La pallacanestro dei Memphis Grizzlies è tutta un’altra musica

In quanti a inizio stagione avrebbero pronosticato i Memphis Grizzlies tra le squadre al vertice della Western Conference, perdipiù con la concreta possibilità di conquistare il secondo miglior record in assoluto?Sicuramente non siti sportivi prestigiosi come ESPN e Bleacher Report, secondo i quali Memphis era destinata a chiudere la regular season rispettivamente al 9° e al 10° posto della Western Conference e con il 16° e 20° record di tutta la NBA. Certo, con il rientro di Jaren Jackson Junior dai suoi guai fisici e la crescita di Ja Morant era prevedibile un miglioramento in classifica, ma non di tale portata. Squadre esperte e navigate come Utah Jazz, Dallas Mavericks, Denver Nuggets, L.A. Clippers, Golden State Warriors, Portland Trail Blazers e L.A. Lakers sembravano difficili da raggiungere sul piano della continuità, dato che il roster di Memphis è il quarto più giovane della lega (l’età media dei giocatori è di 24 anni), mentre le contender ad oggi più accreditate al titolo si trovano tutte nella seconda metà di questa particolare classifica. Invece i ragazzini terribili guidati da Taylor Jenkins, candidato al premio di Coach of the Year, hanno trovato un’alchimia di squadra e un’identità di gioco che prescinde dagli interpreti e che non si basa sulle individualità.

La filosofia di base è quella del “Next man up”, dove tutti godono di ottima considerazione da parte del coaching staff e ogni componente della squadra si fa trovare pronto in caso di necessità. Ciò si è dimostrato particolarmente vero durante i periodi di indisponibilità che hanno interessato due giocatori cardine dei Grizzlies come Dillon Brooks e soprattutto Ja Morant. Infatti dopo un primo mese di regular season altalenante in termini di risultati, dal 28 novembre la franchigia di Memphis ha collezionato 47 vittorie e 16 sconfitte. Ma il dato che impressiona di più è che nelle gare in cui Morant non ha giocato la squadra ha fatto registrare un record di 20 vittorie e 5 sconfitte, incredibile se si considera che il prodotto di Murray State è con 27.4 punti il miglior scorer dei Grizzlies e il 6° della lega, nonché 14° uomo assist di tutta l’NBA. In questa striscia Memphis ha stabilito il nuovo record per maggior scarto a fine partita, contro gli Oklahoma City Thunder il 2 dicembre 2021: hanno vinto di 73. E le statistiche avanzate mostrano un Net Rating di +16 in questo arco temporale, dato a dir poco fuori scala anche in relazione alle più grandi squadre di sempre. Ovviamente i Grizzlies non migliorano senza Morant. Il campione è molto ridotto e una buona dose di fortuna ha aiutato a gonfiare il tutto (Memphis converte i Wide Open 3s con l’11% in più delle gare con Ja).Oltre a questo, Memphis risulta al 2° posto nei punti segnati a partita (115.6) e al 5° posto nei punti segnati per 100 possessi (114.6), nonostante Brooks, il secondo miglior realizzatore della squadra (18.4 punti di media), abbia giocato solo 32 partite.
Va sottolineato che il pace è uno dei primi della lega (3°) e quindi la squadra gioca ad un ritmo che gli permette di creare molte occasioni, considerando anche che Steven Adams, centro sottovalutato all’interno del sistema ideato da Jenkins, è il giocatore che prende in assoluto più rimbalzi offensivi in NBA, il che garantisce un discreto numero di second chances. A dir la verità è l’intera squadra di Memphis che ha una propensione nel catturare i rimbalzi, anche con giocatori di statura non eccelsa come Morant, Bane, Melton e Konchar, che permette loro di essere la migliore squadra in questa categoria. Adams è anche molto utile in quanto capacissimo di portate blocchi ottimali sia come stazza che come angolazione, ossigeno per un penetratore come Morant, ed è da sottolineare il suo impegno dall’inizio della scorsa stagione a “rollare” non convergendo totalmente verso il dunker spot (difetto che aveva l’anno scorso ai Pelicans e che intasava l’area per le penetrazione di Williamson), ma tentando di aprirsi “a ricciolo” verso il gomito così da permettere a Morant un’azione al ferro praticamente 1v1, oppure portando nel taglio un secondo blocco al difensore in aiuto così da spalancare una prateria per il prodigio col #12. Steven Adams è difatti secondo in NBA per screen-assists a 5.5 di media, dietro solo a Rudy Gobert.

La circolazione di palla “intelligente” è un’altra arma a disposizione dei Grizzlies, caposaldo dei San Antonio Spurs da cui Jenkins ha ricevuto l’imprinting come coach: non a caso il tiro da tre punti è utilizzato pochissimo rispetto agli standard attuali, come consuetudine di Popovich, ma in Desmond Bane hanno il secondo miglior cecchino della lega dalla lunga distanza: per lui quasi il 44% su quasi 7 tentativi da dietro l’arco. Inoltre la pericolosità di Morant nel penetrare a canestro fa sì che spesso venga raddoppiato, dando la possibilità al funambolico playmaker di scaricare per il compagno libero di turno, mentre le eccellenti qualità difensive del roster (primi nelle palle rubate e nelle stoppate, con Jaren Jackson Junior che la fa da padrone in NBA nella seconda voce statistica) portano a veloci transizioni offensive che si concludono spesso con alley-oop e schiacciate spettacolari.

Soffermandosi su Jaren Jackson Jr., la crescita del 22enne è stata a dir poco incredibile. La sua massa muscolare è aumentata notevolmente, ma il controllo del corpo, problema storico del prodotto da Michigan State, è inspiegabilmente migliorato. Questo, unito ad una miglior disciplina, gli ha fortemente limitato i problemi di falli (che restano però ancora una montagna da arginare) che lo hanno costretto a riduzioni di minutaggio enormi e spesso a periodi prolungati da ala. I mostruosi movimenti di scivolamento laterale, i tempi di reazione a dir poco insensati, e l’apertura alare da 225 cm rendono Jaren Jackson Jr un serissimo candidato al premio di miglior difensore dell’anno e potenziale perno difensivo di squadre che potrebbero puntare al riconoscimento massimo. In attacco un ball handling di tutto rispetto e una stazza notevole gli consentono penetrazioni di forza o conclusioni in traffico dopo aver ricevuto da roll-man, e il suo tocco spaventoso permette alla squadra le spaziature più agevoli possibili. Quest anno Jaren ha tirato col 31% da 3, ma il dato è probabilmente destinato a salire e non di poco dato il suo 80% abbondante dalla lunetta e il 39% da 3 punti nella sua ultima stagione integra. In più può segnare dall’arco anche in movimento, sia da handoff che in semitransizione.

La semplicità del loro gioco produce un numero esiguo di palle perse, una qualità che unita alla loro solidità difensiva rende difficile la vita al tiro per gli avversari. Memphis concede pochissimi tiri e punti sia nel pitturato che oltre l’arco, proprio le zone che in epoca moderna vengono sfruttate di più dagli attacchi in giro per la lega, costringendo questi ultimi a virare sulle conclusioni dal mid-range riducendo di conseguenza la loro efficienza al tiro e rendendo così i Grizzlies particolarmente difficili da affrontare sul piano difensivo, visto che le opzioni al tiro vengono limitate e questo porta inevitabilmente a perdere anche diversi palloni. Questi dati sono facilmente riassumibili dalle statistiche avanzate, le quali collocano Memphis al 5° posto per offensive rating, al 4° per defensive rating e al 4° per net rating. Negli ultimi 20 anni, ogni squadra campione NBA è stata sempre in top 10 per tutte e tre le categorie, e in questo momento Memphis è una delle sole tre squadre (Suns e Timberwolves) a possedere questi requisiti.
D’altronde, che sarebbe stata un’annata speciale lo si era capito sin dalla gara inaugurale contro i Cleveland Cavaliers, dove Morant con due giocate spettacolari fece intuire a tutti quali fossero le intenzioni della squadra per questa stagione. Prima l’incredibile inchiodata al tabellone in recupero su Markannen nel primo tempo, poi la meravigliosa schiacciata a una mano su alley-oop di Melton nel secondo tempo. Ne sarebbero seguite tante altre nelle gare successive, come la memorabile stoppata a due mani su Avery Bradley contro i Lakers, oppure il poster subito da Robin Lopez nella trasferta a Orlando o ancora la penetrazione a canestro conclusa con un 360° finale nella gara contro i Nuggets. Non a caso in molti sono d’accordo nel dire che Morant possieda sia la sfrontatezza di Allen Iverson che l’esplosività di Derrick Rose.

Ja Morant è davvero il nuovo Derrick Rose?

Mentre il paragone con Iverson può ridursi al solo ball-handling, nel quale il #3 col suo stile molto vicino al palming (palla accompagnata) e poco ad un palleggio di tipo tradizionale, ha essenzialmente giocato per tutta la sua carriera sul confine tra invenzione e violazione, fondamentale nel quale Morant gli somiglia moltissimo (e infatti guida l’NBA per violazione di palla accompagnata xd), il paragone già c’era alla fine della stagione 2020-2021, in molti però si chiedevano quale potesse essere la crescita di Morant nella stagione seguente, la 21-22. E…alcuni fan NBA speculano per inserirlo di prepotenza nella corsa del MVP, soprattutto per la partita di qualche settimana fa contro San Antonio, dove ha segnato per la prima volta nella sua carriera 52 punti.

Il modo in cui ha giocato, ha riportato subito alla memoria l’immagine di Rose . Lo stesso Ja, contro San Antonio, ha chiuso con 18 canestri da 2, sembrando molto spesso inarrestabile nei pressi del ferro nonostante i suoi 191 cm.

Quella notte, oltre ai già citati 52 punti, ha messo un canestro sulla sirena alla fine del primo tempo ed ha stampato un poster che già è immortalato in mille scatti.

Torniamo però a quel paragone con Rose, la cosa che più li accomuna è che entrambi hanno come fondamento del proprio gioco la penetrazione, in qualche occasione, inchiodando anche qualche schiacciata da highlights.

La cosa che in molti si chiedevano, alla fine della seconda stagione, era se durante il suo terzo anno avrebbe avuto una run per l’MVP, proprio come aveva fatto Rose nella stagione 2010-2011. Bene, Morant sembra potersi avvicinare notevolmente. Numericamente parlando, Rose chiuse la stagione a 27 punti e 8 assist x75 possessi e Morant nella stagione 2021/22 ha fatto registrare 30 punti e 7 assist x75 possessi. I Bulls, comunque, quella stagione la chiusero con il primo posto ad est, con un record di 62-20 e, come detto, il titolo di MVP per Rose. I Grizzlies hanno concluso la regular col secondo miglior record della lega e il migliore della storia della loro franchigia: 56-26. Ja Morant è quindi legittimamente forte come Derrick Rose?

Ci sono tantissime differenze tra il basket in cui giocava Rose e quello dove tutt’oggi gioca Morant: Il primo giocava in basket dove ancora il tiro da 3 punti non era stato studiato a fondo, le aree erano ancora intasate e, specie ai Bulls che giocavano con Boozer, Noah ed Asik, le penetrazione erano quasi proibitive e il tiro dalla media era la principale prerogativa. Morant invece è figlio della nuova NBA, dove il tiro da tre è stato snocciolato in ogni singola analisi, prima introdotto come una funzionale alternativa, arrivando al pensiero comune che un tiro preso qualche centimetro prima della “long two zone” valeva un punto in più, poi estremizzato da Daryl Morey e messo in pratica dai Rockets guidati da Harden, dove o si finiva al ferro oppure si tirava da tre. Ja Morant quindi approdato nella NBA nel 2019, in una lega già rivoluzionata, ha trovato un’area più libera e più funzionale al suo gioco. In più Rose giocava molto più correndo senza palla rispetto a Morant, nonostante non avesse essenzialmente altri portatori in squadra, e spesso giocava su tagli, handoff o movimenti Djordjevic che ampliavano notevolmente la mappatura d’azione di Rose in ogni zona della metà campo. Morant tende ad attaccare più per vie centrali ed ha un utilizzo inflazionato del pick&roll secondo i dettami dell’era moderna, fondamentale poco utilizzato ai tempi di Rose (solo gli Spurs lo avevano come mantra), ma quando impiegato con Rose come palleggiatore, terribilmente efficace. I due giocatori risultano molto simili nella manipolazione della difesa in penetrazione, e dove Rose primeggia nettamente negli scarichi per i tiratori (o il tiratore, dato che Deng era l’unico giocatore con minutaggio considerevole in grado di essere pericoloso da fuori), Morant è forse migliore negli entry passes per trovare Adams o chi per lui nel dunking spot. In conclusione si, i giocatori risultano davvero molto simili e sebbene i numeri ci facciano propendere per Morant, il contesto proibitivo in cui Rose riusciva incredibilmente a giocare “da Morant” ci dà l’idea di quanto fosse incredibile e futuristico questo giocatore fin troppo sfortunato. Due NBA diverse nel gioco per due giocatori con archetipi simili, nonostante mille piccole differenze.

Sarebbe limitante tuttavia definire Morant solamente come un giocatore da highlights, perché nella sua terza stagione in NBA a soli 22 anni è riuscito ad assumere il ruolo di leader dei Grizzlies senza però mettersi sul piedistallo, ma guidando e caricando i suoi compagni verso vette impensabili per una squadra così giovane.
Una gioventù che caratterizza l’intera franchigia di Memphis, a partire dal 44enne proprietario Robert Pera, CEO di Ubiquiti Networks che nell’arco dei 10 anni da franchise owner ha conquistato 7 apparizioni ai playoff e una finale di conference durante il primo anno della sua gestione.Linea verde che prosegue con il 34enne General Manager e Vice Presidente Esecutivo delle Basketball Operations Zachary Kleimann, ruolo ricoperto dall’aprile 2019 che lo vide subito protagonista per via delle trade che coinvolsero gli allora simboli della squadra Mike Conley e Marc Gasol, operazioni necessarie per dare vita ad un nuovo progetto tecnico che ha iniziato a prendere forma con l’assunzione come coach, nel giugno del medesimo anno, dell’allora 35enne Taylor Jenkins, alla sua prima esperienza da capo allenatore su una panchina NBA, che fino a quel momento aveva lavorato nella lega esclusivamente come assistente di coach Mike Budenholzer, prima negli Atlanta Hawks e poi nei Milwaukee Bucks.
Vista l’incertezza che in questa stagione imperversa sull’andamento degli imminenti playoff, non è possibile fare previsioni su come i Memphis Grizzlies performeranno nella postseason. L’avversario al primo turno, i Minnesota T’Wolves, sarà in ogni caso difficile da affrontare e tutt’altro che abbordabile per una second seed. I Mavericks di Doncic (al netto dell’infortunio al polpaccio del giocatore sloveno) sono in netta crescita, Denver si avvale del probabile MVP Jokic, Golden State è squadra esperta e decisa a ritornare ai fasti di un tempo, apparentemente con troppi alti e bassi ma con Curry, Thompson e Green che in stagione hanno giocato solamente 11 minuti insieme, i Phoenix Suns si sono dimostrati la squadra più forte della lega (anche se il record contro di loro è di 2-1 per i Grizzlies) e CP3 venderà cara la pelle prima di farsi sfuggire un’altra occasione per mettere finalmente al dito l’anello di campione NBA. Qualora dovesse arrivare alle Finals superando questi insidiosissimi ostacoli, Memphis troverà con molta probabilità una tra Miami, Boston, Milwaukee, Philadelphia o Brooklyn, caratterizzate chi dall’esperienza (Celtics e Bucks), chi dalla qualità di gioco (Heat) e chi dal talento da top five della lega dei singoli giocatori a disposizione (vedi Antetokounmpo, Embiid e Durant).
Va detto che nelle ultime dieci postseason solo in quattro occasioni una squadra che rientrava nella top ten dei roster più giovani in NBA è riuscita ad approdare alle Conference Finals. OKC nel 2011-12 era al 6° posto per età media e riuscì addirittura ad andare oltre, conquistando le NBA Finals per poi essere sconfitti 4-1 dai Miami Heat di LeBron James, mentre la stessa squadra dell’Oklahoma nel 2015-16 era al decimo posto di questa speciale classifica quando affrontò in un’epica finale della Western Conference i Golden State Warriors. Gli altri due esempi portano la firma dei Boston Celtics versione 2017-18 (4° posto) e gli Atlanta Hawks della passata stagione (9° posto).
Non resta che attendere l’inizio dei playoff per capire se questi Grizzlies riusciranno ad avere la giusta spensieratezza e fiducia nei propri mezzi nell’affrontare squadre sulla carta più attrezzate, le quali potrebbero incontrare serie difficoltà contro la spregiudicatezza dei ragazzi di coach Jenkins, forti anche di un record contro le prime sei squadre di ogni conference che recita 17 vinte e 13 perse, tutt’altro che malvagio per un roster con così poca esperienza alle spalle.