Nba season 2021/2022: inversione di rotta?

È passata una settimana dalla conclusione della stagione NBA, e, a mente fredda, ci sembra il momento più adatto per tirare le somme.Lo scorso anno ci eravamo lasciati parlando del cambiamento, poiché ormai il destino di questa lega sembrava definitivamente aver voltato pagina e trovato nuovi attori.A distanza di un anno ci ritroviamo ad un bivio: i Golden State Warriors sono ancora una volta sul tetto del mondo. Allora i tempi sono davvero cambiati?

La dinastia è viva

Solamente tre anni fa, con Klay Thompson colpito da un grave infortunio e Kevin Durant in partenza verso Brooklyn, non era un’eresia pensare che il ciclo vincente dei Golden State Warriors si fosse abbondantemente concluso.
Così non è stato. Dopo una stagione da 15 vittorie (al netto di un roster irriconoscibile), gli Warriors sono gradualmente rinati dalla cenere, sulle spalle del duo Stephen Curry-Draymond Green.
Non è un caso che l’ultima vittoria dell’anno, quella più importante, abbia la firma di entrambi, autori di un vero e proprio capolavoro nella loro metà campo di competenza.E il resto del roster?Klay Thompson è tornato, e anche se non era nelle condizioni fisiche dei suoi tempi d’oro, ha comunque trovato il modo di essere decisivo durante le Finals. Wiggins ha dato un contributo insperato, difendendo alla perfezione contro Luka Doncic prima e Jayson Tatum poi, e assicurando una base fissa di scoring all’attacco, con il picco dei 26 punti segnati in Gara 5 delle Finals, dimostrando di essere ormai un giocatore totalmente diverso da quello che aveva abbandonato i Timberwolves.Jordan Poole, Kevon Looney e Gary Payton II hanno portato avanti il vecchio slogan “Strenght in numbers”, alzando il proprio livello da comprimari e contribuendo oltre le aspettative; Poole con le abilità da scorer, Looney con decine e decine di rimbalzi, Payton con la difesa perimetrale e l’agilità al servizio dell’attacco.
Alzando il proprio livello al momento giusto, e sfruttando una competenza più debole rispetto al passato, gli Warriors hanno vinto un titolo che non erano obbligati a vincere, lottando contro tutti i dubbi di inizio stagione.
Ammettendo che arrivino tutti i rinnovi che dovrebbero arrivare (su tutti Wiggins, Looney e Payton), questa squadra può solo migliorare. Il mix tra veterani e giovani potrebbe dare maggiormente i suoi frutti, con l’ulteriore crescita di Jonathan Kuminga e Moses Moody (con l’incognita James Wiseman). A scanso di infortuni, l’anno prossimo gli Warriors dovrebbero essere ancora più forti, e pronti per provare a difendere il quarto titolo della loro dinastia.

Stephen Curry

Stephen Curry ha scritto la storia.Il nativo di Akron, a ragione, dice di essere nel suo prime, e specie a livello mentale è più forte di quanto sia mai stato: come i Warriors hanno dimostrato, la forza mentale non va scissa dalla pallacanestro giocata.Questa maturità oltre ad avergli portato grande miglioramento sopratutto nel playmaking e nell’utilizzo tattico del ball-handling (non considerando quello che lo ha sempre reso un top della lega: tiro, movimenti off ball, finishing) gli ha permesso di rimanere sempre lucido nonostante i Celtics abbiano adottato un game-plan ad hoc contro la stella col #30:Quando curry è in campo:

  • Se gioca da handler, si difende drop; l’unico che contesta il tiro è il suo difensore che passa sopra il blocco e cerca di infastidirlo da dietro. Apparentemente folle, ma questo ha dato la sensazione che Curry stesse lottando da solo con tutte le sue forze contro una squadra decisamente più attrezzata. Come detto nel paragrafo precedente, Stephen Curry era tutt’altro che solo, sono stati i Boston Celtics ad attirare una tattica a dir poco rivoluzionaria. Contro i Warriors la regola è sempre stata “Ci battano tutti, non lui”. I Celtics, capovolgendo questo “postulato” hanno totalmente fermato ogni azione che, partendo da Green, consentiva al resto della squadra di eseguire quel giro palla che tanto ci ha affascinato negli anni. Le prime quattro gare rispetto alle ultime due si differenziano solo per l’altezza (metaforicamente la zona del campo più avanzata) con la quale il difensore che passa dietro il blocco contestava il tiro (high drop). Quando il blocco avveniva tra gli esterni spesso si accettava il cambio e gli altri difensori erano tutti pronti a fintare un aiuto per rallentare il gioco, salvo poi tornare nelle loro posizioni originarie (stunt+hedge). In poche parole Udoka mirava a lasciare Curry dominare l’attacco ma limitando tutti i suoi compagni.
  • Se gioca off the ball lo si prova a farlo innervosire, slingendolo e strattonandolo, inseguendolo costantemente e giocando la cosiddetta box-and-one, specialmente quando c’è Smart in campo.
  • Se la palla l’avevano i Celtics, si tentava di attaccarlo in ogni azione, molto spesso con un blocco tra Tatum e Smart/Brown in punta, così da non permettere agli Warriors di tutelare la sua star (in gergo Mismatch hunting) il tutto per ucciderlo fisicamente, per fargli perdere la pazienza e farlo andare in sovrannumero con i falli.

In poche parole l’idea era quello di “isolarlo” dalla partita a tal punto da fargli perdere fiducia nei compagni. Udoka voleva farlo arrivare ad un punto in cui o si sarebbe così tanto innervosito da far implodere l’intero sistema, o si sarebbe isolato completamente facendo delle prestazioni individuali for the ages senza però curarsi dell’anello. Ma Steph Curry è uno dei più grandi di sempre anche per questo e la sua forza mentale non è mai stata così solida. Nel momento in cui ha capito che farsi tutelare difensivamente avrebbe messo a rischio la serie e la sua integrità fisica, ha accettato ogni cambio: con Tatum, con Smart, con Brown. Ha lottato con tutto sé stesso in post contro un giocatore decisamente più grosso come Horford, e nonostante quasi sempre sia stato sovrastato fisicamente dati i suoi limiti comprensibili (ed i Celtics, che hanno un pacchetto esterni tra i più fisici della lega, accentuavano ancora questa discrepanza) non si è mai lasciato isolare o innervosire e anzi, in gara 6 ha fatto quattro giocate difensive di fila, di pura astuzia, che hanno chiuso la partita.Lode a Steve Kerr, lode alla difesa di Andrew Wiggins e al genio di Draymond Green, lode al Finals Mvp, e al più grande titolo nella storia degli Warriors.

ONORE AI VINTI

Boston Celtics

  • Rivoluzione ai piani alti

Come avevamo già anticipato, dopo la conclusione della scorsa annata cestistica i Boston Celtics avevano rinnovato la figura di General Manager, mandando un segnale di discontinuità importante che in pochi si aspettavano. Dopo la fine della stagione 2021/22 crediamo sia giusto fare un resoconto sull’operato di Brad Stevens:


Nomina del nuovo Head Coach:
Ime Udoka

IN:
Al Horford
Daniel Theis
Derrick White
2023 2nd round pick (ORL)
2023 2nd round pick (POR)OUT:
Romeo Langford
Kemba Walker
Tristan Thompson
2022 1st round pick (BOS)

Free Agents persi:
Tacko Fall
Evan Fournier
Semi Ojeleye
Tremont Waters

Estensioni:
Marcus Smart – 77 milioni su 4 anni
Robert Williams III – 48 milioni su 4 anni

Team Option Esercitate:
Grant Williams
Payton Pritchard
Aaron Nesmith

Aumento cap allocato rispetto al 2020/21: 3 milioni di dollari


Ovviamente parlare a posteriori può essere condizionato dal risultato raggiunto dai Celtics: le Finals (anche se perse) erano un traguardo che mancava dal 2010 (big 3 era).
L’analisi che vorremmo fare cerca di andare oltre il mero aver superato le Conference Finals, le quali avevano di fatto rappresentato un muro invalicabile per i Celtics allenati proprio da Brad Stevens negli ultimi anni. Una doverosa premessa da fare: ogni post season ha le sue situazioni, possiamo considerare infortuni, exploit inaspettati ed altre mille variabili che – anche su 4 serie da 7 partite – giocano un ruolo centrale, rendendo il tutto meno scontato e godibile per noi spettatori. Questo lungo preambolo per dire che a conti fatti i Celtics di Udoka, finalisti del 2022 non sono nettamente migliori di tutte le versioni viste sotto Stevens – ad esempio la variabile infortuni che aveva girato male in passato (Hayward, Irving, Brown,…) ha girato bene quest’anno (Middleton, Lowry, Herro,…) – ma sono sicuramente diversi nel DNA.In questo senso le mosse del neo GM sono state azzeccate proprio perché in linea con l’idea dell’allenatore da lui selezionato; ma facciamo un passo indietro.La prima inaspettata mossa di Stevens è liberarsi di Kemba Walker per ottenere il ritorno di Al Horford, tutto ciò al costo della 16esima scelta al draft 2021. Questa prima mossa è esemplificativa per due motivi: Stevens da allenatore ha probabilmente notato che lo spot di centro era carente (vedere la serie nella bolla contro Adebayo), che Walker ormai aveva ben poche garanzie fisiche e da GM ha capito che la mira del neo coach Udoka era una squadra con una forte identità difensiva. In effetti tutte le mosse principali di Stevens possono essere viste nella stessa chiave: l’arrivo di Derrick White, le estensioni di Smart e Timelord, la parola d’ordine è: difesa.

  • L’identità difensiva

Ed in effetti difesa è stata, i Celtics hanno chiuso la stagione regolare al primo posto per defensive rating (poco distanti Warriors e Suns) ed hanno tenuto botta anche nei Playoffs, piazzandosi secondi dietro i Bucks, che però hanno disputato 13 partite in meno. Tuttavia il sistema proposto da Ime Udoka non ha attecchito immediatamente. Chi ha seguito la regular season sa che i Celtics hanno avuto due facce: una prima di metà gennaio ed una dopo, al 7 di Gennaio, quando il record dei verdi era un magro 18-21. Molte delle sconfitte avvenute erano proprio dovute ad errori di comunicazione in difesa e poca applicazione da parte dei giocatori, senza contare i soliti infortuni ed isolamenti covid che hanno minato la costanza della squadra. Eppure Udoka non ha abbandonato le speranze ed ha perseverato con i suoi stilemi difensivi: molto switching, lineups grosse fisicamente (spesso e volentieri doppio lungo) ed un meccanismo di pre-switching mirato a mantenere Robert Williams III lontano dal pitturato per sfruttare la sua rim-protection in aiuto.

(Nel video qua sopra Ben Taylor di ThinkingBasketball spiega il sistema sicuramente meglio di come possiamo fare noi.)

  • Le montagne russe della regular season

A inizio stagione i Celtics non sono partiti per giocarsi il titolo, ma sono diventati strada facendo la miglior squadra dell’Est. Una stagione che sembrava di transizione, la prima di Udoka in panchina, di Stevens come massimo dirigente. Forse anche l’ultima di Tatum e Brown insieme si diceva, invece si è trasformata in una stagione magica. Udoka pareva non avere in mano lo spogliatoio, lo stesso problema capitato nell’ultimo anno con Stevens. Smart accusava Tatum e Brown di non essere abbastanza leader, di non passare il pallone, di non giocare per la squadra. Dalla bruciante sconfitta a New York, dopo aver sprecato un vantaggio di 25 punti è cambiato tutto. I Celtics da gennaio in poi hanno avuto il miglior record dell’Est, chiudendo con 51 vinte e 31 perse.

La crescita di Boston è stata un processo incrementale. Vittoria dopo vittoria, i punti di forza sono diventati certezze, i difetti pregi. “Quello che abbiamo passato, individualmente e di squadra, ci ha portato fino a questo punto” – ha raccontato Marcus Smart – “Siamo aperti l’uno con l’altro e penso sia uno dei nostri segreti. Quando ne passi così tante come abbiamo fatto noi non puoi che crescere. E il coach, con la sua onestà, ci ha aiutato tanto. Non siamo bambini, siamo professionisti e lui ci ha trattato come tali, come chiedevamo di essere trattati. Era quello che ci serviva”.

  • La run playoff

Boston è arrivata ai playoff da testa di serie numero 2 della Eastern Conference. Avrebbe potuto giocare a perdere l’ultimo giorno, per evitare un possibile incrocio al primo turno con Brooklyn, la favorita di inizio stagione.“Non abbiamo paura di nessuno, noi” raccontava Udoka dopo la vittoria numero 51 della stagione. La dimostrazione si è avuta sul campo: Brooklyn nel primo turno è stata spazzata via 4-0, l’unico cappotto visto quest’anno ai playoff. Merito anche di Tatum, debordante nel confronto diretto con Kevin Durant. Ha vinto anche quello con Giannis Antetokounmpo nel secondo turno, con lo show dei 46 punti di gara-6, guidando alla vittoria Boston che aveva ormai le spalle al muro. E si è ripetuto in finale di conference contro Miami, tanto da vincere il Larry Bird Trophy come mvp della serie. “Tatum ci ha trascinato per tutta la stagione” – ha raccontato Udoka – “Gli abbiamo messo tanto peso sulle spalle e lui ci ha trascinati.

Ma Boston è arrivata fino alle Finals da squadra. Tatum ha incantato nei playoff a 27 punti di media, ma si è conquistato un posto tra i migliori 10 in circolazione perché ha imparato a fare tanto altro, oltre che canestro. Come lui Jaylen Brown, numero 2 da 22,5 punti a partita. Marcus Smart è l’anima di questa squadra, il difensore dell’anno capace di trasmettere energia ai compagni. Al Horford, prima di questo risultato il giocatore in attività con più partite nei playoff (141) senza aver mai giocato le Finals, è tornato fondamentale; come Derrick White, il cui acquisto a febbraio era stato bollato come fallimentare e che invece si è rivelato fondamentale; come Robert Williams, il centro che, ginocchio sinistro permettendo, sa alzare un muro in difesa. È con queste armi che Boston è diventata vincente, con l’intesa tra gli uomini chiave della rotazione.Tuttavia il sogno si è interrotto proprio alle Finals, di fronte ad una dinastia che mancava sul grande palco da troppo tempo: Golden State. Infatti gli Warriors in 6 partite hanno chiuso la pratica ed hanno ottenuto il tanto anelato Larry O’Brien Trophy. Gli spunti tattici e le analisi si sprecano, tuttavia il punto critico delle Finals per i Celtics è stata sicuramente gara 4. Boston gioca in casa ed è in vantaggio 2-1 nella serie. Tutti si aspettano una vittoria e sul 3-1 sappiamo bene che la vittoria è praticamente assicurata (a meno che tu non sia contro LeBron James), tuttavia una prestazione da All Timer di Stephen Curry (43 punti con un 7 su 14 da 3) distrugge le speranze di Boston che non riuscirà poi a reagire, cadendo in 2 partite non esattamente combattute.

  • Le aspettative future

Il futuro dei Celtics è sicuramente promettente. Il roster è composto da giovanissimi, Brown ha 25 anni, Tatum e Rob Williams 24, Smart 28. Sebbene questa sia stata la prima apparizione alle Finals dal 2010, Tatum e i suoi hanno giocato in ben 4 Conference Finals negli ultimi 6 anni (2020, 2018 e 2017 i precedenti). La crescita di Tatum lo ha saldamente proiettato nello star system della NBA, coronato dal raggiungimento dell’All-NBA First Team. Tatum finalmente ha mostrato una consapevolezza maggiore del suo ruolo, fino a diventare quello di vera e propria prima opzione offensiva. Le Finals hanno però mostrato qualche limite, soprattutto nelle difficoltà a concludere al ferro, ma non è di certo la fine del mondo, siamo sicuri che presto si ritroveranno ancora lì. Insieme a lui Jaylen Brown: miglior marcatore di Boston alle Finals, con 23.5 punti a partita insieme a 7.3 rimbalzi e 3.7 assist. Anche lui ha mostrato i suoi limiti però, in primis le difficoltà nel ball-handling contro una difesa aggressiva. Marcus Smart, cuore pulsante dei Greens in difesa e fresco di DPOY, e Robert Williams III, che se non fosse stato per l’infortunio sul finale di stagione avrebbe facilmente meritato un posto nel primo quintetto All-Defense. Possiamo affermare che Boston ha appena iniziato. La scelta di coach Ime Udoka si è rivelata fenomenale. I giovani di Boston hanno tanto margine per crescere, e con una leadership del genere non c’è dubbio che lo faranno.
Boston in più ha la grinta dello sconfitto dalla sua parte. Un punto sicuramente a favore.L’arrivo alle Finals di per sé è stato un traguardo inaspettato, ma allo stesso tempo l’esserci arrivati comunque rischiando (gare 7 contro Bucks e Heat con mancanze) deve essere ben chiaro nella testa di tutti all’interno dell’organizzazione. Assumere che il prossimo anno torneranno facilmente alle finali è ciò che di più sbagliato potrebbero pensare. Per quanto riguarda il come migliorare la squadra sarebbe poco sensato fare grossi movimenti (scambiare uno dei Jays o Smart), mentre è indubbiamente necessario aggiungere profondità con veterani al minimo pronti a dare il loro apporto in post season e/o aggiungere un pezzo di rotazione di valore. Inoltre il coaching staff deve essere bravo a far lavorare ogni giocatore sugli aspetti che sono carenti, dato che comunque, a parte Horford, stiamo parlando come detto di un roster giovane. Il resto dell’est e della lega non starà a guardare e nuovi protagonisti si aggiungeranno alla concorrenza.

Miami Heat

Il bilancio della stagione dei Miami Heat è da ritenersi positivo.

Nonostante il condizionamento derivato da continui infortuni, che poche volte hanno permesso alla squadra di avere tutti e cinque i titolari (quelli ipotizzabili ad inizio stagione) in campo contemporaneamente, Spoelstra ha messo in atto un lavoro di gestione dei giocatori invidiabile. Le formazioni di partenza quasi sempre diverse hanno permesso di creare una chimica di squadra che nel lungo periodo ha portato ad ottimi risultati. La franchigia della Florida infatti è arrivata prima ad Est nella Regular Season.

Questa compattezza di squadra, capace di giocare e adattarsi perfettamente come pochi ai titolari in campo, ha reso gli Heat una delle migliori difese della lega, forse solo seconda ai Celtics.

Caleb Martin, Max Strus e Gabe Vincent, arrivati tra il 2020 e il 2021, hanno trovato minutaggio, confidenza e maturazione. La scelta di puntare su dei giocatori undrafted è la testimonianza dei capolavori in termini di scelte fatte quest’anno. Poche volte si è vista una squadra giocare più partite dei play-off con uno starting five composto da due undrafted. Questo perché in casa Heat si punta al gioco collettivo, che fa crescere il singolo. Si può dire infatti che non abbia una superstar pesante, anche se c’è un giocatore che in questa definizione sta meritando sempre di più di rientrarci, zittendo chi lo continua a sottovalutare. Il suo nome è Jimmy Butler.

Giocatore estremamente competitivo che si è fatto da solo, che lavora veramente sodo per migliorare sempre di più, in continua contrapposizione a chi non crede in lui. E’ diventato a tutti gli effetti il leader emotivo e tecnico di questa squadra, che ha trascinato spesso in vittorie pesanti.

Sicuramente nei momenti che contano si può contare su di lui. Basti vedere l’evoluzione avuta tra le due fasi della stagione.

  • Regular Season: 21.4 punti, 5.9 rimbalzi e 5.5 assist di media, con 1.6 rubate e il 48% dal campo.

  • Playoffs: 27.4 punti, 7.4 rimbalzi e 4.6 assist di media nei play-off, con 2.1 rubate e il 50.6% dal campo.

I valori di Box Plus Minus, VORP e WS/48 dei play-off sono i più alti avuti in carriera e tra i più alti della lega.

Ha raggiunto il record di franchigia con più partite con a referto da 40/5/5 nei play-off, superando Wade e Lebron. In soli 3 anni con due tornei del genere veramente giocati.

A mente fredda possiamo tranquillamente dire che Jimmy Butler è stato il probabile miglior giocatore dell’intera postseason.

Al titolo con gli Heat Jimmy Buckets ci crede e dà tutto sé stesso in campo quando conta. Unico rammarico di quest’anno è l’essere arrivato ad una tripla dalle finals. Il tiro che si è preso negli ultimi secondi contro i Boston Celtics in gara 7 non è entrato, condannando Miami all’eliminazione. E’ stato giusto prenderselo e provarlo? Si. A Butler non va condannato nulla, anche perché se la squadra è arrivata fino a lì, è soprattutto merito suo; questo a volte può essere un problema, perché la fase offensiva, in termini realizzativi, non si può fondare unicamente sulle mani di Butler e Herro. Giocatori come Adebayo devono crescere in questo. Mentalmente soprattutto. Infine se Oladipo continua a stare bene e trova una costanza nelle prestazioni, potrebbe dare al complesso una grossa mano.

FLOP

Los Angeles Lakers

Se pensiamo all’esemplificazione del “flop” nella stagione appena trascorsa, la gloriosa franchigia gialloviola è decisamente in testa a questa speciale classifica.29 luglio 2021.
Data a dir poco nefasta per ogni tifoso gialloviola. I Lakers e i Wizards sono concordi nell’accettare una trade che avrebbe portato Russell Westbrook ed il suo ingombrante ingaggio alla corte di LeBron James. Le speculazioni sul potenziale del big3 sono partite all’istante, etichettando i Lakers come futuri campioni NBA senza competizione alcuna. L’affermazione da fare sembra però andare in controsenso con la stagione effettivamente realizzata: i Lakers non hanno affatto deluso le aspettative. Il disastro è avvenuto a priori, poiché la mossa è stata senza speranza di riuscita ancor prima di scendere in campo, ed il tentativo di attribuire a cause psicologiche, di spogliatoio, di infortuni e mancanza di motivazione il fallimento è poco onesto intellettualmente. Russell Westbrook non c’entrava assolutamente nulla con il progetto Lakers, ed il suo ingaggio era (ed è) un’àncora pesante 47 milioni di dollari. Da allora il mercato dei Lakers è stato un tentativo di riparare al danno economico-tattico, firmando veteranissimi al minimo che hanno solo contribuito all’assenza dai Playoffs di una squadra che, praticamente solo aggiungendo grandi nomi allo stesso core del 2020, è passata dal titolo al baratro. I grandi senatori hanno dimostrato di non poter stare in campo, né offensivamente in quanto protagonisti di un gioco per così dire “vetusto” nel 2022, né difensivamente in quanto l’età com’è logico che sia comporta decadimento fisico. Come avevamo già anticipato ad inizio stagione, forse troppo generosamente, i problemi dei Lakers erano chiari ed evidenti anche nel periodo dell’“aspettate prima di giudicare”, quindi è inutile dilungarsi ulteriormente. La condizione fisica e mentale di Anthony Davis è stata pessima, non aiutando a risolvere o quantomeno rattoppare i problemi del disastroso mercato, e Lebron James, a 37 anni, ha provato ancora una volta a caricarsi sulle spalle la squadra, sfidando “father time” oltre l’umano, ma (ahitutti) il carico è stato troppo anche per lui.

Brooklyn Nets

Toh! L’avversaria già scritta dei Lakers in finale a inizio stagione. Purtroppo si è tramutata in un’annata da dimenticare per Kevin Durant e i suoi Brooklyn Nets. Nonostante un buon inizio in RS, la franchigia dello stato di New York ha passato mesi difficili: prima l’infortunio di KD, poi la vicenda riguardante il vaccino di Kyrie Irving, fino ad arrivare ai malumori di James Harden che hanno portato alla fantomatica trade che ha portato ai Nets Ben Simmons, Seth Curry e Andre Drummond.
Tutti si aspettavano una squadra con poche energie vista la qualificazione in extremis ai playoff, ma nessuno si sarebbe aspettato uno sweep ai danni dei Celtics. Vero è che Boston arrivava come una delle squadre migliori dopo un eccellente 2022, ma questo 4-0 è frutto di prestazioni clamorose dei Celtici o delle deludenti “Retine”?
Nella sponda Brooklyn abbiamo un all-timer come Kevin Durant che secondo il parere di molti ha sofferto fin troppo l’ottima difesa avversaria. I vecchi fantasmi sembrano tornati per KD, che dal trasformarsi in una macchina totalmente ingiocabile quando sano e contro alcune difese a lui congeniali, diventa poco più di una superstar di alto livello contro le difese più fisiche e stancanti (i Warriors nel 2016 e i Grizzlies nel 2013 ne sanno qualcosa). Per lui la serie recita “appena” 26.3 punti ad allacciata di scarpe tirando malissimo dal campo per i suoi standard (38%) e il grande ex della serie, Kyrie Irving, dopo una gara 1 degna del suo talento, ha fatto poco e niente
chiudendo la serie con 22 punti a partita. E Ben Simmons? Chi l’ha visto? Si sapeva non potesse essere in condizione ma i suoi 0 minuti giocati in maglia Nets fanno storcere il naso a tanti appassionati NBA.
Si prospetta un off season complicata per i Nets, poche certezze e tante incognite: Ben Simmons si è operato alla schiena verso maggio per essere pronto per i training camp, Kyrie Irving sembra essere ai titoli
di coda (entro il 29 giugno dovrà decidere che fare riguardo la sua player option da 37 milioni ). I Nets
potrebbero perdere un’ottima pedina di scambio come Irving a 0…ma la decisione dipenderà esclusivamente da lui.
Si può già parlare di fallimento dopo tre anni in cui non si è andati oltre al secondo turno? Oppure Durant e compagnia riusciranno finalmente a portare il primo titolo all’ex franchigia del New Jersey? Al momento le voci fanno pensare ad un futuro non troppo roseo.

James Harden

Nonostante, probabilmente, l’annata di James Harden sia stata caratterizzata da alcuni problemi fisici pregressi che ne hanno minato le prestazioni, è indubbio che la stagione in generale, ma soprattutto, la Post-Season di The Beard siano state sottotono. Negli ultimi Play-off ha realizzato alcuni tra i peggiori numeri in carriera, numeri che non si vedevano, praticamente, dagli ultimi Play-off disputati con OKC, dove Harden era molto lontano dall’essere il giocatore che poi è diventato.Quest’anno infatti ha realizzato alcuni dei dati peggiori relativi alle seguenti statistiche: PTS/G (18.6), 3PA (6.3) e FTA (6.3). Tra l’altro tutto ciò giocando 39.9 minuti di media (dato più alto in carriera dalla stagione 2013/14) e tirando con il 40.5% dal campo (dato più basso in carriera, sempre dalla stagione 2013/14).Oltre ai numeri, però, quello che è stato più evidente nelle 12 partite giocate in questa Post-Season è stata la mancanza di continuità e spesso di pericolosità dimostrate in ogni match. Infatti, non è stato raro vedere Harden giocare un discreto primo tempo, per poi invece crollare nel secondo, diventando spesso dannoso per i 76ers e non riuscendo a portare quel contributo che sarebbe servito ad Embiid & co per avere più possibilità di fare più strada ai Play-off. Infatti, a parte in Gara 4 contro i Miami Heat, l’ex Rockets ha dimostrato alcuni limiti preoccupanti, come per esempio il fatto di non avere più un primo passo che gli permetta di superare il diretto avversario in maniera efficace e di arrivare al ferro per concludere e soprattutto di perdere troppi palloni, alcuni anche banali, che spesso sono costati punti facili ai 76ers.The Beard, ormai, sembra lontano dai tempi di Houston dove poteva tenere in piedi un attacco praticamente da solo e probabilmente non tornerà più il giocatore di prima. Quello che rimane da capire è se potrà tornare a dare un contributo importante, oppure se piano piano sta giungendo al capolinea della sua carriera.
Questo lo vedremo solo col passare del tempo e già dalla prossima stagione; nel frattempo è indubbio che gli ultimi Play-off disputati dall’ex Nets non siano stati all’altezza delle aspettative e che dovrà lavorare molto per presentarsi all’inizio della prossima stagione nella miglior condizione possibile.

ConclusioniNo, nessuna inversione di rotta nella NBA. I Warriors hanno vinto grazie ad un enorme rinnovamento, in un sistema di gioco che era futuristico 7 anni fa, ma resta ancora molto, forse troppo moderno per le altre squadre NBA anche oggi. Le grandi stelle continuano la loro caduta, dagli anziani dei Lakers a James Harden (a Chris Paul, Damian Lillard e Kawhi Leonard?) e chissà che anche Kevin Durant non abbia accennato una lenta discesa. Il rinnovamento è stato protagonista ancora una volta ed i Celtics con il loro old-young-core ne sono la dimostrazione, ma l’arrivo forse eccessivamente celebrato ai Playoffs dei Timberwolves, la bellissima storia dei Memphis Grizzlies e l’ascesa dell’astro nascente di Luka Doncic dimostrano che i Verdi sono tutt’altro che un caso isolato. L’NBA, come per la prima volta avevamo intuito lo scorso anno, sta voltando definitivamente pagina, e anche se sul tetto del mondo c’è un volto a noi ben noto e familiare, la gioventù che tanto scalpitava si è finalmente presa il basket a stelle e strisce ed il Draft di stanotte dà a tutti noi un nuovo grande annuncio:”WELCOME TO THE NEW NBA”