma soprattutto gli istinti, che rappresentano la linfa vitale per chiunque voglia diventare un calciatore affermato. A prevalere quindi, sia a livello professionistico che dilettantistico, è la regola del “primo: non perdere”, dato che una sconfitta potrebbe costare la panchina ad un allenatore o significare mancati introiti per un presidente.

Mancanza di attrattività

Su questo ultimo punto è bene soffermarsi un attimo, perché il lato economico della questione non è da sottovalutare. Oggi la Premier League è considerata da tutti come il campionato più bello al mondo, con gli allenatori più bravi, i giocatori più bravi e con il gioco più bello ed entusiasmante. Un prodotto commerciale che ha attratto numerosi investimenti esteri, in grado di rendere in poco tempo il Chelsea e il Manchester City, squadre abituate al massimo a lottare per un posto in Europa, potenze mondiali del calcio. Ma senza i suoi meravigliosi stadi, il fiore all’occhiello del calcio inglese, sarebbe stato ugualmente possibile far affluire enormi quantità di denaro in un Paese dove essenzialmente Londra costituisce il suo unico polo attrattivo?


L’incapacità di coniugare il nostro vasto patrimonio storico e culturale con delle società calcistiche che fungano da calamita per i capitali esteri è forse la più grande sciagura del nostro calcio, riluttante nel guardare al futuro e immobilizzato da una burocrazia governativa che ne limita le poche idee valide. Concetti come stadi di proprietà, musei sportivi e pacchetti vacanza che includano la possibilità di assistere ad una partita sono lontani anni luce dalla loro concreta realizzazione, il che limita inevitabilmente la crescita del sistema calcio e conseguentemente dei suoi ricavi, laddove l’adozione di scelte drastiche potrebbe finalmente far tornare la nostra Serie A e la nostra Nazionale ai fasti di un tempo.

In sintesi, la vittoria degli Europei dell’anno scorso non è stata affatto un avvenimento casuale per la Nazionale di Roberto Mancini, ma senza avere alle spalle un’abitudine a competere in modo costante per grandi obiettivi elementi assolutamente non secondari come la concentrazione, la determinazione, l’agonismo, la freddezza sotto porta, la fame di vittorie e la capacità di saper leggere i momenti della partita possono venire a mancare, portando a pessime figure come avvenuto nelle ultime partite di qualificazione ai mondiali che hanno fatto da preambolo alla clamorosa eliminazione di giovedì sera. C’è bisogno quindi di far crescere calcisticamente i nostri giovani prima di tutto lasciandoli liberi di divertirsi e di tentare serenamente una giocata, ma anche dandogli maggiore fiducia una volta arrivati in prima squadra o nei campionati professionistici, in modo tale da allargare il bacino di giocatori da cui attingere per le convocazioni in Nazionale. Nulla di tutto questo però potrà mai essere realizzato se non si inizia a pensare a un piano di risanamento economico che generi profitti su larga scala, altrimenti i nostri migliori talenti sceglieranno di andare a giocare all’estero piuttosto che rimanere nel nostro campionato, come recentemente fatto da Lorenzo Insigne che a soli 30 anni ha deciso di andare a giocare in MLS, dando più importanza all’aspetto economico che a quello agonistico e contribuendo ad una spirale di impoverimento calcistico apparentemente senza via d’uscita.